Discorso di Draghi sul Britannia: proclamò fine dell’Italia

Discorso di Draghi sul Britannia: proclamò fine dell’Italia

Introduzione

Diamo un’occhiata al discorso di Draghi sul Britannia. A quasi un anno esatto dalla sua investitura a Presidente del consiglio, torna come allora il suo discorso sullo Yatch Britannia tenuto il 2 giugno 1992. Oggi perché si parla di una nuova proclamazione, a conclusione di una carriera rampante: quella di Presidente della Repubblica.

Parliamo di Mario Draghi e del suo discorso sul Britannia che ha praticamente anticipato quanto accadrà all’Italia negli anni successivi. La data pure è significativa. Correva l’anno 1992, quello di Mani pulite, inchiesta partita da una semplice mazzetta scoperta nel Pio Albergo Trivulzio di Milano, che metterà a soqquadro il sistema politico italiano. Con il dissolvimento, a colpi di manette, dei due partiti che governavano il Belpaese dal dopoguerra: Dc e Psi.

Ma la data è significativa anche se si guarda al giorno: il 2 giugno. Non tanto perché era, paradossalmente, la festa della Repubblica. Ma perché si piazza tra due stragi, quelle in cui morirono due figure chiave della lotta alla Mafia: Falcone prima e Borsellino poi.

Draghi, come vedremo nel testo completo, parlerà delle privatizzazioni come via necessaria per il nostro Paese. Un depauperamento dei beni materiali ed immateriali del nostro paese, al quale fecero però anche seguito inefficienza, mancati investimenti, mancata innovazione, svendita agli stranieri, licenziamenti, e chiusure di stabilimenti produttivi.

Ma vediamo di seguito cos’è il Britannia e il discorso di Mario Draghi.

Cos’è il Britannia

Si trattò di una crociera al largo delle coste italiane su una nave battente bandiera britannica e dunque sotto giurisdizione britannica.

Una crociera prima negata additando come paranoici complottisti coloro che ne parlavano e poi disvelata dal Presidente Cossiga in TV e da quel punto derubricata a banale cocktail tra amici. Una Love boat tra potenti insomma.

Come riporta Wikipedia, il Britannia era una nave varata il 16 aprile 1953, ed entrò in servizio l’11 gennaio 1954. Il Britannia, durante la sua vita operativa, è stato ampiamente utilizzato per il trasporto non solo dei membri della Famiglia Reale, ma anche di importanti personalità straniere. Il panfilo reale fu utilizzato anche da Carlo e Diana per il loro viaggio di nozze, nel 1981.

Ma fu anche adibita per scopi civili: venne usata nel 1986 in occasione della guerra civile in Aden, per l’evacuazione di circa 1.000 rifugiati.

Il Britannia sarà dismesso a fine 1997 per scelta del governo laburista guidato da John Major per motivi economici. Anche esso, quindi, a suo modo fu vittima di dismissioni pubbliche ma in terra british.

Per quanto concerne il discorso di Draghi sul Britannia, l’incontro avvenne in acque italiane. La nave attraccò al porto di Civitavecchia facendo poi rotta lungo la costa dell’Argentario.

Alla riunione parteciparono, oltre ad alcuni banchieri inglesi, anche un gruppo di manager ed economisti italiani:

  • Herman van der Wyck, presidente Banca Warburg
  • Lorenzo Pallesi, presidente INA Assitalia
  • Jeremy Seddon, direttore esecutivo Barclays de Zoete Wedd
  • Innocenzo Cipolletta, direttore generale di Confindustria
  • Giovanni Bazoli, presidente Banca Antonveneta
  • Gabriele Cagliari, presidente Eni
  • Luigi Spaventa, economista e docente
  • Mario Draghi, Direttore Generale del Ministero del Tesoro

Testo discorso di Draghi sul Britannia

Il Fatto quotidiano riporta il testo del discorso di Mario Draghi sul Britannia per intero. Che io di seguito divido per argomenti

L’importanza della privatizzazione

Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico. Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana. Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco.

