LA REGGIA DI CARDITELLO, EX TENUTA DEI BORBONI, RISCHIA DI FINIRE IN MANO AI CASALESI

Non, non è solo Pompei. A versare in uno stato di fatiscenza e di abbandono è l’intero complesso storico-monumentale di Napoli e Caserta. Quello che potrebbe essere una miniera d’oro per l’economia napoletana e casertana, è stato invece trasformato dalla malapolitica in una vergogna di livello internazionale per la comunità campana e italiana tutta.
Il patrimonio lasciatoci in eredità dai Borboni è di grande prestigio e valore architettonico-culturale. Tra i tanti siti monumentali sparsi qua e là tra Napoli e Caserta, c’è anche una Tenuta, utilizzata come fattoria e riserva di caccia.
Parliamo della “Reale tenuta di Carditello” – detta anche “Real sito di Carditello”, oppure, con riferimento alla palazzina ivi presente, “Reggia di Carditello” – situata a circa 4 km ad ovest dell’abitato di San Tammaro, a metà strada tra Napoli e Caserta.


LA STORIA – La sua origine risale al 1744, quando Carlo di Borbone decise di impiantare un nuovo allevamento di cavalli sul fondo del Conte di Acerra (o conte della Cerra). I lavori furono affidati all’architetto Francesco Collecini, validissimo allievo e collaboratore di Luigi Vanvitelli.
Esso ospitava una dinamica azienda agricola, ben progettato nelle infrastrutture edili e ben organizzato negli allevamenti di pregiate razze equine, nella produzione e commercializzazione dei prodotti agricoli e caseari.
Carlo di Borbone (1716-1788) lo utilizzava come luogo per la caccia e l’allevamento di cavalli, poi fu trasformato per volontà di Ferdinando IV di Borbone (1751-1752) in una fattoria modello per la coltivazione del grano e l’allevamento di razze pregiate di cavalli e bovini. Era immerso in una vasta tenuta ricca di boschi, pascoli e terreni seminatori, e si estendeva su di una superficie di 6 305 moggia capuane, corrispondenti a circa 2100 ettari. Era animato da un discreto numero di persone dedite alla conduzione dell’azienda.
Carditello era uno dei siti reali che si fregiava del titolo di “Reale Delizia” perché, nonostante la sua funzione di azienda, offriva una piacevole permanenza al re e alla sua corte per le particolari battute di caccia che i numerosi boschi ricchi di selvaggina permettevano. L’area antistante, formata da una pista in terra battuta che richiama la forma dei circhi romani, abbellita con fontane, obelischi ed un tempietto circolare dalle forme classicheggianti, era destinata a pista per cavalli.
Con l’Unità d’Italia esso divenne demanio dello Stato, mentre nel 1920 gli immobili e l’arredamento passarono dal demanio all’Opera Nazionale Combattenti e i 2070 ettari della tenuta furono lottizzati e venduti. Rimasero esclusi il fabbricato centrale e i 15 ettari circostanti, disposti a ventaglio sui lati ovest, nord ed est del medesimo complesso, che nel secondo dopoguerra entrarono a far parte del patrimonio del “Consorzio di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno”.
Qui comincia il declino.
 

IL DECLINO ATTUALE – Da allora il Consorzio non ha mai curato il pur prestigioso palazzo, oggi diventato uno dei tanti spazi utili per sversare i rifiuti e perfino luogo d’incontro per le prostitute.
Ecco due foto emblematiche:

1) Rifiuti fuori la Reggia:










2) Una prostituta che esercita:









