Nuovo Codice Appalti: i tanti rischi della riforma del governo Meloni

Nuovo Codice Appalti: i tanti rischi della riforma del governo Meloni

Uno degli aspetti che ha sempre caratterizzato i vari governi di centro-destra succedutisi in questi ormai trent’anni (dal primo Governo Berlusconi del 1994), è stata la semplificazione del settore edilizio. Sia per quanto riguarda i lavori da svolgere, sia per quanto riguarda i lavori già eseguiti e che sono in odore di abusivismo (leggi condono).

In effetti, quanti hanno a che fare con l’edilizia o i proprietari immobiliari, sono solitamente compiaciuti dell’andata a Palazzo Chigi di un governo di centro-destra. Se però fino ad oggi la quota di maggioranza l’aveva sempre vantata Forza Italia, guidata da un imprenditore, quindi ben conscio dell’esigenza dei suoi colleghi, nulla sembra essere cambiato ora che la guida è affidata ad una esponente della destra sociale. Un tempo poggiante su slogan del tipo “anche se tutti, noi no!“.

Infatti, il nuovo Codice degli appalti in procinto di essere approvato, segue la tradizione destrorsa. Anche se c’è da dire che un grosso contributo l’ha dato pure Matteo Salvini, Ministro delle infrastrutture.

Una pesante critica arriva dal numero uno dell’Anticorruzione (Anac) Giuseppe Busia, il quale elenca tutti gli aspetti critici e i relativi rischi del nuovo Codice degli appalti.

I rischi del Nuovo codice degli appalti secondo Giuseppe Busia (Anac)

Come riporta Il fatto quotidiano, le “scorciatoie” sono quelle già previste come eccezioni fin dal 2020 ma rese ora la regola. Tra queste, l’innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti, specie per servizi e forniture, o l’eliminazione di avvisi e bandi per i lavori fino a cinque milioni di euro. A questo vanno aggiunte le novità volute dal ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. Che, su richiesta dell’Ance, ha tra l’altro alzato fino a 500mila euro il valore dei lavori che anche i piccoli Comuni senza personale ad hoc e competenze possono continuare ad affidare in proprio. E ha pure previsto che le unioni di Comuni siano iscritte con riserva nell’elenco delle centrali di committenza qualificate, uccidendo così sul nascere lo strumento della qualificazione indispensabile, secondo Busia, per aggiungere standard europei e spendere bene anche le risorse del Pnrr.

Questa la disamina di Busia:

Non possiamo più sostenere un’architettura istituzionale in cui tutte le 26.500 stazioni appaltanti registrate possano svolgere qualunque tipo di acquisto, a prescindere dalle loro capacità. Occorre una drastica riduzione del loro numero (…) Solo le amministrazioni in grado di utilizzare le più evolute tecnologie possono gestire le gare più complesse

Ma “le potenzialità insite nella riforma sono state limitate innalzando a 500.000 euro la soglia oltre la quale è obbligatoria la qualificazione per l’affidamento di lavori pubblici, col risultato di escludere dal sistema di qualificazione quasi il 90% delle gare espletate“. Ridurre le stazioni appaltanti è “una necessità, non solo per rispondere all’obiettivo posto dal Pnrr, ma anche per assicurare procedure rapide, selezionare i migliori operatori e garantire maggiori risparmi nell’interesse generale”

Il presidente Anac ha messo in guardia anche sui rischi del subappalto a cascata:

Non possiamo dimenticare che tale istituto, per poter conservare una ragione economica, quasi sempre porta con sé, in ogni passaggio da un contraente a quello successivo, una progressiva riduzione del prezzo della prestazione. E questa necessariamente si scarica o sulla minore qualità delle opere, o sulle deteriori condizioni di lavoro del personale impiegato

Un’altra critica riguarda la mancata introduzione nel Codice degli appalti, nonostante i numerosi solleciti, dell’obbligo per gli operatori economici di dichiarare il titolare effettivo dell’impresa, rafforzandolo con adeguate sanzioni per l’omessa o la falsa dichiarazione.

