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Vip morti nel 2021, elenco completo: ultimo Enzo Spirito

Quali sono i Vip morti nel 2021? Chi sono i cantanti morti nel 2021? Chi sono i registi morti nel 2021? Chi sono gli attori morti nel 2021?

Come ormai da tradizione da qualche anno a questa parte, anche per l’anno in corso stilerò un elenco continuamente aggiornato di tutti i personaggi famosi morti nel 2021. Divisi per categorie professionali, come quelle succitate, dedicando poi un paragrafo a quelli di tutte le altre categorie.

Il funesto 2020, pesantemente influenzato dal Covid-19, è stato caratterizzato anche da una lunga scia di morti “famose“. Che ho riportato in questo articolo.

Il primo dei Vip morti nel 2021 è stato Black Rob.

Ecco dunque l’elenco completo dei vip morti nel 2021. L’ultimo Enzo Spirito.

Attrici morte nel 2021

tanya roberts

Il 3 gennaio è morta l’attrice Tanya Roberts all’età di 65 anni per un malore improvviso: la donna – secondo quanto riferisce la stampa americana e britannica – “è svenuta dopo aver portato a spasso i suoi cani la vigilia di Natale”. Era nota soprattutto per aver interpretato il ruolo di Julie Rogers nella serie televisiva ‘Charlie’s Angels’ e la Bond girl Stacey Sutton in ‘007 – Bersaglio mobile’ nel 1985 accanto a Roger Moore. Ma anche il personaggio di Sheena nel film ‘Sheena, regina della giungla’. Dopo aver partecipato ad alcuni film di genere thriller erotico (Occhi nella notte, Patto a tre, Torbido desiderio) e a commedie erotiche come Quasi incinta, alla fine degli anni ’90 è tornata alla notorietà per aver preso parte per diversi anni alla sitcom That ’70s Show nel ruolo di Midge Pinciotti. Nata come Victoria Leigh Blum, Tanya ha avuto una carriera come modella, sia in passerella che nelle pubblicità televisive, prima di dedicarsi alla recitazione cinematografica, dove esordì nel 1975 con il film horror ‘Forced Entry’.

Marion Ramsey vip morti nel 2021

Il 9 gennaio Marion Ramsey è morta a 73 anni, era un’attrice di lungo corso che aveva iniziato con il musical a Broadway e lavorato, nella sua lunga carriera, anche al fianco di Bette Davis. Era conosciuta per il ruolo di Laverne Hooks nel film Scuola di polizia. L’attrice si era ammalata ma non si conoscono ancora nel dettaglio le cause della morte. Il ruolo che la rese celebre era arrivato nel 1984 con il film diretto da Hugh Wilson, prima di una saga di sei. In Scuola di polizia era l’agente Hooks, voce stridula, aria mite e svagata ma carattere variabile dalle esplosioni imprevedibili. Un personaggio che aveva interpretato con grande ironia e che aveva poi riportato in tutti i sequel fino al film del 1989 Scuola di polizia 6 – La città è assediata. Marion Ramsey era nata a Philadelphia nel 1947, aveva debuttato in alcune produzioni a Broadway, nel 1964 aveva preso parte al musical di successo Hello, Dolly! e a metà degli anni Settanta aveva recitato nel musical Miss Moffat, protagonista Bette Davis. Sempre agli anni Settanta risale il debutto in tv, nello show Keep On Truckin, ma in tv era stata anche parte dei cast di alcune celebri serie e sitcom, da I Jeffersons a Cos di Bill Cosby, da Beverly Hills 90210 a MacGyver. Alla fine dei Settanta era tornata a Broadway nel biopico musicale Eubie!, dedicato alla vita della pianista jazz Eubie Blake. Negli anni recenti era tornata a lavorare con due colleghi “storici” di Scuola di polizia, Steve Guttenberg e Michael Winslow, nel film Lavalantula (2015) e nel sequel 2 Lava 2 Lantula! (2016).

Il 22 gennaio è morta a soli 65 anni l’attrice croata Mira Furlan, famosa per aver interpretato il ruolo di Danielle Rousseau in “Lost” e quello di Delenn in “Babylon 5”. La notizia della scomparsa, avvenuta mercoledì scorso dopo una lunga malattia, è stata pubblicata sul suo profilo Twitter. Era nata il 7 settembre 1955 a Zagabria, allora in Jugoslavia. Laureata all’Accademia di arti drammatiche della città natale, e nel 1978 entrò nella compagnia del Teatro Nazionale di Zagabria dove interpretò numerosi ruoli ottenendo premi e riconoscimenti. Dal 1982 si dedicò al cinema e alla tv. Tra i suoi film di maggior successo «Papà è in viaggio d’affari» di Emir Kusturica che vinse la Palma d’oro nell’edizione del 1985 del Festival di Cannes. Nel 1991, in seguito allo scoppio della guerra in Jugoslavia emigrò negli Stati Uniti con il marito, il regista serbo Goran Gajic. Il marito l’ha diretta in alcuni episodi della serie tv «Babylon 5» (1994-98) e in altri ruoli. Il suo ruolo più noto fu però quello della scienziata Danielle Rousseau in Lost – il cui nome era ispirato a quello del filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau – in cui recitò nelle prime quattro stagioni. Danielle Rousseau è la scienziata che naufraga sull’isola sedici anni prima dello schianto del volo Oceanic 815 che morirà nella quinta stagione della serie televisiva, restando quindi sul set dal 2004 al 2010. Fu poi lei a chiedere di uscire dalla serie perché stanca di vivere nelle Hawaii. Nel 2012, in una delle sue ultime apparizioni televisive recitò anche in “Venuto al mondo”, del regista italiano Sergio Castellitto, tratto dall’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini.

cloris leachman

Il 27 gennaio è morta a 94 anni l’attrice premio Oscar Cloris Leachman, indimenticabile Frau Blücher in Frankenstein Junior di Mel Brooks con Gene Wilder. Nella sua lunga carriera ha vinto numerosi premi, tra cui l’Oscar come miglior attrice non protagonista nel 1971 per la sua interpretazione di Ruth Popper nel film ‘L’ultimo spettacolo’ di Peter Bogdanovich. E’ stata inserita nella Television Academy Hall of Fame nel 2011, ha ottenuto 22 nomination agli Emmy e ne ha vinti 8 di cui sei per la serie tv Mary Tyler Moore.
Nata nel 1926 a Des Moine, nello Iowa, ha esordito sul grande schermo nel 1955 con ‘Un bacio e una pistola’ di Robert Aldrich nel ruolo di una femme fatale.

Il 28 gennaio l’attrice Cicely Tyson, icona per due generazioni di attrici afroamericane, è morta a 96 anni; a darne notizia il suo manager. Cicely Tyson, la cui carriera è durata più di 70 anni, è nota al grande pubblico per la sua nomination all’Oscar per “Sounder” nel 1973. Era anche apparsa nei film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno” e “The Color of Feelings”, e più recentemente nella serie televisiva “Murder”, dove interpretava la madre dell’eroina principale. Molto impegnata nella lotta al razzismo e per la giustizia sociale, l’attrice ha spesso rifiutato ruoli che secondo lei perpetuano clichè razziali, come servi o prostitute. L’attrice ha vinto diversi Emmy Awards, equivalenti agli Oscar per la televisione americana, oltre a un Tony Award per le rappresentazioni teatrali. Nel 2018, la star ha ricevuto un Oscar onorario per tutta la sua carriera e il simbolo che rappresenta per gli artisti neri. Per il compositore Quincy Jones, Cicely Tyson ha semplicemente “aperto la strada” a diverse generazioni di attrici come Angela Bassett, Whoopi Goldberg, Halle Berry, Viola Davis o Lupita Nyong’o. Cicely Tyson era nata a New York, nel quartiere di Harlem, da genitori immigrati dai Caraibi. Aveva iniziato la sua carriera come modella prima di passare alla recitazione. L’attrice, che ha festeggiato il suo 96esimo compleanno il mese scorso, aveva appena pubblicato il suo libro di memorie questa settimana.

velia magno

Il 29 gennaio è morta Velia Magno, all’età di 90 anni. Napoletana doc, regista teatrale e televisiva, autrice di programmi tv e di canzoni, Velia Magno era figlia d’arte: sua madre, Lea Mangiulli Bartorelli, negli anni ’30 aveva dato vita al noto personaggio di Zietta Liù.

Il 12 marzo è morta Cetty Sommella, attrice, moglie di Nando Paone, attore diventato celebre per numerose commedie, soprattutto per quelle al fianco di Vincenzo Salemme. A dare la triste notizia è stato l’Assessorato al Turismo e alla Cultura del Comune di Pozzuoli. Sommella era molto legata a quel territorio dove aveva inaugurato un laboratorio per la formazione teatrale di giovani aspiranti attori insieme con Paone e dove dirigeva la stessa Sala Molière. Alla scrittura e alla recitazione Paone l’aveva definita, in un’intervista a Repubblica, il suo punto di equilibrio, di vita e artistico. Anche lei aveva collaborato con Salemme, nel film Premiata Pasticceria Bellavista, del 2000, tratto da un’omonima commedia. Lo stesso attore, legato da grande amicizia con Paone e Sommella, aveva celebrato il loro matrimonio, nel 2015, autorizzato da un decreto ad hoc dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris.

Helen McCrory

Il 16 aprile è morta Helen McCrory, attrice di teatro del piccolo e del grande schermo uccisa a 52 anni da un tumore. Nata a Londra da padre scozzese e madre gallese, era divenuta una star della tv d’Oltremanica per poi conquistare fama planetaria per i ruoli interpretati in serie di grande successo, ma anche in kolossal cinematografici internazionali, ed era sposata con un altro attore di grande notorietà: Damian Lewis, protagonista dai capelli rossi di ‘Homeland’. McCrory ha vestito fra l’altro i panni di Cherie Blair, moglie di Tony, sia in ‘The Queen’, del 2006, sia in ‘The Special Relationship’, del 2010. E’ stata inoltre Narcissa Malfoy negli ultimi film della saga di Harry Potter, Mama Jeanne in ‘Hugo’ di Martin Scorsese, e Clair Dowar nel James Bond di Skyfall (2012). Indimenticabile, col suo sguardo intenso, pure il ruolo di Polly Gray, la zia-guerriera della seria ‘Peaky Blinders’ prodotta da Netflix fra il 2013 e il 2020.

Il 17 aprile è morta Luigina Dagostino, attrice e regista, anche lei vittima del Covid. Formatasi all’inizio degli anni Settanta alla scuola del Teatro Stabile di Torino, è stata anche cofondatrice del Teatro dell’Angolo e si è sempre occupata di formazione all’interno della Scuola di Teatro per Ragazzi che dirigeva. Dal 1990 ha collaborato in qualità di formatrice con l’Istituto Regionale per la Formazione degli Insegnante (Irrsae Piemonte) in progetti di formazione teatrale per il mondo della scuola e, dal 1997, con il Teatro Sociale di Alba per l’organizzazione artistica del Festival di Teatro Studentesco. Ha collaborato per circa 20 anni con la Città di Torino e altri Comuni del Piemonte come animatrice di laboratori per diverse fasce d’età, dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore. Fin dalla nascita di Mus-e Torino ha fatto parte del gruppo degli artisti. Nella sua carriera ha recitato in oltre 50 spettacoli teatrali, tra cui Abiti Negri e altre Colombe di Gian Renzo Morteo, Con lacci e con catene di Paola Mastrocola, Gli amanti timidi di Carlo Goldoni. E’ stata anche conduttrice di diverse trasmissioni Rai per la Tv dei ragazzi, realizzate anche con la collaborazione di Fiorenzo Alfieri, storico assessore alla Cultura di Torino morto nei mesi scorsi anche lui a causa del Covid. Gli ultimi allestimenti di cui ha curato la drammaturgia e la regia, realizzati in collaborazione con la Fondazione Bottari Lattes nell’ambito del progetto Vivolibro di Monforte d’Alba (Cuneo) sono Marco Polo e il viaggio delle meraviglie, Il Giro del Mondo in 80 giorni, Don Chisciotte, Pinocchio, In viaggio con il Piccolo Principe. Questi ultimi spettacoli sono stati rappresentati in moltissimi teatri italiani.

olympia dukakis

Il 2 maggio Olympia Dukakis, l’attrice si è spenta all’età di 89 anni. L’artista, premio Oscar come miglior attrice non protagonista per la sua interpretazione della pignola madre di Cher nel film Stregata dalla luna, è morta sabato 1 maggio nella sua casa di New York. L’annuncio della scomparsa è stato dato dal fratello, l’attore Apollo su Facebook: “Dopo molti mesi di salute cagionevole è finalmente in pace e di nuovo con suo marito Louis”. L’attrice statunitense era vedova dell’attore Louis Zorich, morto nel 2018 all’età di 93 anni, da cui aveva avuto tre figli. Olympia Dukakis era nata a Lowell, nel Massachusetts, il 20 giugno 1931 da genitori greci emigrati negli Usa in cerca di fortuna nel mondo dello spettacolo. Era cugina del politico Michael Dukakis, esponente del Partito Democratico, candidato alle elezioni presidenziali del 1988, sconfitto dal vice presidente uscente George H. W. Bush. L’attrice conobbe la grande popolarità solo nel 1987: grazie al ruolo di Rosa Castorini che interpreta nella commedia romantica con protagonista Cher del regista Norman Jewison, in quell’occasione vinse l’Oscar ed anche i premi della Los Angeles Film Critics Association e della National Board of Review, oltre a un Golden Globe. La sua è stata una vita dedicata al teatro e all’impegno civile. Come sul tema della difesa dei diritti della donna e sui problemi dell’ambiente, argomenti per i quali è scesa in campo ben prima che la sensibilità comune ne riconoscesse l’importanza. Negli ultimi trent’anni era diventata anche imprenditrice nel campo alimentare: aveva prodotto, infatti, con il suo nome una linea di condimenti greci, facendo conoscere la cucina greca al pubblico americano.

