AUNG SUU KYI FINALMENTE LIBERA

AUNG SUU KYI FINALMENTE LIBERA

Aung Suu Kyi è finalmente una donna libera. Politica birmana figlia di Aung San – generale molto attivo negli anni ’40 per la liberazione della Birmania dall’oppressione giapponese – è attiva anch’ella da molti anni nella difesa dei diritti umani in favore dei birmani; un popolo oppresso da ormai cinquant’anni da pesanti dittature militari, insediatesi la prima nel 1962 dopo che il Paese era uscito dal colonialismo britannico, e la seconda (quella che comanda ora) nel 1988. Dittatura che ha anche cambiato il nome del Paese in Myanmar.   
Proprio in quell’anno, Aung San Suu Kyi sposò la causa del suo paese in maniera non-violenta (avendo come modello il Mahatma Gandhi) e fondò la “Lega Nazionale per la Democrazia” imponendosi come leader del movimento non-violento. Il suo Movimento vinse subito le elezioni indette nel 1990, dunque sarebbe dovuta diventare Primo Ministro birmano; tuttavia i militari rigettarono il voto, e presero il potere con la forza, annullando la volontà popolare. L’anno successivo Aung San Suu Kyi vinse il premio Nobel per la Pace, ed usò i soldi del premio per costituire un sistema sanitario e di istruzione a favore del popolo birmano.<br />Gli arresti domiciliari le furono revocati nel 1995, ma rimaneva comunque in uno stato di semi-libertà; non poté mai lasciare il Paese, perché in tal caso le sarebbe stato negato il ritorno. Anche ai suoi familiari non fu mai permesso di visitarla, neanche quando al marito Michael fu diagnosticato un tumore, che di lì a due anni, nel 1999, lo avrebbe ucciso lasciandola vedova.
Nel 2002, a seguito di forti pressioni delle Nazioni Unite, ad Aung San Suu Kyi fu riconosciuta un maggiore libertà d’azione in Myanmar, ma il 30 maggio 2003, il dramma: mentre era a bordo di un convoglio con numerosi supporters, un gruppo di militari aprì il fuoco e massacrò molte persone, e solo grazie alla prontezza di riflessi del suo autista, Ko Kyaw Soe Lin, riuscì a salvarsi. Ma fu di nuovo messa agli arresti domiciliari. Da quel momento, la salute di Aung San Suu Kyi è andata progressivamente peggiorando, tanto da richiedere un intervento e vari ricoveri.
Da quel tragico avvenimento, il “caso” Aung San Suu Kyi cominciò ad essere un argomento internazionale, tanto che gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea hanno fatto grosse pressioni sul governo del Myanmar per la sua liberazione; ma gli arresti domiciliari furono rinnovati per un anno nel 2005 e ulteriormente rinnovati nel 2006 e nel 2007.
Per il suo impegno a favore dei diritti umani, il 6 maggio 2008 il Congresso degli Stati Uniti le ha conferito la sua massima onorificenza: la Medaglia d’Onore.
Il 3 maggio 2009 un mormone statunitense, John William Yethaw, ha raggiunto a nuoto la casa in cui era costretta agli arresti domiciliari attraversando il lago Inya. Il 14 maggio la giunta militare ha arrestato, e il 18 successivo ha processato, Aung San Suu Kyi per violazione degli arresti domiciliari. Il termine dei domiciliari e la liberazione dell’attivista birmana dall’ultimo arresto sarebbero scaduti il 21 maggio. Secondo buona parte della stampa internazionale e la stessa Lega nazionale per la democrazia, l’impresa di Yethaw è stato il pretesto fornito alla giunta militare per mettere fuori gioco Aung San Suu Kyi prima di sottoporre il popolo birmano alla votazione di un referendum per l’approvazione di un testo costituzionale che, di fatto, sancisce la continuazione del potere dei militari sotto forme civili, escludendo del tutto la Lega nazionale per la democrazia.
L’11 giugno, Aung San Kyi è stata nuovamente condannata, questa volta a tre anni di lavori forzati per violazione della normativa della sicurezza che sono stati commutati poi, dalla Giunta militare, in 18 mesi di arresti domiciliari. Anche in questo caso, giusto in tempo per le elezioni politiche.
Verso le 17 locali di sabato scorso (11.30 circa in Italia) funzionari del regime birmano sono arrivati per leggerle l’ordine di liberazione della giunta militare. Ma le elezioni ormai si sono svolte e dunque lei non è, almeno momentaneamente, più un pericolo per il regime militare.
La storia della Birmania è da sempre molto travagliata: Invasa prima dai Mongoli, poi dai portoghesi durante il colonialismo, successivamente dai cinesi, poi dai britannici, infine dai giapponesi. Ottenne il riconoscimento dell’indipendenza nel 1948, con la nascita di una Repubblica, che portò però anche tensioni interne e guerriglie tra le minoranze. Poi arrivarono le sopracitate dittature militari, che hanno cambiato anche il nome dello Stato in Myanmar.
Più di un sospetto per questa situazione di non-democrazia della Birmania ricade sulla Cina, Stato con essa confinante e probabilmente molto influente nella sua politica interna. 
Una grande lezione morale ci è giunta nel settembre 2007 dai Monaci birmani, che in centinaia di migliaia marciarono pacificamente contro il regime. Alcuni dei quali anche uccisi o picchiati a sangue. Situazione simile anche nel Tibet, da oltre settant’anni colonizzato barbaramente dalla Cina. Uno Stato che ha fatto mostruosi passi in avanti dal punto di vista economico – principalmente sulla pelle dei più deboli e in barba al rispetto dell’ambiente – ma che dal punto di vista politico è rimasto a due mila anni fa. 
 

Volevo infine suggerirvi un bellissimo film sulla Birmania, dal titolo “L’arpa birmana” del 1956, ambientato nel 1945 quando tale Paese era conteso tra Inghilterra e Giappone. Nell’esercito di quest’ultimo c’è Mizushima, un soldato che dopo aver visto molti suoi colleghi compaesani morire, decide di lasciare l’esercito, diventare monaco buddhista, e dedicarsi al seppellimento dei cadaveri dei soldati giapponesi sparsi su tutta la Birmania. I suoi compagni dell’esercito lo vorrebbero di nuovo con sé, ma lui ha scelto un altro percorso di vita.
Bellissima la frase che anticipa e posticipa il film: “Rossi come il sangue sono le terre e i monti di Birmania”. Speriamo che da sabato per i birmani qualcosa possa cambiare.

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