Non deve sorprendere, perché un’ampia privatizzazione è una grande – direi straordinaria – decisione politica, che scuote le fondamenta dell’ordine socio-economico, riscrive confini tra pubblico e privato che non sono stati messi in discussione per quasi cinquant’anni, induce un ampio processo di deregolamentazione, indebolisce un sistema economico in cui i sussidi alle famiglie e alle imprese hanno ancora un ruolo importante. In altre parole, la decisione sulla privatizzazione è un’importante decisione politica che va oltre le decisioni sui singoli enti da privatizzare. Pertanto, può essere presa solo da un esecutivo che ha ricevuto un mandato preciso e stabile.

Altri oratori parleranno dello stato dell’arte in quest’area: dove siamo ora da un punto di vista normativo, e quali possono essere i prossimi passaggi. Una breve panoramica della visione del Tesoro sui principali effetti delle privatizzazioni può aiutare a comunicare la nostra strategia nei prossimi mesi. Primo: privatizzazioni e bilancio. La privatizzazione è stata originariamente introdotta come un modo per ridurre il deficit di bilancio. Più tardi abbiamo compreso, e l’abbiamo scritto nel nostro ultimo rapporto quadrimestrale, che la privatizzazione non può essere vista come sostituto del consolidamento fiscale, esattamente come una vendita di asset per un’impresa privata non può essere vista come un modo per ridurre le perdite annuali. Gli incassi delle privatizzazioni dovrebbero andare alla riduzione del debito, non alla riduzione del deficit.

I potenziali benefici

Quando un governo vende un asset profittevole, perde tutti i dividendi futuri, ma può ridurre il suo debito complessivo e il servizio del debito. Quindi, la privatizzazione cambia il profilo temporale degli attivi e dei passivi, ma non può essere presentata come una riduzione del deficit, solo come il suo finanziamento. (Questo fatto, nella visione del Tesoro, ha alcune implicazioni che vedremo in un secondo momento). Le conseguenze politiche di questa visione sono due. Dal punto di vista della finanza pubblica, il consolidamento fiscale da mettere a bilancio per l’anno 1993 e i successivi non dovrebbe includere direttamente nessun ricavo dalle privatizzazioni. Nel contempo, dovremmo avviare un piano di riduzione del debito con gli incassi dalle privatizzazioni. Ciò implicherà più enfasi del Tesoro sulle implicazioni economiche complessive delle privatizzazioni e sull’obiettivo ultimo di ricostruire gli incentivi per il settore privato.

La ricchezza finanziaria

Secondo: privatizzazioni e mercati finanziari. La privatizzazione implica un cambiamento nella composizione della ricchezza finanziaria privata dal debito pubblico alle azioni. L’effetto di riduzione del debito pubblico può implicare una discesa dei tassi di interesse. Ma l’impatto sui mercati finanziari può essere molto più importante, quando vediamo che la quantità di ricchezza privata in forma di azioni è piccola in relazione alla ricchezza privata totale e che con le privatizzazioni può aumentare in modo significativo. In altre parole, i mercati finanziari italiani sono piccoli perché sono istituzionalmente piccoli, ma anche perché – forse in modo connesso – gli investitori italiani vogliono che siano piccoli. Le privatizzazioni porteranno molte nuove azioni in questi mercati. L’implicazione politica è che dovremmo vedere le privatizzazioni come un’opportunità per approvare leggi e generare cambiamenti istituzionali per potenziare l’efficienza e le dimensioni dei nostri mercati finanziari.