Attori morti nel 2021

Il 9 gennaio è morto a Bologna a 83 anni Mario Santonastaso, attore e musicista che con il fratello Pippo ha dato vita a una coppia di comici e cabarettisti molto noti in tv soprattutto negli anni ’70 e ’80. Mario era chitarrista e ‘spalla’ negli sketch che sfruttavano la comicità fisica e mimica di Pippo. L’esordio televisivo ed il successo arrivarono nel 1970 nel programma televisivo di Marcello Marchesi ‘Ti piace la mia faccia?’, cui seguirono ‘Per un gradino in più e ‘Chi è di scena?’, sino a giungere ad una trasmissione tutta loro ‘(Uno + Uno = Duo)’. Nella seconda metà degli anni ’70 e nel decennio successivo apparvero in vari spettacoli tv, tra cui l’edizione 1977-1978 di ‘Domenica in’ e il programma ‘Gran Canal’ di Corrado. Mario Santonastaso iniziò la carriera negli anni ’60 come chitarrista del gruppo beat ‘I Ricercati’. Insieme ai Gufi, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Felice Andreasi, i Santonastaso sono stati tra i precursori del cabaret, muovendo i primi passi al Derby Club di Milano. A differenza di Pippo, Mario non ha avuto una carriera cinematografica, concentrandosi quasi unicamente sul teatro.

John Reilly

L’11 gennaio è morto John Reilly, famoso in Italia per il ruolo del padre della bella e ricca Kelly (Jennie Garth) in “Beverly Hills 90210”. Aveva 84 anni. Dopo aver partecipato negli Anni Ottanta ad alcuni episodi di “Dallas”, nel ruolo di Roy Ralston, Reilly negli Stati Uniti era diventato famosissimo grazie al personaggio dell’agente Sean Donely nella soap opera General Hospital. Lo interpretò per ben 11 anni, fino a quando l’attore decise di lasciare la serie nel 1994. Negli Anni Novanta si fece conoscere a un nuovo tipo di pubblico grazie a “Beverly Hills 90210” in cui vestiva i panni di Bill Taylor, il padre assente della giovane Kelly. Nel 2008 Reilly era tornato a recitare nel finale della seconda stagione dello spin off “General Hospital: Night Shift e qualche anno più tardi, nel 2013, aveva riportato sul set il personaggio in occasione del 50esimo anniversario della soap opera.

Il 23 gennaio l’attore Hal Holbrook, vincitore di Tony e Emmy, è morto all’età di 95 anni. Holbrook è molto noto negli Stati Uniti per il suo lungo lavoro su Mark Twain, che ha portato sia a Broadway che in televisione. Nel 1966 ha vinto un Tony Award per il suo show Mark Twain Tonight! Holbrook però è anche un volto cinematografico importante, è stato nel film di Steven Spielberg Lincoln con Daniel Day-Lewis nel ruolo del Presidente e in Tutti gli uomini del Presidente. All’età di 82 anni ha ricevuto la prima nomination all’Oscar per Into the wild di Sean Penn, candidato come non protagonista all’epoca era stato l’attore più anziano ad ottenere la nomination. Se nel film di Spielberg era l’influente repubblicano Preston Blair in tv aveva interpretato il sedicesimo presidente in Lincoln di Carl Sandburg, una miniserie del 1974. La performance gli è valsa un Emmy Award, uno dei cinque che ha vinto per la sua recitazione in film per la televisione e miniserie.

Il primo febbraio è morto Dustin Diamond, lo Screech di Bayside School, a 44 anni. Ad ucciderlo un cancro ai polmoni diagnosticatogli 3 settimane prima. Diamond, che gli ultimi giorni della propria vita ha passato in un ospedale della Florida, ha poi trovato fortuna in altre serie televisive. Prima, Years. Poi, Saved by the bell: The new class. Nel 2009, però, quando I produttori di Bayside School hanno deciso di farne un revival, Samuel Powers non è stato convocato. La sua carriera di attore non è di fatto mai decollata.

Il 5 febbraio è morto a 91 anni l’attore canadese Christopher Plummer, noto tra le altre cose per il ruolo del capitano Von Trapp nel musical Tutti insieme appassionatamente (1965), insieme a Julie Andrews. Nel 2012 aveva vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista per Beginners, mentre due anni prima era stato candidato sempre all’Oscar per The Last Station. Tra i suoi ultimi ruoli c’è quello del miliardario Getty in Tutti i soldi del mondo (2017), diretto dal regista Ridley Scott, dove aveva preso il posto dell’attore Kevin Spacey che era stato accusato da diversi uomini di molestie sessuali. Sua moglie, Elaine Taylor, ha detto che è morto per aver battuto la testa in seguito a una caduta. Nella sua lunga carriera, iniziata come attore shakespeariano di teatro passato al cinema negli anni Cinquanta, vinse tre Emmy Award (i premi statunitensi per la tv), due Tony Award (i premi statunitensi per il teatro), un Golden Globe (i premi televisivi e cinematografici che vengono assegnati dalla Hollywood Foreign Press Association) e un BAFTA (i premi britannici per il cinema), oltre al già citato Oscar. Plummer era nato in Canada il 13 dicembre del 1929 in una famiglia agiata: era il nipote del primo ministro canadese John Abbott. Studiò per diventare pianista, poi iniziò a recitare a teatro e si trasferì a Broadway, dove interpretò soprattutto ruoli shakespeariani: fu Amleto, Macbeth, Riccardo III e Marco Antonio, tra gli altri. Il suo primo musical fu Cyrano di Elia Kazan, per cui vinse il primo Tony Award, poi arrivò l’enorme successo con Tutti insieme appassionatamente, probabilmente il musical cinematografico più amato di sempre, simbolo del trionfo della vita familiare e dei buoni sentimenti, premiato con 5 Oscar. Ambientato nell’Austria de 1938, racconta l’arrivo della giovane istitutrice Maria nella famiglia Von Trapp, composta dal burbero capitano vedovo Georg e dai suoi sette figli, che si concluderà con il matrimonio. Plummer ha recitato in più di 200 film: colossal, grandi trasposizioni letterarie e prodotti commerciali, interpretando di volta in volta il cattivo, l’eroe, il detective e l’uomo dai buoni sentimenti. Oltre al suo debutto cinematografico – Fascino del palcoscenico, diretto nel 1958 da Sidney Lumet e con Henry Fonda – si ricordano L’uomo che volle farsi re (1975) di John Huston, L’ultima eclissi (1995) tratto dal romanzo di Stephen King Dolores Claiborne, Insider – Dietro la verità (1999) con Al Pacino e Russell Crowe e Dracula’s Legacy – Il fascino del male (2000).

Il 24 febbraio è morto a 79 anni l’attore Geoffrey Scott. Famoso soprattutto per i ruoli nelle soap «Dynasty» (era il tennista professionista Mark Jennings, primo marito di Krystle Carrington) e «Dark Shadows» (la serie gotica che nel 2012 Tim Burton ha riportato in vita nell’omonimo remake), Scott è apparso anche in alcuni episodi di «Dallas», «Baywatch» e «Love Boat», come pure in un centinaio di spot pubblicitari, fra cui quelli per i marchi di sigarette «Camel» e «Marlboro». Per quanto riguarda i film, la sua ultima volta sul set è stata nel 2003 per «Hulk» di Ang Lee, dove interpretava la parte del presidente degli Stati Uniti. Figlio di un direttore della Lockheed (una delle più importanti aziende aerospaziali statunitensi), Scott e il fratello Don sono cresciuti nella San Fernando Valley, nella stessa strada in cui vivevano John Wayne e Clark Gable e spesso saltava nella piscina di quest’ultimo senza essere invitato.

Un incidente di kiteboarding sulla spiaggia di Topanga, in California, è costato la vita il 9 marzo a Cliff Simon, meglio conosciuto come Ba’al in «Stargate SG-1», la famosa serie tv di fantascienza. A dare la notizia è stata la moglie Colette con un lungo post indirizzato ad «Amici, familiari e fan» sulla pagina Facebook del 58enne attore. Nato in Sud Africa, si era poi trasferito in Inghilterra con la sua famiglia, qualificandosi come nuotatore per la squadra olimpica britannica nel 1984, ma anziché continuare la carriera sportiva, preferì tornare nel suo paese natale ed entrare nell’aeronautica sudafricana. Una volta lasciato l’esercito, ha lavorato come istruttore di windsurf e sci nautico nei resort e nello stesso periodo è stato anche ingaggiato per uno spettacolo teatrale che gli ha poi permesso di esibirsi addirittura al Moulin Rouge di Parigi come ballerino (un’esperienza che racconterà in seguito nel suo primo libro «Paris Nights: My Year at the Moulin Rouge»). Tornato a casa, ha lavorato come modello, prima di dare inizio alla carriera di attore: il debutto è avvenuto nella soap sudafricana «Egoli – Place of God», seguita poi da «Nash Bridges» (accanto a Don Johnson) che gli valse il ruolo di Ba’al in «Stargate SG-1», dove è rimasto cinque anni.

Il 24 marzo è morto George Segal, una nomination all’Oscar per “Chi ha paura di Virginia Woolf”, apprezzato interprete di serie tv, capace di modulare i toni tragici come quelli della commedia. Aveva 87 anni. Il decesso è avvenuto a causa di complicazioni durante un intervento di bypass a Santa Rosa, in California. L’attore era ancora una delle star della serie tv “The Goldbergs”, ancora in onda negli Usa dal 2013. Nel 1973, con “Un tocco di classe”, aveva vinto un Golden Globe. Moltissime le sue interpretazioni in film diventati dei classici, come “La nave dei folli” (1965) di Stanley Kramer, in cui interpretava un artista egocentrico, con Simone Signoret e Vivien Leigh. In un altro classico, “Qualcuno da odiare”, ha il ruolo di un prigioniero di guerra in un campo giapponese. Segal era stato omaggiato di recente con una stella nella Walk of Fame di Hollywood. I più giovani lo ricorderanno per alcune serie tv, come “Just Shoot Me!” che andò in onda fino al 2003, o per il ruolo del nonno Albert “Pops” Solomon nella serie della ABC “The Goldbergs.”

