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Chiude Wired Italia, ucciso dalla tecnologia che raccontava

La chiusura di Wired Italia rientra nella crisi profonda che ha colpito l’editoria digitale in generale, con l’ingresso di AI Overview.

Articolo in sintesi:

  1. Cos’è Wired Italia?

    Si tratta di una rivista che dal 2009 forniva una informazione di qualità su Scienza e Tecnologia.

  2. Perché Wired Italia chiude?

    Condé Nast ne ha annunciato la chiusura per il bassissimo fatturato prodotto. Non perché i contenuti non fossero di qualità, ma perché tecnologie come AI Overview di Google hanno fatto crollare le visite ai siti.

La profonda e continua trasformazione digitale del mondo dell’informazione fa un’altra vittima. Sebbene in questo caso si tratti di un paradosso, perché la vittima in questione quella innovazione la raccontava, insieme ad altre dell’universo tecnologico e scientifico. Parliamo della chiusura di Wired Italia, annunciata lo scorso 16 aprile 2026, nel giorno dello sciopero nazionale dei giornalisti italiani indetto dalla FNSI per il mancato rinnovo del contratto.

Perché Wired Italia chiude?

Il comunicato è giunto dalla Holding americana proprietaria del magazine, Condé Nast, nella persona dell’amministratore delegato Roger Lynch. Le ragioni sono principalmente economiche: Wired Italia insieme a Self e alle edizioni coinvolte di Glamour, stando a quanto afferma Lynch, rappresenterebbe poco più dell’1% del fatturato complessivo. Restano in vita nel vecchio continente altre controllate come Eventi e Wired Consulting. Che faranno capo alla sede di Londra.

La causa di questa profonda crisi economica del mondo dell’editoria digitale online va ricercata soprattutto nella novità introdotta dal principale motore di ricerca Google: AI Overwiew. Il quale fa sì che il motore di ricerca sia diventato un motore di risposta, che ti fornisce in poche righe un riassunto esaustivo di ciò che si cerca. Senza che l’utente debba entrare obbligatoriamente nelle fonti, facendo perdere così migliaia di visite al giorno agli editori.

Pertanto, Wired Italia non chiude per la scarsa qualità dei contenuti o per una gestione scellerata dei responsabili. Bensì, perché paga una crisi del mondo dell’editoria digitale che colpisce tutti, indistintamente.

E si sa, meno visualizzazioni, meno introiti. Basta considerare che nel dicembre 2025 le pagine viste dei primi venti editori italiani sono calate del 14% su base annua, mentre gli utenti italiani di applicazioni di intelligenza artificiale sono cresciuti del 76%, per una media di 13,7 milioni.

Figuriamoci quale speranza possa avere un blog di nicchia o un piccolo editore.

A ciò aggiungiamoci Social come TikTok, che stanno disabituando gli utenti alla lettura, facendogli così preferire video brevi, accattivanti, semplici, talvolta pittoreschi, per ottenere una qualche notizia o informazione. Paragonabile al danno che la televisione ha inferto negli anni ’80-’90 alla carta stampata.

Come superare la crisi?

Le soluzioni messe in campo dagli editori in questi anni sono state diverse, ma quasi tutte fallimentari o solo limitatamente mitigatrici del problema.

Gli utenti sono generalmente poco disponibili a pagare dei contenuti da leggere online, abituati come sono fin da subito alla gratuità. Ma questo modello reggeva fino a quando gli editori ottenevano discreti introiti dai banner pubblicitari. Anche quando questi sono di qualità ed esclusivi.

Ecco alcuni tra i tentativi più diffusi da parte degli editori:

  • Click baiting tramite titoli accattivanti e ingannevoli: per attirare utenti e vendergli la pubblicità tabellare, ma ciò abbassa la qualità dei contenuti e finisce presto per dissuadere gli utenti dal cliccare;
  • Abbonamenti o paywall: per leggere un articolo devi sottoscrivere un abbonamento. Ma in pochi alla fine lo fanno;
  • Donazioni: chiedere dei versamenti a piacimento una volta l’anno, ma anche qui i risultati sono scarsi. Si consideri che l’enciclopedia online Wikipedia, visitata da milioni di persone nel mondo, riceva in media solo il 2% di donazioni dagli utenti;
  • Modelli ibridi: gli introiti arrivano da partnership o i pubbliredazionali (la cosiddetta native advertising), ma anche organizzazione di eventi, supporto finanziario pubblico (partecipazioni azionarie, canone, contributi pubblici). Questo è il modello che funziona di più;
  • Fidelizzare i lettori tramite mailing list o app di chat: altro tentativo che funziona, sebbene in parte, poiché occorre sperare che un utente decida di ricevere gli articoli tramite mail o in una app di chat (Telegram, WhatsApp, ecc.), anche gratuitamente, ma anche che poi clicchi sul link.

Fonti:

ADNKronos

RaiNews24

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Pubblicato da Valeria Marano

Appassionata di Gossip e curiosità. Per contatti e collaborazioni: luca.scialo81@gmail.com

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