Si è persa l’occasione di introdurlo nel Codice, nonostante i numerosi solleciti, rafforzandolo con adeguate sanzioni per l’omessa o la falsa dichiarazione”. L’auspicio è che il legislatore colmi presto questa carenza, “in linea con quanto richiesto dalla normativa internazionale, anche in materia di antiriciclaggio. Gli enti pubblici devono conoscere i soggetti con cui intrattengono rapporti contrattuali, al di là degli schermi societari

Il nuovo Codice degli appalti carente anche sulla parità generazionale e di genere

Giuseppe Busia, presidente dell’‘Autorità nazionale anticorruzione, ha posto l’accento anche sulla mancata occasione di una completa realizzazione della parità generazionale e di genere.

Quasi il 70% degli appalti del Pnrr e del Piano nazionale complementare prevedono una deroga totale alla clausola che obbliga le imprese che si aggiudicano la gara a occupare almeno il 30% di giovani under 36 e donne: ben 51.850 su un totale di 75.109 affidamenti Pnrr o Pnc censiti nella Banca dati nazionale dei contratti pubblici di Anac da luglio 2022 al 1° giugno 2023, ossia il 69,03%. Sono 1900 (il 2,53%) i bandi per cui le stazioni appaltanti hanno chiesto una deroga parziale (ovvero un abbassamento della clausola del 30%) mentre 21.229 (il 28,26%) prevedono il rispetto della quota. Nel 39,29% dei casi (23.666 affidamenti) le stazioni appaltanti non hanno specificato il motivo della deroga indicando tra le opzioni “Altro”, nel 38,8% (23.372 affidamenti) la motivazione è l’importo ridotto del contratto, nel 7,67% (4.619 affidamenti) necessità di esperienza o di particolari abilitazioni professionali, nel 6,43% dei casi (3.873 affidamenti) è la scarsa occupazione femminile nel settore, nel 3,63% (2.189 affidamenti) il mercato di riferimento, nel 3,43% (2.066 affidamenti) il numero di lavoratori inferiore a tre. Man mano che cresce l’importo dell’appalto, cresce, ma in maniera contenuta, anche il rispetto delle quote.

Tra i 4.328 appalti superiori al milione di euro il 59,4% rispetta la quota del 30% di occupazione di giovani e donne, il 23,31% prevede la deroga totale, il 17,14% la deroga parziale.

Insomma, secondo Busia:

i dati confermano che quasi nel 60% degli appalti sopra i 40.000 euro e nel 44% di quelli sopra i 150.000 euro, le stazioni appaltanti non hanno inserito, nei bandi, le relative clausole

Rischi anche per il Ponte sullo stretto

Infine, un pensiero Busia lo dedica anche a quello che potrebbe essere il fiore all’occhiello del Governo Meloni: la realizzazione del Ponte sullo stretto, del quale si parla fin dall’Unità d’Italia. Quindi da quasi 160 anni. Salvini vorrebbe passare alla storia come colui che ha finalmente permesso la realizzazione di questa opera, che collegherebbe, come noto Sicilia e Calabria. Regioni, peraltro, messe male a loro volta dal punto di vista infrastrutturale. Sebbene il segretario della Lega in passato diceva di No alla sua realizzazione, come scritto qui.

Un’opera oggettivamente utile, visto che, sia se si viaggia in treno che in macchina, ancora oggi nel 2023 serve circa un’ora e mezza per completare l’attraversamento dello stretto di Messina da ambo le parti.

Tuttavia, i dubbi riguardano il fatto che l’opera ricadrebbe in una zona ad alto rischio sismico e con forti rischi di infiltrazioni malavitose nei lavori. Oltre al fatto che andrebbe realizzata con materiale ecocompatibile per proteggere la biodiversità che si andrebbe ad impattare e, infine, occorre trovare soluzioni per la crisi occupazionale che si arrecherebbe al comparto del trasporto marittimo oggi impegnato nello stretto di Messina.

Orbene, il presidente dell’Anac rileva

uno squilibrio nel rapporto tra il concedente pubblico e la parte privata, a danno del pubblico, sul quale finisce per essere trasferita la maggior parte dei rischi“. Sul decreto che si basa su un progetto elaborato oltre dieci anni fa,l’Anac ha proposto alcuni interventi emendativi per “rafforzare le garanzie della parte pubblica, non accolti, tuttavia, dal Governo in sede di conversione del decreto”.

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