Il primo aprile Lee Aaker, Rusty di Rin Tin Tin, è morto a 77 anni. L’attore da bambino ha interpretato l’orfano Rusty insieme a un pastore tedesco in “Le avventure di Rin Tin Tin”, il popolare telefilm trasmesso negli Usa dal 1954 al 1959 dalla rete Abc e che ha segnato la storia della tv dei ragazzi in Italia al tempo della Rai in bianco e nero tra la fine degli anni ’50 e i ’60. Aaker è morto, per le conseguenze di un ictus, all’età di 77 anni, il 1 aprile a Mesa, in Arizona, come ha annunciato oggi a “The Hollywood Reporter” Paul Petersen, l’ex star di “Donna Reed Show”, da tempo uno dei principali sostenitore degli ex attori bambini. L’ex baby prodigio ha combattuto a lungo contro l’abuso di droghe e alcol ed aveva solo un parente che tuttavia “non poteva aiutarlo”, ha detto Petersen, aggiungendo che il certificato di morte di Aaker lo elenca come un “defunto indigente”. Nato a Inglewood, in California, il 25 settembre 1943, Lee William Aaker esordì in piccole parti in film come “Il più grande spettacolo del mondo” (1952) e “Mezzogiorno di fuoco” (1952). Diede particolare prova del suo talento interpretando il figlio rapito di uno scienziato nucleare (Gene Barry) in “La città atomica” (1952); il figlio di una proprietaria di una fattoria dell’Arizona (Geraldine Page al suo debutto cinematografico) in “Hondo” (1953) con John Wayne; il figlio di una donna disperata (Barbara Stanwyck) che cerca di salvare il marito intrappolato (Barry Sullivan) in “La marea della morte” (1953). E’ poi apparso in “Arena” (1953) e “Allegri esploratori” (1953). La popolarità di Aaker è legata alla serie televisiva per ragazzi “Le avventure di Rin Tin Tin” e alla sua interpretazione del piccolo Rusty, un bambino rimasto orfano durante un’incursione indiana e salvato dai soldati di una postazione di cavalleria di stanza a Forte Apache. Rusty e il suo fedele cane Rin Tin Tin furono protagonisti di 164 puntate con storie di frontiera che li vedevano muoversi nel Far West tribù di indiani, malviventi e avventurieri di ogni sorta. In un’intervista del 2011, Aaker ha raccontato di aver ricevuto 250 dollari a episodio all’inizio delle riprese di “Rin Tin Tin”, con il suo stipendio che era cresciuto fino a 500 dollari con l’ultima stagione. Dopo “Rin Tin Tin”, ha recitato in tv “The Donna Reed Show”, “Route 66” e “Il magico mondo di Disney”, con l’ultima apparizione cinematografica in “Ciao ciao Birdie” (1963). Aaker ha lasciato Hollywood prima dei 20 anni e ha poi ha lavorato come falegname per due decenni e ha insegnato a sciare ai bambini svantaggiati e a persone con disabilità a Mammoth Mountain in California, vivendo con la sua pensione 1.500 dollari al mese.

paul ritter

Il 6 aprile è morto Paul Ritter: l’attore britannico, 54 anni, si è spento la scorsa notte a causa del tumore al cervello che lo aveva colpito. In tutto il mondo, Paul Ritter era famoso soprattutto per aver preso parte alla serie tv Chernobyl e ad uno dei film della saga di Harry Potter. Paul Ritter, che aveva interpretato Eldred Worple nel film Harry Potter e il principe mezzosangue, Anatolij Djatlov nella miniserie televisiva Chernobyl e aveva partecipato anche a Quantum of Solace, film della saga di James Bond. Paul Ritter si è spento serenamente nella sua abitazione assistito dalla moglie Polly e dai figli Frank e Noah. L’attore era molto celebre in Gran Bretagna per il suo ruolo di Martin Goodman nella sitcom ‘Friday Night Dinner’ basata sulla famiglia ebrea britannica Goodman, i cui figli tornavano a casa ogni venerdì sera per la cena.

joseph siravo

Il 12 aprile è morto Joseph Siravo a 64 anni. Noto soprattutto per aver interpretato il ruolo di Johnny Soprano, padre del protagonista Tony, nella seguitissima serie HBO «I Soprano», andata in onda dal 1999 al 2007 (era apparso in cinque episodi, durante alcuni flashback del figlio con la psicanalista dalla quale era in cura per i suoi attacchi di panico), l’attore aveva debuttato sul grande schermo nel 1993 con «Carlito’s Way» di Brian De Palma (era Vincent “Vinnie” Tagliucci) e nel 2015 aveva vestito i panni di John Gotti nel film «The Wannabe».

Registi morti nel 2021

Il 21 gennaio è morta Cecilia Mangini a Roma giovedì all’età di 93 anni. Era nata a Mola di Bari il 31 luglio 1927. I suoi primi importanti lavori sono stati presentati, discussi e premiati a Venezia. Documentò la storia del Paese a partire dal secondo dopoguerra, dedicandosi in primo luogo a raccontare i problemi del Mezzogiorno. Ha collaborato agli inizi della carriera con Pier Paolo Pasolini e poi a lungo con il marito Lino Del Fra, tra le voci più autorevoli del documentario italiano. Mangini ha dedicato la sua vita al ‘cinema militante‘, un aggettivo che “oggi sembra quasi una parolaccia“, ha dichiarato lei stessa. Per renderle omaggio, Rai Storia propone la sua intervista a ”Cortoreale” che sarà in onda questa sera, venerdì 22 gennaio alle 23.10, domenica 24 gennaio alle 19.00 e lunedì 25 alle 12.00. Alla fine degli anni Cinquanta Cecilia Mangini scelse di raccontare la realtà contadina insieme a Pier Paolo Pasolini. Nacquero così “Ignoti alla città” (1958), ispirato al romanzo dello scrittore “Ragazzi di vita”, “Stendalì” (1960), “La canta delle marane” (1962). Questi documentari condensavano la poetica che orienterà la sua produzione: dare voce a coloro che vivono ai margini, mostrare la desolazione della campagna devastata dal cemento delle periferie, registrare gli ultimi istanti di vita dei rituali della cultura contadina spazzata via dalla civiltà industriale e dei consumi. Durante gli anni Sessanta ha indagato l’umanità delle fabbriche. Fu proprio la Rai che le commissionò un’inchiesta, “Essere donne” (1965), che disattese le aspettative delle aziende che le avevano permesso di intervistare le operaie, tanto che il cortometraggio venne escluso dalla programmazione in sala dalla Commissione del Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Il suo cinema affrontò consapevolmente le trasformazioni politiche e socio-culturali del Dopoguerra. Con “All’armi siam fascisti!” (1962), Mangini e Del Fra furono i primi, insieme a Lino Micciché, a realizzare una riflessione sul regime di Mussolini, insieme al commento dello scrittore Franco Fortini. Apertamente comunista, la sua fede politica non le impedì di realizzare nel 1963 un documentario su “Stalin”, seguendo lo stesso principio di storicizzazione e critica che aveva tenuto sul fascismo. Con il documentario “Fata Morgana” (1961) la coppia Del Fra-Mangini vinse il Leone d’Oro a Venezia. Hanno poi conquistato il Pardo d’Oro al Festival del cinema di Locarno con “Antonio Gramsci – I giorni del carcere” (1977), del quale Mangini firmò soggetto e sceneggiatura. Il suo lungo silenzio cinematografico è stato interrotto solo nel 2012 quando insieme alla sua allieva Mariangela Barbanente è tornata alla regia con il documentario “In viaggio con Cecilia”.

Il 13 marzo è morto Norman J. Warren. regista, montatore, produttore cinematografico e sceneggiatore inglese. È molto conosciuto per i suoi film horror girati negli anni Settanta: Satan’s Slave (1976), Terrore ad Amityville Park (1977) e Delirium House – La casa del delirio (1978). Warren è anche conosciuto per alcune commedie sexy come Outer Touch. Aveva 78 anni.

Il 25 marzo è morto Bertrand Tavernier, regista, sceneggiatore e produttore francese: aveva 79 anni. Tavernier aveva iniziato la carriera come critico, poi il successo con i suoi film interpretati da Philippe Noiret. Si è spento a Saint-Maxime de Var, sul mare della Costa Azzurra. Regista di film come «Colpo di spugna», «Una domenica in campagna», «Che la festa cominci» o «La vita e niente altro», Tavernier – nato a Lione 79 anni fa – si è spento oggi a Saint-Maxime, nel sud della Francia. «Con la moglie Sarah, i figli Nils e Tiffany e i suoi nipoti, l’Istituto Lumière e Thierry Frémaux addolorati annunciano la scomparsa di Bertrand Tavernier», ha twittato l’associazione cinematografica che il regista presiedeva. Premiato molte volte con i César, gli Oscar francesi, ebbe il riconoscimento come miglior regista al Festival di Cannes nel 1984 per «Una domenica in campagna». Nel 2015, alla Mostra di Venezia, ricevette il Leone d’Oro alla carriera.

Il 20 aprile il regista statunitense Monte Hellman, cineasta anticonformista lanciato da Roger Corman, che ha diretto i classici cult esistenziali “La sparatoria” e “Strada a doppia corsia”, è morto all’ospedale Eisenhower Health di Palm Desert, in California, all’età di 91 anni. Il decesso è avvenuto una settimana dopo essere caduto accidentalmente in casa, come ha spiegato a “The Hollywood Reporter” sua figlia, la produttrice Melissa Hellman. Ammirato da Quentin Tarantino, per il regista è stato produttore esecutivo per il film “Le iene” (1992). Nel 2010 Hellman è stato premiato alla Mostra del Cinema di Venezia con un Leone d’oro speciale per l’insieme dell’opera, premio voluto proprio da Tarantino che era il presidente della giuria: era in concorso con il film noir “Road to Nowhere” girato a 20 anni da “Blind Terror”. Dopo aver studiato cinema all’Università della California a Los Angeles e un periodo in Europa, al suo ritorno Hellman lavora alla rete televisiva Abc come apprendista montatore. Nel 1959 il regista Roger Corman gli offre l’occasione di debuttare dietro alla macchina da presa con “Beast from Haunted Cave”, primo di una ventina di titoli. Dopo aver fondato la Proteus Film con Jack Nicholson e aver girato due film a basso budget con l’attore, Hellman realizza due horror nelle Filippine. Nel 1966 dirige quello che è considerato il suo capolavoro: “La sparatoria”, un western atipico interpretato da Warren Oates, Will Hutchins, Millie Perkins e da Nicholson. Nel 1971 dirige il road movie “Strada a doppia corsia” con James Taylor, Warren Oates e Dennis Wilson dei Beach Boys. Con Oates girerà anche “Cockfighter” (1974). Nel 1978 è la volta del western “Amore, piombo e furore”, girato in Spagna e in Italia, con la sceneggiatura di Ennio De Concini e Vincente Escrivà Soriano e interpretato da Fabio Testi, Warren Oates, Jenny Agutter e Sam Peckinpah. Tra gli altri suoi film “Iguana” (1988). Hellman è stato insegnante di cinema presso il California Institute of the Arts per tre decenni.

Cantanti morti nel 2021

Il 9 febbraio è morta Mary Wilson, co-fondatrice delle Supremes, è morta all’età di 76 anni nella sua casa di Henderson, in Nevada. Ad annunciarlo è il suo ufficio stampa Jay Schwartz, senza fornire alcun dettaglio sulla causa del decesso. Le Supremes erano note per successi come “Baby Love” e “You Can’t Hurry Love”. La Wilson era un membro originale del gruppo insieme a Diana Ross, Florence Ballard e Barbara Martin. In seguito Martin lasciò il gruppo prima che avesse successo e Le Supremes continuò come trio. Mary Wilson vi rimase per tutti i sedici anni in cui le Supremes si esibirono. Successivamente, in seguito allo scioglimento del gruppo, intraprese la carriera da solista. Infine pubblicò la sua autobiografia “Dreamgril: My Life As a Supreme”, riscuotendo un notevole successo commerciale ed ispirando il film del 2007 “Dreamgirls”. Dal matrimonio, poi finito, con Pedro Ferrer, nacquero tre figli, uno dei quali, Rafael, purtroppo morì a 14 anni in un incidente stradale nel quale anche lei rimase coinvolta.

