IL TERREMOTO DELL’IRPINA, UN SISMA CHE DURA DA TRENT’ANNI. IL CASO DI SALVITELLE (SA)

IL TERREMOTO DELL’IRPINA, UN SISMA CHE DURA DA TRENT’ANNI. IL CASO DI SALVITELLE (SA)

Ci sono terremoti che durano decenni, lasciando dietro di sé una scia di false promesse, inutili attese, fondi pubblici arrivati solo ai politici che li hanno gestiti e non ai legittimi destinatari. Uno di questi è senza dubbio il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, che ebbe come epicentro Conza della Campania (AV) e che interessò ben 679 Comuni appartenenti a ben otto ProvinceAvellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia. Il sisma, iniziato alle 19:34 e durato circa 90 secondi, con magnitudo 6,9 della scala Richter, causò ben 8.848 feriti e 2.914 morti. Senza poi dimenticare quanti furono costretti a lasciare le proprie case, molti dei quali in modo definitivo, essendo queste inagibili o ridotte a misere ceneri; gli sfollati sono stati stimati intorno alle 280 mila unità.<br />IL TERREMOTO DELLMolti di questi hanno vissuto per decenni, e in taluni casi vivono ancora, in container freezer d’inverno e forni d’estate, fatti di cemento e amianto, soggiogati come detto, da anni di inutili attese e false promesse di politicanti locali susseguitisi come democrazia vuole. E’ il caso ad esempio di Salvitelle, Comune situato quasi a metà strada tra Salerno (Provincia in cui rientra) e Potenza, che prima del sisma registrava più di mille abitanti, oggi quasi dimezzati: appena 606.
La gran parte degli abitanti che è rimasta (in prevalenza anziani) ha vissuto in container fino al 2007, quando il Sindaco Pd Mimì Nunziata, succeduto ad un “demitiano doc”, Geremia Stanco, in carica da un’eternità senza prendere posizioni a riguardo (come tradizione democristiana vuole), ha deciso di far demolire il villaggio dei container per liberarli da quella vita, non certo scelta, di eterni rom; loro, che una casa vera e propria ce l’avevano. Agli abitanti rimasti ancora senza una vera abitazione, sono stati finalmente assegnati nuovi alloggi: 15 fabbricati con luce, gas, telefono e acqua potabile, per un totale di 45 alloggi tra i 45 e i 110 mq; un vero quartiere dotato di viali alberati e spazi liberi. Nunziata ha affermato di aver trovato 18 miliardi di vecchie lire inutilizzati e di averli sbloccati con una legge apposita (la 219). Meno male che qualcuno si è accorto di quel denaro pubblico “dormiente”, non certo “quisquiglie” come avrebbe detto Totò.
Il terremoto irpino ha senza dubbio tutte le referenze per rientrare nelle tante vergogne del nostro Paese. Tanti oggi (giustamente) si scandalizzano per il fatto che molti abruzzesi ad un anno e mezzo dal terremoto vivono ancora in tende o in hotel sulla costa. E cosa dovrebbero dire le vittime di quel terremoto? In quell’occasione lo scandalo si consumò fin da subito: clamorosi furono i ritardi nei soccorsi ai terremotati, vuoi per le difficoltà di accesso dei mezzi di soccorso nelle zone dell’entroterra dovute al cattivo stato della maggior parte delle infrastrutture, e alla mancanza di un’organizzazione qual è oggi la Protezione Civile (che di fatto nacque successivamente con il decreto legge nº 57 del 27 febbraio 1982, convertito poi nella legge n. 187 dello stesso anno). Tali mancanze nei soccorsi (in alcuni casi arrivarono dopo ben cinque giorni) furono contestate anche dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, giunto sui luoghi colpiti dal sisma, e le cui parole, riferite con un messaggio tv rivolto agli italiani, provocarono l’immediata rimozione dell’allora Prefetto di Avellino Attilio Lobefalo, e le dimissioni dell’allora Ministro dell’Interno Virginio Rognoni.
