Ecco chi è Antonio Di Pietro e perché sostiene il Sì al Referendum sulla Giustizia.
Articolo in sintesi
- Chi è Antonio Di Pietro
Classe 1950, Antonio Di Pietro è stato tra i magistrati protagonisti di Mani pulite, inchiesta giudiziaria che ha indagato sul malaffare diffuso definito Tangentopoli. Tolta la toga, ha fondato il partito Italia dei valori, diventando anche Ministro delle infrastrutture nel 2008.
- Perché Di Pietro sostiene il Sì al Referendum sulla giustizia?
Poiché ritiene giusta la separazione delle carriere tra i Magistrati, affinché i ruoli non si confondano tra inquirenti e giudicanti e non si creino sbilanciamenti nei poteri.
Antonio Di Pietro è tornato in auge mediaticamente per la sua posizione rispetto al Referendum sulla Giustizia che si terrà i prossimi 22e 23 marzo. Per il quale, a sorpresa di tanti, si sta schierando per il Sì. Dunque, appoggiando la posizione di quel centrodestra che da politico ha tanto avversato. Soprattutto Forza Italia, fondato dall’acerrimo nemico Silvio Berlusconi, oggi ancora sopravvivente e influente nel panorama politico italiano nonostante la dipartita del suo padre fondatore e a dispetto di ogni previsione.
Chi è Antonio Di Pietro
Antonio Di Pietro, classe 1950, di Montenero di Bisaccia in Molise, poliziotto prima, Magistrato poi, politico dopo e opinionista oggi, è diventato noto per essere stato uno dei membri del cosiddetto “Pool di Mani pulite“, gruppo di Magistrati che indagò sulla commistione politica-imprenditoria-alta finanza nei primi anni ’90. Giornalisticamente passata alla storia come Tangentopoli.
Inchiesta che ha portato alla demolizione dei due partiti che hanno governato l’Italia per quasi cinquant’anni: Democrazia cristiana e Partito socialista. Con il secondo diventato piuttosto influente negli anni ’80, grazie alla figura carismatica del suo leader Bettino Craxi. Diventato poi il simbolo di Tangentopoli, morto a Hammamet nel 2000 dove si era auto-esiliato.
Per quanto, comunque, la sua figura sia da tempo oggetto di rivalutazione. Soprattutto per le sue posizioni predittive sulla fine dell’Italia come agnello sacrificale dell’Unione europea. Inoltre, non mancano ombre sul fatto che la stessa inchiesta sia stata ordita dall’alto per demolire l’establishment politico italiano e smantellare il nostro paese. Cosa di fatto accaduta.
Finita la stagione di Mani pulite, Di Pietro lascia la toga consapevole di quanto il vento sia cambiato, anche per la discesa in campo di Berlusconi, personaggio frutto proprio degli anni 80 e della commistione di cui sopra. E così si ricicla in politica, corteggiato dal centro-sinistra. Fonda così prima la Lista Di Pietro e poi l’Italia dei valori. Diventando anche Ministro delle infrastrutture nel Governo Prodi del 2006-08. Esecutivo che durerà solo 2 anni poiché composto da ben 11 partiti molto diversi tra loro.
Il periodo di massimo successo elettorale per l’IDV sarà il 2009 alle elezioni europee, anche grazie al sostegno di Beppe Grillo. Comico genovese che tramite il suo blog preparava il terreno per quello che sarà il Movimento cinque stelle. Tuttavia, con la nascita di quest’ultimo, molti voti che confluivano nell’Italia dei valori finiscono ai Pentastellati. Il suicidio finale per il partito di Di Pietro sarà l’alleanza con altri partiti massimalisti sotto un unico simbolo nel 2013.
Per un po’ la sua figura finisce nei margini e nel dimenticatoio, fino a oggi, quando viene spesso richiamato dai programmi televisivi per esprimere la sua opinione sul Referendum sulla Giustizia. Che vede come argomento principale, la divisione delle carriere in magistratura, in giudicanti e inquirenti.
Perché Di Pietro sostiene il SI al Referendum sulla Giustizia
La sua posizione viene riportata da La Repubblica, che riporta la posizione espressa in occasione dell’iniziativa promossa dal consigliere comunale di centrodestra barese Giuseppe Carrieri. Qui alcuni passaggi chiave:
Oggi il problema è questo: il giudice, cioè l’arbitro, fa parte della stessa famiglia del giocatore, cioè del pubblico accusatore. E questa riforma cosa vuole fare? Semplicemente separare le due famiglie e dire che non devono stare nello stesso consiglio superiore della magistratura dove quando si deve decidere chi deve fare il presidente del Tribunale di Bari piuttosto che il procuratore della Repubblica di Trani, Brindisi, Milano e Torino non potete deciderlo insieme. Perché è chiaro che se vi mettete d’accordo a chi fa cosa, io che entro in tribunale come faccio a sentirmi tranquillo che l’arbitro è veramente terzo? Questa separazione delle carriere mette quindi in condizione il cittadino, a prescindere dalla buona fede di tutti i protagonisti, di sentirsi più sereno
(…) E non credete a chi dice che con questa riforma i magistrati risponderanno alla politica. Loro rispondono solo alla legge e al rispetto della Costituzione
Questa riforma ora è stata fatta dal governo e da una maggioranza di centrodestra ma prima l’avevamo fatta noi come governo e con una maggioranza di centrosinistra. Questa separazione delle carriere è stata quindi voluta sia dalla sinistra che dalla destra. E in questo momento ci sono i comitati per il “No” e per il “Sì” fra gli stessi magistrati e altrettanti diversi comitati anche nello stesso Partito Democratico
Qui invece lascio un video:
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