Enrico Greppi

Il 14 febbraio è morto morto questa mattina nella sua abitazione di Fiesole, Enrico Greppi, in arte Erriquez, volto e anima della Bandabardò. Aveva 60 anni. L’artista combatteva con un brutto male da tempo, ma la sua riservatezza e la sua energia non avevano mai permesso di far trasparire nulla all’esterno. Con la Bandabardò aveva da poco festeggiato i 25 anni di carriera con un grande evento al Mandela Forum di Firenze, insieme a tanti artisti amici, e sin dalla sua nascita, nel 1993, il gruppo era sempre rimasto fedele a se stesso e ai suoi ideali, diventando un punto di riferimento della scena musicale degli anni ’90 e non solo, tanto che ancora oggi il coro “Se mi rilasso collasso“, continua ad essere cantato da ogni generazione. Molto riservato ma solare, Erriquez si è anche battuto da sempre nel sociale sposando le cause dei più deboli.

patrick juvet

Il primo aprile è stato trovato morto in un appartamento di Barcellona, Patrick Juvet, ex modello e cantautore svizzero, diventato uno dei re della disco europea negli anni ’70’, grazie a brani come «Où sont les femmes?» e «I love America». Juvet aveva 70 anni e, secondo quanto riferito dal suo agente, era in buone condizioni di salute fino a pochi giorni fa, tanto che potrebbe essere disposta un’autopsia per accertare le cause della morte. La carriera di Juvet aveva avuto alti e bassi. Dopo gli studi di pianoforte e gli esordi da modello, il grande successo di “Où sont les femmes?”, contenuto in un album del 1977, fu attaccato dai movimenti femministi perché il testo venne ritenuto sessista. Poi nel 1978 arrivò la consacrazione con “I Love America”. Ma gli anni ’90 furono invece una traversata del deserto per Juvet, che sprofondò in varie dipendenze come lui stesso aveva raccontato ai media. Dopo il 2000 era tornato sulla scena con un tour ‘all star’. Nel 2005 aveva pubblicato un’autobiografia, «Les bleus au cœur», nella quale rivelava ufficialmente la propria bisessualità.

dmx

Il 9 aprile è morto DMX, uno dei rapper più popolari e di successo emersi negli anni ’90. Aveva 50 anni. Era stato ricoverato lo scorso 2 aprile a New York per un attacco di cuore provocato, sembra, da una overdose. DMX era nato a Mount Vernon il 18 dicembre 1970. Rapper, attore e attivista statunitense, è conosciuto anche come Dark Man X, The Divine Master of the Unknown. È stato particolarmente famoso alla fine degli anni 90 per i suoi scuri e gotici soggetti e per le rime. Ha incarnato un binomio raro e vincente: il rispetto del mondo underground unito al successo commerciale. Tanto che oggi viene considerato come uno dei più influenti artisti rap di sempre. Star dell’hip hop, candidato ai Grammy e disco di platino quattro volte con l’album del debutto It’s Dark and Hell is Hot, del 1998, DMX non aveva mai tenuto nascosti i suoi problemi con la droga. Come egli stesso raccontò, la sua prima esperienza fu a 14 anni fumando crack. Nel 2019 decise di ricoverarsi in un centro di disintossicazione. Cresciuto negli Yonkers, periferia di New York, ebbe un’infanzia piuttosto difficile tra abusi fisici e abbandono da parte dei genitori. Difficoltà che lo portarono ad essere manesco e impulsivo oltre che a commettere furti. Finì anche in galera. La via di salvezza arrivò con la musica, l’hip hop. Gli inizi furono come dj e il suo nome d’arte deriva dalla drum machine digitale DMX, ma è anche l’acronimo di ‘Dark Man X’. Da cristiano DMX leggeva la Bibbia tutti i giorni e credeva nell’amore di Gesù Cristo. Era padre di 15 figli, l’ultimo nato nel 2016: i primi quattro avuti dalla moglie Tashera Simmons, sposata nel 1999, da cui divorziò sopo undici anni, gli altri frutto di relazioni extra coniugali o occasionali. Dopo il successo del primo album, il suo secondo, Flesh of My Flesh, Blood of My Blood’, uscì nello stesso anno e divenne tre volte disco di platino. Sulla copertina DMX appare ricoperto di sangue. In tutta la sua carriera ha pubblicato otto album ed è stato candidato tre volte ai Grammy. Nel 2000 è stato anche nominato ‘Favorite Rap/Hip Hop Artist’ agli American Music Awards. Il rapper ha avuto anche qualche esperienza da attore: è apparso in film come Belly, Romeo Must Die, Exit Wounds, Cradle 2 the Grave e Last Hour. Nel 2006 è stato protagonista della serie reality ‘DMX: Soul of a Man’. Nel 2003 ha pubblicato l’autobiografia ‘E.A.R.L.: The Autobiography of DMX’.

Il 24 aprile è morta Milva. La “Rossa”, come la sua famosa fulgida chioma di capelli ramati, aveva 82 anni: da tempo aveva perso la coscienza del tempo e della memoria. Pseudonimo di Ilvia Maria Biolcati, popolare in Italia e all’estero, ha trionfato sui palcoscenici di gran parte del globo, ottenendo particolari consensi, oltre che in Italia, soprattutto in Germania, dove ha partecipato in molte occasioni a eventi ed a spettacoli musicali sui principali canali televisivi. Ha pubblicato con successo dischi anche in Francia, Giappone (26ª tournée più redditizia nel 2008), Corea del Sud, Grecia, Spagna e Sudamerica. Milva durante la sua oltre cinquantennale carriera è riuscita a registrare un grande numero di brani, passando per generi musicali anche molto distanti fra loro con grande carisma interpretativo e vendendo oltre 80 milioni di dischi in tutto il mondo; rimane ad oggi l’artista italiana con il maggior numero di album realizzati, ben 173 tra album in studio, album live e raccolte. La sua statura artistica è stata ufficialmente riconosciuta dalle repubbliche italiana, francese e tedesca, che le hanno conferito alcune tra le più alte onorificenze; è l’unica artista italiana ad essere contemporaneamente: Ufficiale dell’Ordre des arts et des lettres (Parigi, 1995), Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania (Berlino, 2006), Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Roma, 2 giugno 2007) e Cavaliere della Legion d’onore della Repubblica Francese (Parigi, 2009). Dotata di una voce da contralto molto duttile, capace di sonorità timbriche peculiari, nonché di un solido vibrato e di un melisma preciso e personalissimo, è soprannominata la Pantera di Goro: la cantante faceva infatti parte del quartetto delle grandi voci femminili italiane degli anni sessanta e settanta, con Mina, la Tigre di Cremona, Iva Zanicchi, l’Aquila di Ligonchio e Orietta Berti, l’Usignolo di Cavriago. Per il colore dei suoi capelli è anche nota come La Rossa[5] (titolo di una famosa canzone scritta per lei da Enzo Jannacci, al quale dedicò l’omonimo album La Rossa del 1980); il colore caratterizza anche la sua fede politica di sinistra, rivendicata in numerose esternazioni.

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nick kamen

Il 5 maggio è morto il modello e cantautore inglese Nick Kamen, pupillo di Madonna. Conosciuto per la sua hit Each time you break my heart del 1986, Kamen aveva 59 anni. Nick Kamen, che era nato nell’Essex con il nome di Ivor Neville Kamen, raggiunse la notorietà a 23 anni prima di diventare cantante grazie alla pubblicità uscita in tutto il mondo dei jeans Levi’s 501. Nello spot si vede il modello, al quale proprio in quella occasione venne dato il soprannome di Nick, entrare in una lavanderia in jeans e maglietta bianca e togliersi poi i vestiti rimanendo in boxer prima di metterli in lavatrice, sulle note di Heard it through the grapevine di Marvin Gaye. Fu proprio quello spot, notato da Madonna, a mettere in contatto Kamen con la Material Girl che scelse di affidargli una canzone scritta con Stephen Bray, proprio la hit Each time you break my heart, in cui Madonna compare per i cori. La hit, che raggiunse la vetta della classifica inglese e ottenne grande successo anche in Germania, Spagna, Francia e Italia, diede il titolo all’omonimo album che seguì, primo dei quattro dischi che Nick Kamen pubblicò tra il 1987 e il 1992. Per il suo secondo album Us del 1988, Madonna gli assicurò la collaborazione del suo produttore Patrick Leonard, offrì i cori in Tell me ma non si occupò più della scrittura e della supervisione come aveva fatto in occasione del primo album. Il brano Tell me ottenne uno straordinario successo soprattutto in Italia, dove durante i mesi estivi rimase per nove settimane in prima posizione nella classifica dei singoli. L’anno successivo Kamen cantò il brano Turn it up per la colonna sonora del film Disney intitolato Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi. Ma è nel 1990 che l’artista inglese piazza il suo successo internazionale più grande, I promised myself, che raggiunse il primo posto in classifica in otto Paesi europei, il quarto singolo più suonato dalle radio e dalle tv quell’anno. Il suo ultimo album nel 1992, quando Kamen fece uscire Whatever, whenever. Da allora un sostanziale silenzio interrotto oggi dalla notizia della sua morte.

Musicisti morti nel 2021

adriano urso


Il 10 gennaio è morto Adriano Urso, a 40 anni, pianista fra i maggiori esponenti della scena musicale retrò. Nato e cresciuto nella Capitale l’artista è deceduto a Roma in seguito ad un infarto. Pare, dopo lo sforzo di aver spinto la macchina in avaria con l’aiuto di un passante. Icona della musica jazz non solo in città ma anche in Italia ed in Europa, Adriano Urso era fratello di Emanuele Urso, “The King of Swing”, con il quale aveva condiviso la scena jazz nel corso dei decenni. Sgomento alla notizia della perdita dell’artista è stata espressa da decine di persone, fra le quali appunto il fratello che su facebook lo ricorda: “Hai lasciato un vuoto incredibile ed incolmabile nella mia vita, ancora non posso credere che il mondo sia così ingiusto, addio fratello mio”.

Il 15 gennaio è morto a 69 anni a causa di un tumore Sylvain Sylvain, chitarrista dei New York Dolls. Per finanziare le ingenti spese mediche legate alle cure nel 2019 era stata lanciata una campagna di crowdfunding in suo favore che aveva fatto il giro del mondo. «Mi mancherai, vecchio amico, manterrò il focolare di casa acceso» ha scritto su Instagram David Johansen, l’unico componente della band ancora in vita. Nato al Cairo nel 1951 Sylvain Mizrahi (questo il suo nome all’anagrafe) si trasferì prima con la sua famiglia in Francia e poi a New York. Nel 1971 entrò a far parte, in sostituzione del vecchio chitarrista Rick Rivets, nel gruppo fondato da Johansen, Johnny Thunders, Arthur “Killer” Kane e Billy Murcia (poi morto di overdose nel 1972 e sostituito da Jerry Nolan). Attivi negli anni Settanta, e tornati sulle scene con una reunion nel 2004, i New York Dolls hanno avuto una grandissima influenza sul punk rock (Malcom McLaren, che poi sarebbe diventato il manager dei Sex Pistols, si occupò di loro nei primi anni del decennio) e il glam metal/sleaze metal anni ottanta (come Mötley Crüe e Twisted Sister). Lo storico album d’esordio «New York Dolls», pubblicato nel 1973, contiene brani aggressivi e provocatori come «Frankenstein» e la celebre «Personality Crisis». Prima dello scioglimento, nel 1977, sono riusciti a pubblicare un altro disco: «Too Much Too Soon» (1974). Negli anni successivi gli eccessi e l’abuso di eroina si sarebbero portati via nel 1991 e nel 1992 Thunders e Nolan mentre Kane morì di leucemia nel 2004. In quell’anno Johansen e Sylvain hanno deciso di ridare vita ai Dolls: da allora hanno pubblicato tre lavori («One Day It Will Please Us to Remember Even This» nel 2006, «Cause I Sez So» nel 2009 e «Dancing Backward in High Heels» nel 2011).

Sophie Xeon

Il 30 gennaio Sophie Xeon, una delle più note e apprezzate dj e produttrici della musica elettronica contemporanea, è morta ad Atene all’età di 34 anni. A confermare il decesso dell’artista, dopo che le prime voci avevano iniziato a diffondersi sui social, è stata l’agenzia di management, Modern Matters, parlando al Guardian. La morte — si legge nel comunicato, che definisce Sophie «una pioniera nella ricerca musicale, e una delle più rilevanti artiste nell’ultimo decennio: un’icona di liberazione» — è dovuta «a un incidente». La casa discografica Transgressive, in un tweet, ha fornito qualche dettaglio in più sulle circostanze dell’incidente, spiegando che si è trattato di una caduta durante un tentativo di raggiungere un luogo da cui «osservare la luna piena». Sophie era nata a Glasgow nel 1986. Durante la sua carriera aveva ricevuto una nomination ai Grammy, e aveva lavorato, tra gli altri, con Madonna, Charli XCX, Kim Petras. Il pubblico l’aveva scoperta grazie al singolo Bipp, nel 2013. Il suo album d’esordio, Oil of every pearl’s un-insides, fu pubblicato 5 anni dopo, nel 2018, e venne nominato per i Grammy nella categoria di miglior disco nella categoria dance/elettronica. Sophie, che era transgender, aveva discusso della sua identità sessuale con il magazine Paper: «Essere trans significa prendere il controllo e riallineare il tuo corpo con la tua anima, il tuo spirito, e fare in modo che queste due componenti non siano in lotta. Significa non essere una madre, o un padre, ma un individuo che osserva il mondo, e lo percepisce». Dopo aver parlato della sua identità sessuale, nel 2018, Sophie aveva abbandonato la semioscurità nella quale si esibiva sul palco durante le prime esibizioni per guadagnare il centro della scena, dove utilizzava costumi e parrucche che — scrive il New York Times — «fondevano il futurismo e il fascino vintage».

chick corea

Il 9 febbraio Chick Corea è morto, portato via da una rara forma di cancro a 79 anni. Il musicista, che nel corso di una lunga carriera durata oltre cinque decenni, aveva vinto 23 Grammy Awards, il massimo premio musicale al quale era stato candidato per ben 60 volte, si era affermato come brillante pianista all’inizio degli anni Sessanta, lavorando con Stan Getz, Herbie Mann e molte altre stelle del jazz. Nel 1968, aveva sostituito Herbie Hancock nel gruppo di Miles Davis, suonando in album storici come «In a Silent Way» e «Bitches Brew». Dopo aver dato vita al suo primo gruppo, i Circle, fondò i Return to Forever, lavorando poi a molti altri progetti, inclusi i duetti con Hancock e il vibrafonista Gary Burton. Nei decenni successivi, Corea si era lanciato in innumerevoli progetti, mostrando la versatilità illimitata del suo talento — da un duo con il vibrafonista Gary Burton alla Elektric Band. Ha registrato ed eseguito con la stessa classe musica classica, standard, originali solisti, latin jazz fusion e tributi a grandi pianisti jazz. Nel 1968, aveva sostituito Herbie Hancock nel gruppo di Miles Davis, suonando in album storici come «In a Silent Way» e «Bitches Brew». Dopo aver dato vita al suo primo gruppo, i Circle, fondò i Return to Forever, lavorando poi a molti altri progetti, inclusi i duetti con Hancock e il vibrafonista Gary Burton. Nei decenni successivi, Corea si era lanciato in innumerevoli progetti, mostrando la versatilità illimitata del suo talento — da un duo con il vibrafonista Gary Burton alla Elektric Band. Ha registrato ed eseguito con la stessa classe musica classica, standard, originali solisti, latin jazz fusion e tributi a grandi pianisti jazz. L’anno scorso Corea ha pubblicato il doppio album «Plays», le cui tracce ha eseguito in vari concerti armato semplicemente del suo pianoforte. Corea è l’artista con il maggior numero di Grammy jazz nei 63 anni di storia dello spettacolo e c’è la possibilità che possa vincerne uno postumo durante la cerimonia del prossimo 14 marzo, dove è nominato come miglior assolo jazz improvvisato per «All Blues» e miglior strumentale jazz album per «Trilogy 2». «Spero che chi sente il bisogno di suonare, scrivere, esibirsi in uno spettacolo possa farlo. Se non per se stessi, allora per noi. Non solo perché il mondo ha bisogno di più artisti, ma perché è più divertente», ha aggiunto in fondo al suo post. L’ultimo di un musicista insostituibile.