Ma a parte questi problemi organizzativi, il sisma irpino ha avuto anche risvolti giudiziari: nel marzo del 1987 alcuni giornali, tra cui l’Unità e L’Espresso, rivelarono che le fortune della Banca Popolare dell’Irpinia erano strettamente legate ai fondi per la ricostruzione dopo il terremoto in Irpinia del 1980. Tra i soci che traevano profitto dalla situazione c’era la famiglia di De Mita con Ciriaco proprietario di un cospicuo pacchetto di azioni che si erano rivalutate grazie al terremoto. I titoli erano posseduti anche da altri parenti. Seguì un lungo processo che si concluse nell’ottobre del 1988 con la sentenza: «Secondo i giudici del tribunale romano chiamato a giudicare sulla controversia, era giusto scrivere che i fondi del terremoto transitavano nella banca di Avellino e che la Popolare è una banca della Dc demitiana». Appresa la sentenza, l’Unità pubblicò il 3 dicembre un articolo in prima pagina dal titolo eloquente: «De Mita si è arricchito con il terremoto». Nell’inchiesta “Mani sul terremoto” (un filone dell’inchiesta “Mani pulite”) sono state coinvolte 87 persone tra cui l’on. Ciriaco de Mita, l’on. Paolo Cirino Pomicino, il sen. Salverino De Vito, l’on. Vincenzo Scotti, l’on. Antonio Gava, l’on. Antonio Fantini, l’on. Francesco De Lorenzo, l’on. Giulio Di Donato e il commissario on. Giuseppe Zamberletti. Basta citare qualche notizia emersa su questo autentico “Irpiniagate”, alcune davvero tristemente assurde: il caso della “Fondovalle Sele” costata 24 miliardi di lire al chilometro; lo stadio comunale di San Gregorio Magno ( paese di circa 3 mila abitanti in provincia di Salerno) costato più dello stadio San Paolo di Napoli; alcuni giornalisti riuscirono a dimostrare che Avellino era la provincia italiana dove si vendevano più Mercedes e Volvo e dove, dopo il sisma, i possessori di yacht erano passati da 4 a oltre 100. Inoltre, nel calderone dei beneficianti del fondo pro-terremoto, vi è rientrato un numero sovrastimato all’inverosimile: i comuni effettivamente colpiti erano relativamente pochi, qualche decina quelli disastrati, un centinaio i danneggiati in modo più o meno grave; nel maggio dell’81 però un decreto dell’allora presidente del Consiglio Arnaldo Forlani classifica come «gravemente danneggiati» (con un grado di distruzione dal 5 al 50% del patrimonio edilizio) oltre 280 comuni: viene ricompresa tutta la provincia di Avellino, Napoli e la popolosissima area metropolitana, 55 comuni del salernitano, 34 del potentino. Pertanto, due intere Regioni, la Campania e la Basilicata, e un pezzetto di una terza, la Puglia, risultano «terremotate»: in totale i comuni ammessi alle provvidenze sono 687; il Parlamento, infine, ha sfornato trentadue provvedimenti legislativi.
Insomma, il terremoto del 23 novembre 1980, ha avuto un effetto duplice e di direzione oppostada un lato migliaia di terremotati che hanno vissuto per anni e anni in container dimenticati dalla politica che a loro si rivolge solo per ottenere consensi; dall’altro una lista di politici che con i fondi destinati ai primi, si sono arricchiti ed hanno arricchito i propri cortigiani.
Su tutti, manco a dirlo, Ciriaco De Mita, vecchio volpone democristiano, che a 82 anni è ancora lì a muovere i fili della politica campana, trasferitosi dall’uscente amministrazione di centro-sinistra alla subentrate di centro-destra (lui, essendo il centro, c’azzecca sempre); piazzando anche il suo delfino (anche se sarebbe più opportuno chiamarlo balena), il figlio Giuseppe, alla vicepresidenza della Regione con delega al Turismo e Beni Culturali.
Oltre a De Mita però, altri nomi tra i responsabili di questo scempio, circolano ancora nella politica campana ed hanno ruoli istituzionali nazionali o locali: Pomicino, Scotti, Gava (anche se si tratta di Angelo, nipote di Silvio e figlio di Antonio, tutti ex democristiani di spicco, succedutisi come accade nelle migliori dinastie monarchiche).
Comunque, agli abitanti della ridente Salvitelle facciamo gli auguri per le nuove abitazioni, arrivate “appena” dopo trent’anni di lunga attesa. Sperando, per i tanti che vivono ancora nei container in qualche sperduto angolo dell’area colpita dal terremoto dell’80, che qualche amministratore locale si accorga di qualche miliardo giacente inutilizzato nelle casse pubbliche e gli procuri una casa. Che almeno sulla carta sarebbe un diritto ascritto, come esseri umani prima, e cittadini italiani poi.

(Fonti: L’Unità del 6 agosto 2010, WikipediaIl Tempo)

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