Brasile: tra Lula e Bolsonaro due visioni opposte del paese

Brasile: tra Lula e Bolsonaro due visioni opposte del paese

Le elezioni in Brasile sembravano avere un esito scontato. I sondaggi davano per vincente, seppur di poco oltre il 50 percento, Luiz Inácio Lula da Silva, meglio noto come Lula. Tornato in sella dopo 11 anni dalla fine del suo mandato da Presidente e un lungo periodo di carcere per corruzione: ben 580 giorni (condanna a 12 anni totali) per poi essere scagionato da ogni accusa dalla Corte Suprema.

Ed invece, Jair Bolsonaro è riuscito a trascinarlo al ballottaggio, che si terrà il 30 ottobre. Il presidente uscente ha raggiunto il 43 percento rispetto al 48 percento di Lula. E tutto è ancora aperto.

Vediamo come funzionano le elezioni in Brasile e quanto sono diversi Lula e Bolsonaro.

Elezioni in Brasile come funzionano

Come spiega La Stampa, le elezioni politiche prevedono il rinnovo del parlamento, con 513 deputati della Camera e 81 membri del Senato. In concomitanza, si svolgono anche le elezioni nei 27 territori che formano il Brasile, sia per i governatori che per gli organi legislativi.
Il voto in Brasile è obbligatorio per i cittadini alfabetizzati – un 10% di brasiliani è ancora analfabeta, sebbene proprio Lula abbia aumentato di molto gli scolarizzati – di maggiore età. Sebbene sia facoltativo tra i 16 ed 18 anni e dopo i 70. Chi non si reca alle urne rischia una multa.

Si svolgono sempre la prima domenica di ottobre, mentre eventuali ballottaggi si tengono l’ultima domenica del mese. Al voto sono chiamati 156 milioni di elettori.

Il voto è elettronico e i candidati possono essere diversi, sebbene, come accade in molte parti del mondo, alla fine i favoriti finiscano sempre per essere solo due. Mentre gli altri sono molto distaccati, ma possono risultare decisivi per i ballottaggi.

I nuovi eletti si insediano nel gennaio dell’anno successivo, mentre la legislatura termina alla fine del mese.

Il ritorno di Lula, riformatore per i poveri

Lula era diventato un simbolo del socialismo latinoamericano. Ha governato il Brasile dal 2003 al 2011. Anni che sono stati caratterizzati da una serie di programmi sociali, come Bolsa Familia o Fame Zero, che hanno permesso a 20 milioni di brasiliani di uscire dalla povertà estrema e portato la disoccupazione a livelli minimi. Importante anche la scolarizzazione di un paese affetto ancora da un largo analfabetismo.
Certo, Lula è stato favorito anche da un contesto storico molto diverso. Quando si è trovato a governare all’inizio del 21esimo secolo, il Brasile si è imposto sul mercato globale grazie al boom di materie prime ed alimenti, in particolare verso la Cina affamata di risorse. Il Paese passò da 13esima a settima potenza economica mondiale.

Il Brasile superò indenne la crisi finanziaria del 2008, continuando a mantenere un ritmo di crescita tra il 5-6%, fino al 2014. Da allora, il Paese è finito tecnicamente in recessione, con un Pil che è cresciuto in media dello 0,15% nel decennio che si è concluso nel 2021. Complice la meno incisiva Dilma Rouseff, sua successore, nonché l’attuale presidente Bolsonaro che ha cavalcato il neoliberismo.

Lula si è ricandidato promettendo di rimettere al centro l’iniziativa dello stato nella politica economica e negli investimenti, soprattutto destinati al rinnovamento delle infrastrutture.

Bolsonaro, il neoliberista che ha distrutto l’Amazzonia

Jair Bolsonaro, ed il suo ministro delle Finanze, Paulo Guedes, hanno invece proposto un’agenda super liberista, pro business, tesa a tagliare la burocrazia, promuovere le privatizzazioni e ridurre le tutele sul lavoro.

Lifegate fa un elenco di tutte le cose fatte da Bolsonaro in questi 4 anni di mandato. Soprattutto contro la foresta amazzonica, gli indigeni, i diritti civili, la negazione del Covid-19.

Partendo dall’Amazzonia, se nel 2004 si era raggiunto il picco di oltre 30mila chilometri quadrati di foresta cancellata dalle attività di deforestazione, con Lula, e una serie di congiunture dei mercati, si era riuscito a ridurre il tasso di distruzione forestale. Toccando nel 2012 il livello più basso di abbattimento di alberi con “soli 4,6mila chilometri quadrati cancellati, l’84 per cento in meno del 2004.

Bolsonaro, forse foraggiato anche dagli interessi degli imprenditori, si è scagliato contro una regolamentazione ambientale a suo dire troppo stringente e limitante per l’attività estrattiva mineraria e per l’agricoltura. Ha così allentato i vincoli per l’abbattimento di alberi, tagliato le risorse destinate alla lotta alla deforestazione e ridotto il personale impegnato nel ministero dell’Ambiente e nell’agenzia di protezione ambientale statale Ibama e quella di tutela della biodiversità ICMBio.

Per effetto di ciò, tra il 2019 e il 2021 il Brasile ha perso oltre 33.800 chilometri quadrati di foresta pluviale, un’area grande come il Belgio. Inoltre, Ricardo Salles, ministro dell’Ambiente del governo Bolsonaro, si è dimesso nel 2021 per l’accusa di aver avuto un ruolo nel contrabbando di legname.

Ciò ha portato anche gravi problemi per le popolazioni indigene che abitano la foresta pluviale, che hanno dato vita a veementi proteste. Non a caso, a capo dell’Agenzia degli affari indigeni (Funai) è stato messo Marcelo Xavier, che ha dato direttive alla polizia di usare il pugno duro tanto contro gli attivisti per i diritti degli indigeni, quanto contro i leader indigeni stessi impegnati in campagne e battaglie.

Bolsonaro ha anche promosso una legge che impedisce alle comunità indigene di reclamare e ottenere le loro terre tradizionali. Ha riconosciuto a persone non indigene 239mila ettari di terre in aree protette indigene.

Discutibile anche la gestione del Covid-19, con oltre 600mila decessi e i contagi certificati oltre 30 milioni. Solo Cina e Stati Uniti hanno fatto peggio. Al punto che la Commissione parlamentare d’inchiesta (Cpi) del Senato, ha chiesto nell’ottobre 2021 l’incriminazione del presidente Bolsonaro per “omicidio di massa”. Anche perché la situazione più critica si è verificata nelle sovrappopolate favelas.
Sotto l’era Bolsonaro è andata anche restringendosi, di molto, la libertà di stampa e di opposizione. Pesante è stato anche il controllo sui Social.

Infine, Bolsonaro ha condotto una battaglia contro la comunità lgbtqia+, puntando alla restrizione dei loro diritti.

La nota positiva per noi italiani è stato il rilascio di Cesare Battisti.

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Pubblicato da Luca Scialò

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