Il 16 febbraio è morto Johnny Pacheco al secolo Juan Azarias Pacheco, aveva 86 anni. Arrivò a New York con la sua famiglia da bambino, dopo aver studiato musica alla famosa Juilliard School intraprese una carriera strepitosa negli anni Cinquanta con l’orchestra Pacheco y su Charanga. Nel 1964 fondò la Fania Records con l’avvocato Gerald “Jerry” Masucci. Con l’etichetta e la storica band Fania All Stars, di cui hanno fatto parte icone della salsa come Celia Cruz, Hector Lavoe e Willie Colon, ha registrato o composto più di 100 canzoni durante la sua carriera, tra cui “El Faisan” e “Quitate tu”. Pacheco è considerato uno dei padri della salsa.

Il 2 marzo si è spento a 59 anni, dopo una lunga malattia, nella sua casa di Cassino, Claudio Coccoluto, tra i più famosi dj italiani, conosciuto anche sulla scena internazionale. Era il più grande di tutti, secondo molti. Aveva iniziato a fare il dj a 13 anni, per hobby, nel negozio di elettrodomestici del padre a Lungomare Caboto a Gaeta. Nel 1978 comincia a far conoscere la sua voce attraverso la radio locale Radio Andromeda, la prima emittente privata della città. Dal 1985 la passione diventa un lavoro e si fa sentire anche in qualche radio pirata. Le sue prime esperienze nei locali sono al Seven Up di Gianola e all’Histeria di Roma, dove sostituisce Corrado Rizza e affianca il dj Marco Trani. Ma è al Goa di Roma dove si esibisce più spesso e diventa famoso. Nelle discoteche che bazzica lo chiamano semplicemente C.O.C.C.O. o Cocodance. Da lì il salto è breve. Lavora anche per Radio Deejay: nel suo programma C.O.C.C.O. propone dj set e in diretta mixa e interagisce con gli ascoltatori. Cocco è divinamente bravo: inizia a calcare le scene di alcuni dei locali più noti al mondo, da Londra a New York, tanto da essere il primo artista europeo ad esibirsi nel Sound Factory Bar della Grande Mela. Fa suonare quella che definisce “una variante della musica elettronica”, l’underground che tutti oggi conosciamo. Ricercatissimo per i compleanni dei vip, calca anche il palco incredibile degli Mtv Awards. A proposito di Sanremo, nel 2003 Pippo Baudo lo chiama persino, primo dj italiano, nella giuria di qualità del Festival, dove poi tornerà per altre due volte. Amico intimo di Fiorello (aveva suonato anche al suo compleanno e la sorella di Fiorello, Catena, ha raccontato la sua storia nel libro “Nati senza camicia”), c’è da scommettere che il tributo alla prima dell’Ariston stasera arriverà.

Il 2 marzo è morto Bunny Wailer, uno dei più importanti musicisti della scena reggae giamaicana. Insieme a Bob Marley e a Peter Tosh aveva fondato i Wailers. Nato a Kingston il 10 aprile 1947 con il nome di Neville O’Riley Livingston, Wailer aveva dunque 73 anni ed era una delle voci dell’epoca d’oro del reggae ancora viventi, molto noto anche per la sua attività solista e anche per questo una delle figure artistiche più rispettate della Giamaica, la terra intorno alla quale la musica in levare ha intrecciato il suo destino fino a diventarne un sinonimo e il più potente strumento di diffusione culturale. Nel gruppo guidato da Bob Marley, Bunny Wailer era il più intransigente dal punto di vista della religione rastafariana, il più radicale anche nelle scelte politiche, tutti atteggiamenti che spiegheranno la sua uscita dalla band e l’avvio della carriera solista. Bunny Wailer era nato a Kingston ma era cresciuto nel villaggio di Nine Mile a St. Ann, e proprio lì aveva conosciuto Bob Marley. Divennero amici accomunati dal destino di essere cresciuti in una famiglia monoparentale, Bunny allevato dal padre e Bob dalla madre. A Kingston, dove le due famiglie decisero di trasferirsi insieme, conobbero Joe Higgs che aveva appena raggiunto il successo e che gli diede le prime lezioni di canto insieme a Peter Tosh e a Junior Braithwaite, che sarebbero diventati loro sodali nei Wailers insieme alle due coriste Beverley Kelso e Cherry Smith. Con il successo anche internazionale dei Wailers, nel 1973, i primi problemi. Bunny Wailer non sopporta i ritmi e le regole dei tour, abbandona durante il giro di concerti in Inghilterra e si rifiuta di continuare negli Stati Uniti, chiede invece di potersi esibire con il gruppo soltanto nei concerti in Giamaica. Anche Tosh abbandona, la rottura della band è dietro l’angolo e Wailer avvia presto la sua fortunata carriera solista. Con il singolo Searching for love lancia una sua etichetta, la Solomonic, pubblica anche pezzi firmati dai Wailers e canta anche cover del vecchio gruppo ma non tornerà mai indietro. Nonostante la qualità della sua musica e il timbro caldo della sua voce, Bunny Wailer non riuscirà mai a ottenere il successo di Peter Tosh e Bob Marley, suoi ex compagni nei Wailers. Tra il 1980 e il 1981, anno in cui Marley muore, Bunny Wailer rende omaggio alla musica dei Wailers pubblicando due album intitolati Bunny Wailer sings the Wailers, accompagnato in studio da Sly & Robbie e dai Roots Radics, che diventeranno la sua band nelle prossime apparizioni live, compresa quella al fianco di Stevie Wonder in un concerto di beneficenza a Kingston in favore dell’istituto per ciechi della città in cui ottiene un successo straordinario, tanto che molti si chiedono perché mai si tenga lontano dalle scene così a lungo. Tornerà in tour solo nell’86, a 13 anni di distanza dalla rottura con i Wailers, mentre per il primo vero riconoscimento internazionale bisognerà attendere gli anni Novanta, grazie ai due omaggi a Marley con i quali vince due Grammy: il primo per l’album Time Will Tell del 1990, il secondo con Hall of Fame: A Tribute to Bob Marley’s 50th Anniversary del 1995. Se la musica resta una sua passione, la fede politica non lo abbandona e lo porta a impegnarsi per la gioventù giamaicana fino a fondare un partito, lo United Progressive Party, impegnato per la riforma scolastica come per la decriminalizzazione della marijuana in Giamaica. Ha continuato a incidere anche nel nuovo millennio, il primo album Communication nel 2000, l’ultimo nel 2013 intitolato Reincarnated Souls.

Raoul Casadei è morto il 13 marzo per complicazioni dovute al Covid. Casadei era stato contagiato dal virus assieme ad alcuni suoi familiari. Le sue condizioni si sono progressivamente aggravate ed è morto in mattinata. Aveva 83 anni. È stato, per tutti, il re del liscio Raoul Casadei. L’uomo che ha trasformato il folklore romagnolo in un genere riconosciuto e apprezzato in ogni angolo d’Italia. Che su quella sorta di inno nazionale, ‘Romagna Mia’ scritto dallo zio, Secondo Casadei, ha costruito una carriera leggendaria all’insegna dell’allegria, della solarità e della genuinità tipica della sua terra. Inventore del ‘lissio’, come si usa dire da Bologna in giù, ha lanciato il brano-manifesto ‘Romagna Mia’ a oltre 4 milioni di copie vendute quando, con in mano una chitarra, Raoul Casadei era ancora un adolescente, facendolo partecipare agli spettacoli dell’Orchestra Casadei nelle balere e nei locali romagnoli.

james levine

Il 17 marzo è morto James Levine, uno dei direttori d’orchestra piu’ importanti e controversi al mondo che per oltre 40 anni e’ stato sul podio della Metropolitan Opera da cui e’ stato licenziato nel 2018 per un clamoroso scandalo di abusi su minori. Levine e’ morto a Palm Springs in California a 77 anni. Lo ha confermato il medico, Len Horovitz, al New York Times. Prima di essere messo alla porta, Levine aveva diretto oltre 2.500 spettacoli al Met (piu’ di ogni altro direttore d’orchestra) e vinto 37 Grammy. Era anche profumatamente pagato: 1,8 milioni di dollari solo per la stagione 2015-2016. Il castello di carte era crollato pero’ quando a fine 2017, in pieno scandalo #MeToo, il New York Times aveva portato in luce accuse di pedofilia tra cui una di un uomo all’epoca quindicenne che le molestie sessuali del musicista avrebbero spinto sull’orlo del suicidio. Il maestro negli ultimi anni aveva avuto gravi problemi di salute: quando ancora saliva sul sul podio – e da ultimo dirigeva da una sedia a rotelle – i musicisti si lamentavano che, a causa del Parkinson, era impossibile seguirne le indicazioni della bacchetta.

black rob

Il 17 aprile il rapper statunitense Black Rob, noto per la tonalità della voce e per le rime delle canzoni, portato al successo dall’etichetta Bad Boy Records di Sean Combs (Puff Diddy), è morto all’età di 51 anni in un ospedale di Atlanta dopo una lunga battaglia contro un’insufficienza renale. Nato come Robert Ross il 12 luglio 1969 a Buffalo, Black Rob era cresciuto a East Harlem, iniziando a rappare prima di raggiungere la sua adolescenza. All’età di 22 anni ha iniziato a esibirsi con il suo primo gruppo rap, gli Schizophrenics, con il nome d’arte «Bacardi Rob». Fu nel 1996 che Black Rob fu ingaggiato dall’etichetta Bad Boy, apparendo in un remix di «Come See Me» dei 112. Il rapper è rimasto con la casa discografica Bad Boy fino al 2010, quando è uscito e ha firmato per l’etichetta indipendente Down Duck Records e alla fine ha formato la sua etichetta, Box and One, insieme a Jemal Mosley. La sua affermazione definitiva risale 1999 quando Black Rob pubblicò «Life Story», che gli aprì numerose collaborazioni, comprese quelle con Notorious, Big, Ol Dirty Bastard e Faith Evans. «Whoa!», canzone dal suo album di debutto, ha raggiunto il numero 43 della Billboard 200 nel 2000 dopo essere stata pubblicata come singolo. Dal 2015, anno del suo ultimo disco, Black Rob si era ammalato ai reni.

Shunsuke Kikuchi

Il 30 aprile è morto a 89 anni Shunsuke Kikuchi: è stato un compositore giapponese e aveva prestato la sua arte per riempire di musica i cartoni animati. Ha scritto la colonna sonora di autentiche pietre miliari del pop della seconda parte del ‘900. Da Doraemon fino a Dragon Ball, passando per l’Uomo Tigre e Goldrake, Kikuchi ha dato ritmo, armonia e melodia a decine di titoli, dal Tulipano Nero (la Stella della Senna) a numerosi titoli del genere mecha. Alcune delle sue musiche, composte mescolando suggestioni contemporanee (su tutte una neppure troppo vaga allusione al mondo del Far West) alla grande tradizione pentatonica dell’antichissima scala cinese, sono diventate iconiche.