Per non parlare del fatto che, una struttura così ricca di storia e aneddoti interessanti legati ai Borboni, non è stata accessibile al pubblico, sottraendo così alla comunità un immenso patrimonio culturale prima che economico. 
La fatiscenza attuale ha avuto una drammatica accelerazione negli ultimi vent’ anni. Il più grande istituto di credito del Mezzogiorno, il Banco di Napoli, erogò un prestito di 50 miliardi delle vecchie lire al “Consorzio di Bonifica del Bacino Inferiore del Volturno”. Uno dei tanti prestiti clientelari a fondo perduto dell’epoca. Neanche a dirlo, il Consorzio non ha mai restituito i soldi e il finanziamento è finito nella montagna dei crediti incagliati (circa 60 mila miliardi di lire) trasferiti dal Banco alla S.g.a. (Società per la gestione delle attività, ovvero quella preposta alla liquidazione del fallimento). La S.g.a., che in questi anni è stata molto attiva nella riscossione dei crediti (tant’ è che è riuscita fino a oggi a incassarne l’ 80%) ha aperto un dossier anche sul Consorzio, essendo uno dei tanti debitori insolventi della Banca. Sorpresa: ne è uscito un gioiello dell’ architettura vanvitelliana, un complesso storico di 55 mila metri quadrati: il Real Sito di Carditello appunto.
Così oggi la S.g.a., per poter riscuotere il suo credito (che ammonta ora a 30 milioni di euro), ha avviato una procedura di esecuzione immobiliare forzata al tribunale di Caserta, avviando anche un’asta che dovrebbe concludersi tra poco più di un mese. Ed ecco l’allarme.

LA REGGIA POTREBBE FINIRE IN MANI “AMBIGUE” – Il sito dalle nobili origini, ma dal presente vergognoso, potrebbe anche finire in mani private. Ad oggi l’acquirente più importante in lizza è la Camera di commercio di Caserta, pronta a sborsare 9,3 milioni (in più occorrerà un’ ingente somma per il restauro della struttura che potrebbe diventare un centro di ricerche per il settore agroalimentare). Ma non si escludono “new entry”, dalla dubbia moralità come ha affermato il Presidente dell’associazione «Siti Reali» Alessandro Manna.
Manna da settembre ha avviato una serie di attività e incontri per ridare prestigio e attenzione alla Reggia. Ma pare che tutto sia stato inutile. Il paradosso è che la Regione Campania ha pure erogato 16 milioni di euro con la Finanziaria del 2007 (articolo 31 comma 19) con cui stabiliva l’acquisto di Carditello con tre stanziamenti rateali annuali da quantificare attraverso una stima che lo stesso ente avrebbe dovuto realizzare. Così facendo però, si ignora il vero problema, ossia la proprietà del Real sito di Carditello. Senza un vero proprietario-gestore, di fatto nessuno in questi tre anni è stato destinatario di quei fondi e dunque il complesso resta abbandonato a sé stesso, senza possibilità di riscatto.
Secondo Manna «con la messa all’asta del debito da parte della S.g.a. esiste il rischio che beni mobili ed immobili del Consorzio, tra i quali appunto la Reggia, finiscano tra i beni soggetti a rivalse degli acquirenti. Ciò vorrebbe dire che la giunta regionale si troverebbe ad affrontare una situazione quanto mai anomala: da un canto un capitale investito per un bene comune, dall’altro un immobile che potrebbe essere di proprietà privata. La paura è che, essendo a due passi da Casal di Principe — conclude Manna— esiste anche il rischio di ritrovarci con acquirenti ambigui».
Il riferimento ai Casalesi è lapalissiano. E’ noto infatti come la Camorra si nasconda dietro lindi e pinti “colletti bianchi”, partecipando ad aste o gare d’appalto, con offerte vantaggiosissima con le quali ha spesso ottenuto lavori in giro per l’Italia, e probabilmente del Mondo. Un rischio che, come ha spesso ribadito l’Associazione anti-camorra Libera, si annida nell’affidamento ai privati dei beni confiscati alle mafie, proprio perché essi potrebbero ritornare in loro possesso.

Speriamo dunque che il “Real sito di Carditello” torni agli antichi fasti di un tempo, e venga restituito alla collettività. Ma soprattutto, non passi dalla proprietà di una famiglia reale a quella di un clan camorristico.

(Fonti: Realsitocarditello.itCorriere della seraCorriere del mezzogiorno)

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