Pubblicità

Legge elettorale, la destra punta al potere ma non alla rappresentatività

Vediamo come funziona lo Stabilicum, la riforma elettorale proposta dal centro-destra che sostiene il Governo Meloni.

Mattarellum, Porcellum, Italicum, Rosatellum. No, non è una esercitazione dell’ostico latino, bensì i nomi suadenti delle ultime 4 riforme della legge elettorale che di fatto non hanno mai risolto il problema di fondo. Scarsa rappresentatività e stabilità di chi governa. Ovviamente, la maggioranza parlamentare cerca di restare tale cucendosi addosso una riforma che gli garantisca di restare tale per tanti altri anni ancora.

E così, anche il centro-destra in sostegno del Governo Meloni ha proposto, tramite emendamento, la sua bella riforma. E sempre con una denominazione rigorosamente in latino: Stabilicum. Si tratta di una timida apertura alla rappresentatività, bocciata per un solo voto al Senato a scrutinio segreto.

Dunque, la maggioranza è stata vittima dei cosiddetti “franchi tiratori“. Le opposizioni hanno esultato manco fossero allo stadio, avvinghiandosi ai piccoli successi in tempi di “vacche magre“.

Ma come funziona la legge elettorale targata Meloni? E negli altri paesi? Ce lo spiega con estrema semplicità Roberto Pecchioli.

Come funziona lo Stabilicum, la legge elettorale proposta da Meloni e centro-destra?

Lo Stabilicum propone un compromesso tra stabilità e rappresentatività. Ma di fatto ha del comico: il capolista resta bloccato e scelto dalle segreterie di partito, mentre tutti gli altri inseriti nella lista devono andare a caccia di preferenze. Il tutto, con l’aggiunta delle questioni “di genere”.

Alla fine, come sostiene Pecchioli

nulla cambierà se il potere vero non tornerà nei parlamenti e nelle istituzioni nazionali elettive, sottraendolo a trattati, norme internazionali e transnazionali, burocrazie a cui si accede per cooptazione, circoli riservati, centrali finanziarie e giganti multinazionali

Il sociologo Colin Crouch ha coniato il termine post-democrazia:

le istituzioni democratiche permangono formalmente (si tengono elezioni, i partiti competono, persiste una certa libertà di parola), ma il dibattito è ridotto a spettacolo di marketing gestito da specialisti delle pubbliche relazioni

Mentre Fabrizio Fratus la descrive così:

Divide il popolo su questioni artificiali (soprattutto il sistema dei “diritti” civili, individuali e sessuali) “impedendo l’unione organica della popolazione contro lo sfruttamento economico reale. La democrazia parlamentare è divenuta la formula politica con cui pochi legittimano il proprio dominio sui molti

Come funziona il sistema elettorale negli altri Paesi?

Fracchioli fornisce anche una rapida ed efficace panoramica su come funziona il sistema elettorale in altri Paesi:

  • Nei Paesi anglosassoni i collegi sono uninominali e vince chi arriva primo. Ma la realtà è che il sistema si depoliticizza (apparentemente) e avviene il doppio fenomeno della scarsa partecipazione al voto e del mancato consenso popolare;
  • Nel Regno Unito nessun governo rappresenta la maggioranza di chi vota, in barba al principio base della democrazia quantitativa;
  • Negli USA l’impianto federale e la regola dei giocatori di poker (chi vince la partita si aggiudica tutta la posta) fa sì che il presidente possa essere eletto da una minoranza legalmente costituita (i delegati degli Stati federati) contro la maggioranza dei votanti. Rappresentatività vicina allo zero dunque;
  • In Germania il sistema è misto, complesso: metà dei seggi a chi vince nei collegi uninominali, l’altra metà proporzionale con sbarramento nazionale del cinque per cento. Vige con successo da 80 anni, almeno se si parte dalla parte Ovest del paese quando c’era il muro di Berlino. Tuttavia, il recente malcontento generale crescenze e l’avanzamento di movimenti anti-sistema fanno sì che stia cedendo;
  • In Spagna i collegi sono provinciali, quasi tutti molto piccoli; favoriscono i partiti maggiori da un lato e quelli territoriali dall’altro. Ciò, per quanto si sforzi di accontentare le tante istanze minoritarie spagnole, penalizza di fatto i partiti nazionali meno forti, dando anche forte potere di ricatto per i movimenti separatisti;
  • In Francia il doppio turno impone alleanze – più “contro” che a favore – ma i collegi sono uninominali e permettono la scelta dei candidati e la formazione di maggioranze elettorali, troppo spesso solo opportunistiche.

Articolo completo su: Nuovo giornale nazionale

- / 5
Grazie per aver votato!
PubblicitàPubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.