Personaggi famosi morti nel 2021

Il 2 gennaio 2020 è morto, all’età di 90 anni, Marco Formentini, sindaco di Milano dal 1993 al ’97. Partigiano, cuore socialista, segretario della giunta della regione Lombardia di Piero Bassetti, aderisce alla Lega in un percorso di continua ricerca di nuove soluzioni politiche per il nostro Paese. Nel 1993 diventa il primo sindaco di Milano eletto direttamente dai cittadini milanesi. La sua Giunta sperimentò una scelta di figure per lo più indipendenti dallo schieramento dei partiti. Ebbe una navigazione non semplice, chiese e ottenne l’appoggio della sinistra per concludere il suo mandato. Da parlamentare europeo, aderì alla Margherita (in Europa ‘I Democratici’), portando la sua esperienza e la sua visione anche nell’alveo del centro sinistra. Lasciò in eredità la pedonalizzazione dal Duomo a San Babila, la linea 3 della metropolitana e il primo progetto della linea 4.

aitor gandiaga

Il 3 gennaio è morto a soli 23 anni, Aitor Gandiaga, giovane talento di proprietà dell’Athletic Bilbao. Il ragazzo che il club basco aveva spedito a farsi le ossa al Gernika in Tercera Division, secondo le indiscrezioni riportate dai tabloid spagnoli, è rimasto vittima di un terribile incidente stradale. La tristissima notizia è stata poi ufficializzata proprio dal Bilbao con una nota di cordoglio divulgata anche sui social. Il panorama calcistico basco è sotto shock per la morte di Aitor Gandiaga. Il duttile attaccante, classe 1997 di proprietà dell’Athletic Bilbao è morto in un incidente verificatosi nella zona di Markina-Xemei. Secondo le prime ricostruzioni il ragazzo attualmente in forza alla squadra del Gernika, si sarebbe schiantato con la sua auto contro un autobus, per cause ancora da verificare.

Il 5 gennaio è morto a Milano, a 90 anni, il poeta Franco Loi. Era nato a Genova, nel 1930, ma si era trasferito a Milano da giovanissimo. Oltre che poeta, Loi era un critico letterario. Compositore di poesie in dialetto milanese, era considerato uno dei maggiori poeti italiani del Dopoguerra. Nato a Genova il 21 gennaio 1930, trasferitosi a Milano nel 1937 con la famiglia, dopo aver intrapreso diversi lavori (tra l’altro curò le relazioni pubbliche presso l’ufficio pubblicità della Rinascente e lavorò all’ufficio Stampa della casa editrice Arnoldo Mondadori Editore), a partire dai primi anni Ottanta ha intensificato la sua attività in campo editoriale, divenendo tra l’altro anche un apprezzato critico letterario e collaboratore di riviste e quotidiani.

solange

Il 7 gennaio Paolo Bucinelli, 69 anni, conosciuto con il nome d’arte Solange, è stato ritrovato morto nella sua abitazione di Collesalvetti (Livorno). A trovare il corpo i vigili del fuoco, avvisati da alcuni amici di Bucinelli che si erano preoccupati perché non rispondeva da giorni al telefono. Nato proprio a Collesalvetti il 25 aprile del 1952, Bucinelli aveva iniziato la sua carriera come sensitivo negli anni 80 per poi trasformarsi nel decennio successivo anche in un personaggio televisivo. Si era rivelato al pubblico tv con una partecipazione al programma di Davide Mengacci “Perdonami”. Da quel momento aveva partecipato a “Buona domenica”, “La sai l’ultima?” e al reality “La fattoria”. Nel 2018 era stato protagonista durante una puntata di Domenica in di una violenta lite con il mago Otelma.

hubert auriol

Il 10 gennaio Hubert Auriol è morto, aveva 68 anni. E’ stato uno dei grandi del raid ai tempi in cui si correva ancora in Africa. Fu il primo a vincerlo sia in moto che in auto, impresa poi eguagliata da Stephane Peterhansel e Nani Roma. Lui aveva cominciato l’impresa sulle due ruote, con due trionfi nel 1981 e 1983 su BMW, con un terzo successo sfiorato nel 1985 su Cagiva. Due anni dopo, sempre sulla moto italiana, fu costretto a ritirarsi all’ultima tappa, mentre era al comando, per fratture ad entrambe le caviglie: uno degli episodi rimasti nella leggenda della competizione. Quindi passò alle auto e nel 1992 riuscì ancora ad arrivare davato a tutti a Dakar su Mitsubishi, un’impresa rimasta nei ricordi di tutti e nel mio. annali.
DIRETTORE DELLA “SUA” DAKAR— Dal 1994 della sua corsa è diventato direttore per conto della Aso, la società organizzatrice della competizione. Ma nel 2006 ci è concesso ancora un’ultima, grande emozione alla Dakar, guidando in gara una Isuzu. A lui si deve anche la creazione della Africa Race.
QUEL PRIMATO TRA I CIELI — Ma durante la pausa, tra auto e moto, mentre era ancora convalescente per la doppia frattura, Auriol è stato protagonista di un altro record. Molto lontano, da quelli fin lì ottenuto sulle moto. Insieme a un altro pilota, mito più della 24 Ore di Le Mans (che vinse, tra le altre volte, anche in coppia con Graham Hill) che della Dakar (mai sul podio): Henri Pescarolo. Con loro anche Patrick Fourticq e Arthur Powell. L’intenzione di Auriol era di battere il primato del giro del mondi su aereo a elica. Decollato dall’aeroporto di Bourget ai comandi di un bimotore Lockheed L-18 Lodestar degli anni 40, ha cercato di cancellare il record che durava dal 1938, detenuto dal miliardario americano Howard Hughes, che sullo stesso tipo di velivolo ci aveva impiegato tre giorni, 19 ore e 14 minuti (dunque 91 h 14). La squadra di Auriol riuscì nell’intento percorrendo 23.852 km in 88 ore e 49 minuti. Primato tuttora imbattuto.

L’11 gennaio Lara Vinca Masini, nota storica dell’arte, curatrice e scrittrice toscana, è morta domenica a 94 anni: la notizia è stata data dall’assessore alla Cultura di Firenze, Tommaso Sacchi. Attiva nel mondo dell’arte contemporanea a partire dagli anni Sessanta, fu direttrice del Museo Progressivo d’Arte Contemporanea di Livorno, membro della Commissione italiana per le Arti visive e della Sezione architettura della Biennale di Venezia, nonché organizzatrice della manifestazione “Umanesimo Disumanesimo nell’arte europea 1890/1980” con la quale, secondo il sindaco di Firenze Dario Nardella, «spalancò le porte di Firenze all’arte contemporanea». Da scrittrice fu autrice dei saggi Arte Contemporanea. La linea dell’unicità, Dizionario del fare arte contemporaneo e L’arte del Novecento. Nel 1986 le fu assegnato il Premio dei Lincei per la critica. Nel 2010 donò al Centro Pecci di Prato il suo intero archivio bibliografico, composto da circa 30.000 volumi.

Phil Spector

Il 16 gennaio è morto Phil Spector che negli anni Sessanta, ancora giovanotto, rivoluzionò il modo di concepire l’incisione su supporto a 45 giri inventandosi il cosiddetto «wall of sound». Se ne va per il coronavirus a 81 anni di età in ospedale. Spector iniziò la sua carriera come performer, registrando ancora adolescente con la sua band, i Teddy Bears, To Know Him is to Love Him, primo singolo di successo. Troverà la vera vocazione come produttore dietro girl band degli anni Sessanta come Crystals e Ronettes. Legherà il suo nome a evergeen come Be my baby e Unchained melody, infilando qualcosa come venti hit tra il 1961 e il 1965. Tra i suoi fan più accaniti, un certo John Lennon che litigherà con il socio in affari Paul McCartney per averlo dietro la consolle durante la produzione di Let it Be, ultimo atto dell’avventura dei Beatles, replicando la partnership negli album solisti Plastic Ono Band e Imagine. Newyorchese di origine russa, nella sua lunga carriera Spector ha lavorato con artisti del calibro di Tina Turner, Leonard Cohen e i Ramones. Nel 1989 venne introdotto nella Rock and Roll Hall of Fame, mentre la rivista Rolling Stone lo inserirà al 64esimo posto nella sua classifica dei 100 migliori artisti di tutti i tempi. Tutt’altro che tranquilla la parabola umana di questo genio della musica. Suo padre si suicidò, sua sorella entrava e usciva dagli ospedali psichiatrici e Spector stesso soffrì a lungo di depressione. Amava il gioco d’azzardo, l’alcol e le pistole. La leggenda narra che esplose un colpo anche durante una seduta di registrazione con Lennon. Alla fine degli anni Settanta rivelò di avere «i diavoli che combattono dentro». In ospedale era stato trasferito dopo la diagnosi, ormai quattro settimane fa, dal penitenziario di Corcoran, California, in cui dal 2009 scontava la condanna per l’omicidio di Lana Clarkson, attrice e modella trovata morta nel suo castello losangelino, sei anni prima, in circostanze mai chiarite fino in fondo. L’unica cosa certa è che la donna morì per un colpo di pistola in bocca, esploso dall’arma di Spector, dopo che i due si erano conosciuti in un night club di Hollywood. «Suicidio accidentale», disse lui per difendersi. Forse un gioco erotico finito male. Difatti Spector sarà condannato in un secondo processo, dopo che il primo si era arenato nel 2007. L’intera vicenda è oggetto del film Phil Spector di David Mamet (2013), in cui a vestire i panni del produttore è Al Pacino.

Il 23 gennaio è morto Larry King. Il leggendario giornalista e conduttore televisivo americano si è spento all’età di 87 anni. L’annuncio sul suo profilo Twitter. King è morto al Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles, dove era stato ricoverato alcune settimane fa dopo essere risultato positivo al Covid. King aveva 87 anni ed era stato subito considerato come paziente ad alto rischio, non solo per motivi anagrafici, ma anche per i suoi molti problemi di salute. Lascia tre figli, Larry Jr, Chance e Cannon. Larry King, all’anagrafe Lawrence Harvey Zeiger, era nato a New York il 19 novembre 1933 ed era affetto da diabete di tipo 2 e, nel corso degli anni aveva sofferto di diversi attacchi di cuore che, nel 1987, lo avevano portato a sottoporsi a un intervento chirurgico di bypass quintuplo. Nel 2017, il conduttore aveva rivelato che gli era stato diagnosticato un cancro ai polmoni ed era stato sottoposto con successo a un intervento chirurgico per curarl Il presentatore, famoso per le sue maniche di camicia arrotolate e le onnipresenti bretelle, aveva condotto il “Larry King Live” sulla Cnn dal 1985 al 2010, uno dei più longevi il talk show americani, e negli ultimi tempi conduceva il “Larry King Now” su Hulu e RT America, oltre al domenicale “Politicking with Larry King” sugli stessi due canali online. Nel corso della sua lunga carriera aveva intervistato tutti i presidenti americani a partire dal 1974, oltre a celebrità politiche come Yasser Arafat e e Vladimir Putin e personaggi del mondo dello spettacolo del calibro di Marlon Brando, Liza Minelli, Frank Sinatra e Barbra Streisand. Il suo esordio nel mondo dei mass media risale al 1957 com il disc-jockey presso una stazione radio di Miami Beach, in Florida. Fu in quel periodo che, dietro consiglio del suo manager, cambiò il suo cognome in King. Nel 1978 divenne commentatore di partite di football americano, ma il successo arrivò nel 1985 con la nascita del suo talk show, il “Larry King Live”, in onda sulla CNN per 25 anni. Nel corso della sua carriera, King ha fatto oltre 50mila interviste. Larry King si è sposato otto volte ed è stato anche fidanzato con il ministro Rama Fox dal 1992 al 1995. Ha avuto cinque figli, dei quali Andy e Chaia sono morti nel 2020, rispettivamente a seguito di un attacco cardiaco e per un tumore ai polmoni. Gli altri figli non hanno potuto visitarlo durante il suo ricovero in ospedale, a causa delle rigide misure sanitarie per il Covid del Cedars Sinai Medical Center.