La crescita

Tre: privatizzazioni e crescita. (In molti casi) vediamo le privatizzazioni come uno strumento per aumentare la crescita. Nella maggior parte dei casi la privatizzazione porterà a un aumento della produttività, con una gestione migliore o più indipendente, e a una struttura più competitiva del mercato. La privatizzazione quindi potrebbe parzialmente compensare i possibili – ma non certi – effetti di breve termine di contrazione fiscale necessaria per un bilancio più equilibrato. In alcuni casi, per trarre beneficio dai vantaggi di un aumento della concorrenza derivante dalla privatizzazione, potrebbe essere necessaria un’ampia deregolamentazione. Questo processo, se da una parte diminuisce le inefficienze e le rendite delle imprese pubbliche, dall’altra parte indebolisce la capacità del governo di perseguire alcuni obiettivi non di mercato, come la riduzione della disoccupazione e la promozione dello sviluppo regionale. Tuttavia, consideriamo questo processo – privatizzazione accompagnata da deregolamentazione – inevitabile perché innescato dall’aumento dell’integrazione europea. L’Italia può promuoverlo da sé, oppure essere obbligata dalla legislazione europea. Noi preferiamo la prima strada.

Cosa occorrerà fare

Le implicazioni di policy sono che: a) un grande rilievo verrà dato all’analisi della struttura industriale che emergerà dopo le privatizzazioni, e soprattutto a capire se assicurino prezzi più bassi e una migliore qualità dei servizi prodotti; b) nei casi rilevanti la deregolamentazione dovrà accompagnare la decisione di privatizzare, e un’attenzione speciale sarà data ai requisiti delle norme comunitarie; c) dovranno essere trovati mezzi alternativi per perseguire obiettivi non di mercato, quando saranno considerati essenziali. Quarto: privatizzazioni e depoliticizzazione. Un ultimo aspetto attraente della privatizzazione è che è percepita come uno strumento per limitare l’interferenza politica nella gestione quotidiana delle aziende pubbliche. Questo è certamente vero e sbarazzarsi di questo fenomeno è un obiettivo lodevole. Tuttavia, dobbiamo essere certi che dopo le privatizzazioni non affronteremo lo stesso problema, col proprietario privato che interferisce nella gestione ordinaria dell’impresa. Qui l’implicazione politica immediata è l’esigenza di accompagnare la privatizzazione con una legislazione in grado di proteggere gli azionisti di minoranza e di tracciare linee chiare di separazione tra gli azionisti di controllo e il management, tra decisioni societarie ordinarie e straordinarie.

A cosa occorre fare attenzione

A cosa dobbiamo fare attenzione, per valutare la forza del mandato politico di un governo che voglia veramente privatizzare? Primo, occorre una chiara decisione politica su quello che deve essere considerato un settore strategico. Non importa quanto questo concetto possa essere sfuggente, è comunque il prerequisito per muoversi senza incertezze. Secondo, visto che non c’è una Thatcher alle viste in Italia, dobbiamo considerare un insieme di disposizioni sui possibili effetti delle privatizzazioni sulla disoccupazione (se essa dovesse aumentare come effetto della ricerca dell’efficienza), sulla possibile concentrazione di mercato, e sulla discriminazione dei prezzi (quest’ultima in particolare per la privatizzazione delle utility). Terzo, occorre superare i problemi normativi. Un esempio importante: le banche, che secondo la legislazione antitrust (l. 287/91) non possono essere acquisite da imprese industriali, ma solo da altre banche, da istituzioni finanziarie non bancarie (Sim, fondi pensione, fondi comuni di investimento, imprese finanziarie), da compagnie assicurative e da individui che non siano imprenditori professionisti. In pratica, siccome in Italia non ci sono virtualmente grandi banche private, gli unici possibili acquirenti tra gli investitori domestici sono le assicurazioni o i singoli individui. Una limitazione molto stringente.

La sfida più importante

In ordine logico, non necessariamente temporale, tutti questi passaggi dovrebbero avvenire prima del collocamento. In quel momento, affronteremo la sfida più importante: considerando che una vasta parte delle azioni sarà offerta, almeno inizialmente, agli investitori domestici, come facciamo spazio per questi asset nei loro portafogli? Qui giunge in tutta la sua importanza la necessità che le privatizzazioni siano a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico. Solo se abbiamo successo nel compito di ridurre “continuamente e sostanziosamente” il nostro rapporto tra debito e Pil, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori. Allo stesso tempo, l’assorbimento di queste nuove azioni può essere accelerato dall’aumento dell’efficienza del nostro mercato azionario e dall’allargamento dello spettro degli intermediari finanziari. Qui il pensiero va subito alla creazione di fondi pensione ma, di nuovo, i fondi pensione sono alimentati dal risparmio privato che da ultimo deve essere accompagnato dal sistema di sicurezza sociale nazionale verso i fondi pensione. Ma un ammanco dei contributi di sicurezza sociale allo schema nazionale implicherebbe di per sé un deficit più elevato. Questo ci porta a una conclusione di policy sui fondi pensione: possono essere creati su una base veramente ampia solo se il sistema nazionale di sicurezza sociale è riformato nella direzione di un sistema meglio finanziato o più equilibrato rispetto a quello odierno.

L’obiettivo del discorso

Questa presentazione non era fatta per rispondere alla domanda su quanto possa essere veloce il processo di privatizzazioni – non è il momento giusto per affrontare il tema. L’obiettivo era fornirvi una lista delle cose da considerare per valutare la solidità del processo. La conclusione generale è che la privatizzazione è una delle poche riforme nella vita di un paese che ha assolutamente bisogno del contesto macroeconomico giusto per avere successo. Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo.

Le conclusioni

Lasciatemi concludere spiegando, nella visione del Tesoro, la principale ragione tecnica – possono esserci altre ragioni, legate alla visione personale dell’oratore, che vi risparmio – per cui questo processo decollerà. La ragione è questa: i mercati vedono le privatizzazioni in Italia come la cartina di tornasole della dipendenza del nostro governo dai mercati stessi, dal loro buon funzionamento come principale strada per riportare la crescita. Poiché le privatizzazioni sono così cruciali nello sforzo riformatore del Paese, i mercati le vedono come il test di credibilità del nostro sforzo di consolidamento fiscale. E i mercati sono pronti a ricompensare l’Italia, come hanno fatto in altre occasioni, per l’azione in questa direzione. I benefici indiretti delle privatizzazioni, in termini di accresciuta credibilità delle nostre politiche, sono secondo noi così significativi da giocare un ruolo fondamentale nel ridurre in modo considerevole il costo dell’aggiustamento fiscale che ci attende nei prossimi cinque anni.

Conclusioni

Come detto, ciò che ne seguirà per l’Italia saranno anni di privatizzazioni di grandi aziende pubbliche, perdita graduale di sovranità.

Contestualizzando, era il periodo nel quale ci si era illusi che il capitalismo fosse la via per il benessere diffuso, avendo vinto la guerra ideologica contro il comunismo.

Ma era anche il periodo nel quale la Globalizzazione veniva presentata come strumento per ridurre il gap tra paesi ricchi e paesi poveri. Una mescolanza di culture che avrebbe portato anche essa benessere diffuso, abbattimento delle differenze sociali e culturali, ed altre menate simili. Roba che neanche nella iconica canzone We are the world del decennio precedente veniva descritta.

Era anche il periodo nel quale veniva siglato il Trattato di Maastricht, muro maestro per l’edificazione della Moneta unica e dell’Unione europea.

Come sempre, però, il miglior giudice è la Storia. E abbiamo visto com’è andata a finire. Le uniche ad aver beneficiato di tutto ciò sono state le grandi multinazionali, che hanno cannibalizzato, tra gli altri, anche il nostro Paese. Con la complicità di una politica condannabile per Alto tradimento del popolo sovrano.

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Pubblicato da Luca Scialò

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Una risposta a “Discorso di Draghi sul Britannia: proclamò fine dell’Italia”

  1. Tutto ciò è accaduto perchè l’Italia è un paese debole, come lo è sempre stato dalla sua unificazione. Mai gli italiani hanno saputo essere un popolo vero, coeso, omogeneo, e la varie classi politiche che nel corso di un secolo e mezzo si sono succedute al timone di questa “nave senza nocchiero in gran tempesta” (Dante, purgatorio, canto VI) non potevano essere, in quanto espressione di questo popolo, di superiore levatura rispetto ad esso. Abbiamo pagato lo scotto di non aver mai contato una cicca, così come una gazzella malata e debole non sopravvive a lungo nella savana tra i leoni.

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