Il 30 gennaio è morto Matteo Troiano, il cantante stonato di Striscia la notizia. Chiamato “Pavarotto“. Aveva 79 anni. E’ nato a Manfredonia nel 1942, aveva iniziato la sua carriera suonando la fisarmonica in un’orchestrina e stonando volontariamente per attirate l’attenzione del pubblico. Poi l’arrivo in tv dove viene notato da Antonio Ricci che lo inserisce nei suoi programmi, da Striscia la notizia, Veline, Paperissima e Scherzi a parte, come personaggio demenziale e cantante stonato.

giuseppe rotunno

Il 7 febbraio il maestro di fotografia Peppino Rotunno è morto nella sua casa a Roma all’età di 97 anni. Famoso per la sua raffinata cultura visiva e per la sua abilità di servirsi dei chiaro-scuri e dei negativi a colori, da Cinecittà a Hollywood nel corso della sua lunga carriera ha firmato capolavori come Amarcord, Il Gattopardo, Rocco e i suoi fratelli e La Bibbia, collaborando con grandi registi come Luchino Visconti, Federico Fellini, Mario Monicelli, Lina Wertmüller, Alan Pakula, Robert Altman e Sydney Pollack. Nato a Roma il 19 marzo 1923, nel 1938 in seguito alla morte del padre, proprietario di una sartoria, Rotunno abbandonò gli studi per aiutare la famiglia. Scelse di lavorare a Cinecittà, dove iniziò come apprendista elettricista per poi diventare addetto alla correzione dei negativi e allo sviluppo, stampa e lucidatura delle fotografie e in seguito fotografo di scena presso lo studio fotografico di Arturo Bragaglia. Passò poi al reparto operatori in qualità di consegnatario-macchina e diventò assistente di Renato Del Frate, ma nel 1941 venne licenziato per un gesto di ribellione contro i simboli del regime fascista. Dopo essere stato operatore alla seconda macchina in L’uomo dalla croce (1943) di Roberto Rossellini, fu arruolato nel reparto cinematografico dello stato maggiore dell’esercito e inviato in Grecia. Catturato dai tedeschi nel settembre 1943, venne deportato in Germania, nei lager di Hattingen e Winten, dove lavorò anche come proiezionista. Ritornato in patria, dal 1946 fu assistente degli operatori Rodolfo Lombardi, Otello Martelli, Carlo Carlini e Gabor Pogany. Ma fu nel 1952 che ebbe la grande occasione della sua carriera, quando sostituì Gianni Di Venanzo al fianco del direttore della fotografia G.R. Aldo per Umberto D. (1952) di Vittorio De Sica. Operatore nel primo film a colori di Visconti, Senso (1954), quando Robert Krasker abbandonò il set per contrasti con il regista, fu lui a condurre a termine le riprese, pur senza essere accreditato. Questa esperienza gli procurò la fama di abile manipolatore dei negativi a colori, all’epoca dotati di scarsa sensibilità, e gli aprì la strada per la carriera di direttore della fotografia, nella quale esordì con Pane, amore e fantasia (1955) di Dino Risi. Nel corso della sua lunga carriera ha ottenuto otto Nastri d’argento, cinque David di Donatello, di cui uno alla carriera e uno speciale, una nomination all’Oscar e un Bafta Award nel 1980 per All that jazz – Lo spettacolo continua di Bob Fosse, una nomination ai Bafta per Il Casanova di Fellini, un Prix Camérimage e un American Society of Cinematographers International Award alla carriera nel 1999.

Il 9 febbraio è morto Franco Marini, ex presidente del Senato era stato ricoverato per Covid qualche settimana fa, per essere poi dimesso lo scorso 27 gennaio. Aveva 87 anni. Franco Marini è stato una pietra miliare della politica italiana della Repubblica italiana. E’ stato ministro, sindacalista, segretario del Partito Popolare italiano prima di diventare Presidente del Senato. Nel 2013, prima della rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, era stato il candidato del Pd di Bersani e di Forza Italia alla presidenza della Repubblica, senza riuscire ad essere eletto.

Il 9 febbraio è morto all’età di 89 anni, Jean Claude Carrière, scrittore e sceneggiatore di film realizzati da maestri come Bunuel, Godard, Ferreri, Oshima, Wajda, Forman, Brook. Lo ha annunciato la figlia Kiara Carrière alla Afp. Sceneggiatore cinematografico e televisivo, autore teatrale, romanziere, poeta e saggista, Carrière ha esordito al cinema nel 1963, anno in cui è iniziata la sua collaborazione con Bunuel, scrivendo la sceneggiatura di ‘Il diario di una cameriera’, cui seguiranno ‘Bella di giorno’, ‘La via lattea’, ‘Il fascino discreto della borghesia’, ‘Il fantasma della libertà’ e ‘Quell’oscuro oggetto del desiderio’. Nella sua lunga carriera Carrière ha collaborato anche con i registi italiani Marco Ferreri (‘La cagna’) e Giuseppe Bertolucci (‘L’iniziazione’), francesi Louis Malle e Jean-Luc Godard e con lo spagnolo Jesús Franco. Dal 1970 ha preso parte al C.I.R.T. di Peter Brook, per il quale ha adattato ‘Misura per misura’ da Shakespeare, ‘La Cerisaie’ da Čechov e il ‘Maha-bharata’ dall’antico testo indiano.

L’11 febbraio è morto a 78 anni Larry Flynt, il re delle riviste a luci rosse. Editore di successo, è sua una delle sue riviste più famose: Hustler Magazine. Fatale un arresto cardiaco a Los Angeles. A darne notizia al Washington Post è stato il fratello.

Claudio Sorrentino

Il 16 febbraio è morto Claudio Sorrentino, aveva 75 anni. Giornalista e autore versatile, Sorrentino ha avuto molte vite. I suoi esordi erano stati da enfant prodige, notato a 5 anni mentre intonava una canzone di Roberto Murolo, divenne attore teatrale già a 6, recitando piece di Pirandello ed Eduardo. Per la tv aveva una forte passione iniziata partecipando a sceneggiati, film, miniserie, commedie e trasmissioni di intrattenimento. Lanciato da Corrado in Domenica In, era stato un volto televisivo con Blitz e Tandem. E poi autore di inchieste e programmi, tra i più noti: «Droga che fare?». Divenuto la prima struttura di segretariato sociale con un numero dedicato alle famiglie e ai ragazzi con problemi di droga, gestito da ex tossicodipendenti. Un impegno proseguito con la creazione di Social Point dedicati ai giovani.. Aveva realizzato e condotto programmi radiofonici, aveva firmato sceneggiature importanti, era stato consigliere del ministro per i Beni e le Attività culturali, per il Cinema e lo Spettacolo. Ma a renderlo famoso al grande pubblico era stata la sua attività di doppiatore che lo aveva portato fino alle più alte vette del successo. Fondatore dell’Associazione Attori e Doppiatori Italiani ne era stato presidente dal 1994. Era stato il primo Rusty in Rin Tin Tin, poi Rickie di «Happy Days», la voce ufficiale italiana di Mickey MouseJohn Travolta, da Staying Alive a Pulp Fiction a gran parte dei suoi film, Bruce Willies in Die Hard. Ma aveva prestato la voce anche a Sylvester Stallone in Cop Land, a Willem Dafoe in L’Ultima tentazione di Cristo, e a Ryan O’Neal in Love Story, in una carriera che aveva toccato il culmine con il grido lanciato da Mel Gibson nella scena clou del film sull’eroe scozzese William Wallace«Braveheart» (Cuore impavido). Un lungo, orgoglioso, e commovente grido opposto al torturatore: «Li-be-rtà». Gli amici amano ricordarlo così.

Rush Limbaugh

Il 18 febbraio è morto Rush Limbaugh, il conduttore radiofonico più popolare d’America, una delle voci più influenti e pagate ma anche controverse del mondo conservatore americano. Aveva 70 anni per un cancro ai polmoni. Amato da Reagan e Trump. Il conduttore radio per certi versi ha anticipato Trump, senza mai però passare al mondo della politica e preferendo condizionarla dal suo potente pulpito, da cui per oltre 30 anni ha dettato la linea ogni giorno a milioni di ascoltatori. Una carriera fulminante, decollata quando sotto Reagan nel 1987 fu cancellata la Fairness Doctrine, una sorta di par condicio per i media che dovevano dare pari tempo a visioni contrastanti. Una mossa che, grazie anche alle nuove tecnologie satellitari, gli consentì di fare breccia nel mondo radiofonico: nessuno meglio di lui seppe approfittarne, vendendo un punto di vista conservatore con spacconeria e insulti, con tanto di nomi e cognomi dei suoi nemici. Uno stile irruento che gli attirò le critiche della sinistra ma che piacque alla destra. “So che i liberali ti chiamano l’uomo più pericoloso d’America ma non preoccuparti, erano soliti dire le stesse cose anche di me, continua il tuo buon lavoro”, gli disse Reagan nel 1992. L’anno dopo Limbaugh era già nella National Radio Hall of Fame, mentre crescevano i suoi fedelissimi, che si definirono ‘dittoheads’ perché concordavano sempre e comunque con lui. In quegli anni, tra il ’92 e il ’96, tenne anche uno show tv ma senza il successo riscosso alla radio. Nel 1994 contribuì all’ascesa come speaker della Camera del deputato Newt Gingrich, uno che non si faceva scrupoli a mettere da parte il rispetto in nome del successo elettorale, e alla conquista del Congresso da parte dei repubblicani. Tra i suoi nemici, entrambi trattati con aperto disprezzo, prima Bill Clinton e poi Barack Obama, deriso come “Halfrican American”. Ma nel mirino dei suoi attacchi quotidiani c’erano gli attivisti a favore dei neri, dei gay, dell’aborto, degli homeless, dei diritti degli animali, dell’ambiente, le vittime dell’Aids, le femministe, ribattezzate “feminazis”. La sua ostilità per la comunità Lgbt non gli impedì però di ingaggiare Elton John per cantare al suo quarto ed ultimo matrimonio.

mauro bellugi

Il 20 febbraio è morto Mauro Bellugi, l’ex difensore di Inter, Bologna, Napoli e Pistoiese (227 presenze e zero gol), che il 7 febbraio aveva 71 anni. A novembre aveva subito l’amputazione di entrambe le gambe come conseguenza del Covid-19 e la sua storia aveva commosso tutti per la forza d’animo con cui aveva affrontato il dramma dopo i primi momenti di sconforto. Bellugi è cresciuto nelle giovanili nerazzurre, debuttando in prima squadra nel 1969 e vincendo appena 20enne lo scudetto del 1970-71. Il 3 novembre 1971 ha segnato il suo unico gol in carriera, nella Coppa dei Campioni 71-72 contro i tedeschi del Borussia Moenchengladbach (nella partita vinta dall’Inter per 4-2). Nel 1974 il suo trasferimento al Bologna, dove gioca fino al 1979 diventando un punto di riferimento per la difesa degli emiliani, nonostante il grave infortunio rimediato nella stagione 1976-77 (giocò soltanto due gare). Passa al Napoli nel 979-80 e nella Pistoiese nel 1980-81, chiudendo la carriera in Toscana. Il suo ritiro avviene per i dolori alla gambe. Con la maglia della Nazionale tra il 1972 e il 1980 ha collezionato 32 presenze, disputando i Mondiali del 74 in Germania Ovest e quelli del 1978 in Argentina. Se in terra tedesca, l’Italia era stata eliminata al primo turno, in Sudamerica era arrivata quarta. E dopo Bellugi è diventato un apprezzato opinionista televisivo. Nessuno potrà mai dimenticare la sua ironia. Dopo l’amputazione delle gambe aveva ironizzato sulle protesi: «Prenderò quelle di Pistorius», aveva detto.

Il 23 febbraio è morto all’eta’ di 101 anni il poeta statunitense Lawrence Ferlinghetti, vecchio proprietario dell’iconica libreria di San Francisco, tempio della generazione della Beat Generation. Poeta di successo, narratore, ma anche pittore, memoria di quegli anni che hanno segnato la cultura americana del dopoguerra, Ferlinghetti è stato un po’ l’imprenditore di tanti amici, l’editore di un gruppo cui letterariamente in fondo non ha mai appartenuto artisticamente, visto che la sua scrittura ha altre origini e va in altra direzione, partendo da Samuel Beckett e “Jimmy Joyce maestro di risate dietro il farfugliare sublime di Finnegans”. Lo testimoniano ancora le quasi duecento pagine di ‘Little Boy’, in cui si parla anche dell’Italia, dei suoi soggiorni omani, del caffè Greco, paese che ama, l’unico dove abbia dato il permesso di aprire negli anni ’90 una succursale della sua City Lights a Firenze, dove ha esposto i suoi quadri a Roma e, nel 2011, ha partecipato alle celebrazioni del 150 anniversario dell’Unità, durante le quali gli è stata dedicata una grande mostra omaggio a Torino.

fausto gresini

Il 23 febbraio Fausto Gresini, la cui morte era stata annunciata erroneamente ieri sera, aveva 60 anni compiuti il 23 gennaio scorso. Nato a Imola, in carriera aveva vinto il titolo mondiale nella 125 nel 1985 e nel 1987. Il suo esordio nel motomondiale arrivò nel Gp delle Nazioni del 1982, che non concluse a causa di un ritiro. Nel 1983 corse l’intero campionato con la Mba nella classe 125, ma a fine stagione la scuderia decise di cederlo alla Garelli, con quale Gresini vinse il suo primo Gran Premio, in Svezia, giungendo terzo nella classifica generale. Nella sua carriera ha sempre corso nella 125 e si è aggiudicato il suo primo titolo mondiale nel 1985: tre vittorie (in Austria, Belgio e San Marino), cinque pole position e 109 punti conquistati. Due anni dopo si ripete, questa volta vincendo 10 delle 11 gare in calendario (tutte tranne quella in Portogallo, in cui ebbe una foratura mentre era largamente in testa). Nel 1988 la separazione con Garelli e nel 1989 sale in sella sulla Aprilia ma non brilla. Quindi il passaggio alla Honda per poi ritirarsi nel 1995. Da li’ l’idea di formare, nel 1997, un proprio team, il Gresini Racing che è tuttora impegnato nel motomondiale e con il quale ha vinto tre titoli iridati nelle categorie minori. Il 27 dicembre 2020 inizia la sua battaglia contro il Covid col ricovero all’ospedale Maggiore di Bologna. Le sue condizioni hanno viaggiato per diversi giorni tra alti e bassi, con una polmonite interstiziale dovuta all’infezione difficile da curare. Venerdì e sabato scorso, dopo un miglioramento che lasciava sembra poter presagire una sua ripresa, le condizioni sono improvvisamente peggiorate, costringendo i medici a nuova sedazione e terapie per combattere la grave infiammazione polmonare. Ma alla fine Gresini non ce l’ha fatta.

Il primo marzo è morta la giornalista Rossella Panarese, colonna di Radio3, autrice e conduttrice di «Radio3Scienza», programma quotidiano che va in onda da 18 anni. Panarese a partire dal 1991 aveva curato e condotto diversi programmi a tematica scientifica, come «Palomar» e «Duemila». Collaborava con il Master in Comunicazione della Scienza della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (Sissa) di Trieste e con il Master SGP (Scienze della vita nel Giornalismo e nei rapporti Politico-istituzionali) dell’Università La Sapienza di Roma. Dal 2002 coordinava una parte del palinsesto di Radio3.

carlo tognoli

Il 6 marzo è morto a Milano Carlo Tognoli, 82 anni, che a novembre era stato colpito dal Covid mentre si trovava ricoverato all’ospedale Gaetano Pini per la frattura del femore. Da sempre iscritto al Psi, Tognoli è stato primo cittadino del capoluogo lombardo per 10 anni, dal 1976 al 1986, per poi diventare prima europarlamentare e poi deputato. E’ stato poi ministro per i Problemi delle Aree Urbane del Turismo e dello Spettacolo fino al 1992, per poi lasciare ogni carica politica. Nato nel capoluogo lombardo il 16 giugno 1938, si è spento a 82 anni a casa dopo essere stato colpito dal Covid. Legato al Psi di Bettino Craxi, ha dato ai suoi figli i nomi Anna e Filippo, come omaggio a Kuliscioff e a Turati, coppia simbolo del socialismo storico. E il nome dell’interista Tognoli – rivendicava il soprannome ‘Tognolino’ – è inevitabilmente legato al Partito socialista: dirigente giovanile del partito dal 1958 al 1962, i suoi primi ruoli di rilievo li riveste a partire dal 1970 quando diventa assessore del Comune di Milano fino al 1976, anno in cui si guadagna la fascia di sindaco che indosserà per due mandati, fino al 1986 quando lascia la poltrona a Paolo Pillitteri. Anni segnati dal terrorismo. Dal 1987 al 1992 è stato ministro per i Problemi delle Aree Urbane (nei governi Goria e De Mita) e poi ministro del Turismo e dello Spettacolo nei governi Andreotti e Craxi. Nel maggio 1992 Tognoli ricevette un avviso di garanzia nell’ambito di Tangentopoli, viene assolto il 25 gennaio 2000. Non riveste solo ruoli politici. Nel 1995 riceve un incarico a Mediobanca. E stato Presidente del Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano dal 2003 al 2005. Dal 2005 al 2009 è stato alla presidenza della Fondazione Ospedale Maggiore di Milano. In una delle ultime interviste, in piena emergenza Covid, pensava alla rinascita della città.

patrick dupond

Il 5 marzo il ballerino e regista francese Patrick Dupond è morto a Parigi dopo una breve malattia all’età di 61 anni. Étoile di raro virtuosismo e fascino carismatico, Dupond aveva attirato l’interesse dei più grandi coreografi contemporanei. Nato a Parigi il 14 marzo 1959, Dupond studiò alla scuola di ballo dell’Opéra di Parigi della cui compagnia entrò a far parte giovanissimo nel 1974; fu promosso primo ballerino nel 1978 ed étoile nel 1980. A soli 17 anni, nel 1976, aveva vinto la medaglia d’oro nella competizione internazionale di balletto a Varna, in Bulgaria. Ha lavorato con tutti i più grandi nomi della danza come Rudolf Nureyev, Maurice Béjart, Alvin Ailey, John Neumeier e Bob Wilson. È stato ammirato interprete, tra l’altro, dei balletti Il fantasma dell’Opera di Roland Petit (1980), La fille mal gardée di Heinz Spoerli (1981), Don Chisciotte di Marius Petipa, nella versione di Rudolf Nureyev (1981). È stato quindi nominato direttore del balletto dell’Opéra di Parigi (1990-95), succedendo nell’incarico a Nureyev. Nel 1997 entrò in contrasto con la nuova direzione dell’Opéra e fu quindi licenziato per “la sua insubordinazione e la sua indisciplina”, secondo quanto lui stesso affermò. Dupond aveva accettato di far parte della giuria del festival di Cannes senza però ottenere il consenso dell’Opéra. Nel 2000 Dupond rimase vittima di un grave incidente automobilistico, riportando decine di fratture. I medici gli dissero che non avrebbe più ballato. Dopo una lunga riabilitazione, Dupond riprese il percorso della danza con un musical: nel 2003 con L’air de Paris si esibì all’Espace Pierre Cardin. Recentemente aveva accettato di far parte delle giurie di vari talent show francesi.

Il 6 marzo è morto a 94 anni Lou Ottens, l’inventore della musicassetta negli anni ’60. Di cui sono stati vendute più di 100 miliardi di esemplari in questi anni. Secondo i media olandesi che annunciano la notizia, Ottens è morto nella sua casa di Duizel sabato. In seguito come direttore tecnico della Philips a fine anni ’70, Ottens prese parte anche allo sviluppo del compact disc.

franco costa

L’8 marzo è stato ritrovato in fondo al letto di un torrente il corpo di Franco Acosta, giovane attaccante uruguaiano di 25 anni che in passato ha giocato in Spagna. È stata una squadra della Marina a rinvenire il cadavere dopo due giorni di intense ricerche, partite dall’allarme lanciato dal fratello del calciatore. I due si erano tuffati nelle acque del Pando, un grosso torrente che scorre per 27 chilometri tra i boschi della regione di Canalones, nella zona nord-occidentale del Paese. Era già sera inoltrata e i due volevano raggiungere l’altra sponda del corso d’acqua, che in quella zona misura dai 3 ai 4 metri di profondità. Ma dopo le prime bracciate, forse scoraggiato dalla corrente, il fratello è tornato a riva, mentre Franco ha continuato a nuotare. Quando mancavano 15 metri alla fine della traversata ha chiesto aiuto, trovandosi improvvisamente in difficoltà. Poi è scomparso sott’acqua. All’inizio della sua carriera, Acosta era considerato uno dei giovani calciatori più promettenti della sua generazione. Ha segnato 12 gol in 13 partite con l’under 17 ed ha partecipato al Mondiale U20 insieme anche a Nahitan Nández e Gastón Pereiro. In Spagna era arrivato nel 2015, sull’onda delle prestazioni in Nazionale. Il Villarreal lo ha messo sotto contratto, ma poi lo ha sempre impiegato nella squadra B, prima di cederlo al Racing Santander, con cui ha disputato 8 partite segnando un gol. Quindi era tornato in patria, per giocare prima nel Boston River e poi nel Plaza Colonia. Nell’ultima stagione si era accasato a parametro zero in una squadra della seconda divisione, l’Atenas.

Il 13 marzo è morto Giovanni Gastel, uno dei fotografi di moda, e non solo, più importanti della storia contemporanea. Il fotografo milanese si è spento a 65 anni nel pomeriggio di sabato 13 marzo, all’ospedale in Fiera a Milano, per Covid. Le sue condizioni erano apparse subito gravissime. Un’altra perdita, l’ennesima, per la cultura italiana. Perché se è vero che Giovanni Gastel ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della moda, è anche innegabile come la sua capacità di ritrarre le persone, andando oltre gli abiti, lo abbia reso quello che era. Classe 1955, ultimo di 7 figli, è il nipote di Luchino Visconti, inizia giovanissimo, in uno scantinato, a occuparsi di fotografia: fa l’assistente, ed è così che impara le basi. Tutto cambia nel 1981: incontra la sua agente Carla Ghiglieri, fotografa il suo primo still life – vale a dire oggetti inanimati – per la rivista Annabella e da lì inizia a collaborare con Vogue Italia. La sua carriera decolla, anche perché coincide con il boom del Made in Italy, di cui lui diventa uno degli interpreti più importanti sia sulle riviste che nelle collaborazioni con i diversi marchi: Gastel è capace di far brillare le cromie di Missoni, le geometrie di Krizia, la fastosità di Versace, brand con cui era tornato a collaborare alla fine del 2020.

marvin hagler

Il 14 marzo Marvin Hagler, campione indiscusso dei pesi medi dal 1980 al 1987, è morto improvvisamente all’età di 66 anni. Per tutti “il meraviglioso”, Hagler è stato uno dei pugili di punta degli anni 80′, un momento magico per la boxe mondiale. Inserito dalla International Boxing Hall of Fame tra i più grandi pugili di ogni tempo, è stato protagonista di alcuni tra i più bei match della storia a partire dal primo valido per il titolo di campione del mondo dei pesi medi per la WBC e la WBA contro l’inglese Alan Minter (1980) fino al controverso Hagler-Leonard del 1987, inserito nella lista dei 100 più grandi combattimenti di tutti i tempi con titolo in palio.

Il 17 marzo Sabine Schmitz ha perso la sua battaglia contro il cancro: la popolare pilota tedesca, conosciuta come “regina del Nürburgring”, è deceduta all’età di 51 anni. E’ ad oggi l’unica donna ad aver vinto la 24 ore del Nürburgring, nel 1996 insieme a Johannes Scheid ed Hans Widmann, al volante della leggendaria BMW M3 “Eifelblitz”, e l’anno successivo in equipaggio con lo stesso Scheid, Peter Zakowski e Hans-Jurgen Tiemann. Nel 1998, sempre insieme a Scheid, fu anche la prima donna a conquistare il titolo del VLN.

Il 26 marzo Larry McMurtry, il prolifico scrittore e sceneggiatore statunitense vincitore di un Pulitzer per il romanzo “Un volo di colombe” e di un Oscar, assieme a Diana Ossana per l’adattamento cinematografico di “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee, e’ morto a 84 anni. Lo ha annunciato Amanda Lundberg, una portavoce della famiglia, senza precisare dove o di cosa sia morto lo scrittore. Per “Brokeback Mountain” McMurtry aveva anche vinto un Bafta e un Golden Globe. Da alcuni suoi romanzi sono stati tratti film di successo tra cui “Hud il Selvaggio”, “L’Ultimo Spettacolo” e “Voglia di Tenerezza”. McMurtry “aveva smitizzato il vecchio West americano con descrizioni poco romantiche della vita della Frontiera nell’Ottocento e nelle piccole citta’ del Texas contemporaneo”, lo ha ricordato oggi il New York Times. In una carriera di oltre mezzo secolo, McMurtry aveva scritto oltre 30 romanzi e vari libri di saggistica, storia e memoir. Aveva firmato oltre 30 sceneggiature tra cui nel 2005 l’adattamento del racconto di Annie Proulx sulla love story impossibile tra due cowboy gay che l’anno dopo gli aveva guadagnato l’Academy Award. Film derivati da opere di McMurtry hanno guadagnato 34 nomination e 13 vittorie: tra questi “Voglia di Tenerezza” diretto da James Brooks con Shirley MacLaine, Debra Winger e Jack Nicholson che vinse l’Oscar per il miglior film nel 1983. Il suo successo maggiore, sia di critica che di pubblico, era stato con “Lonesome Dove”, un romanzo-fiume di 843 pagine su due Ranger del Texas in pensione che portano un mandria di bestiame rubata dal Rio Grande al Montana negli anni Settanta dell’Ottocento. Il libro vinse il Pulitzer per la narrativa nel 1986 e fu adattato in una popolare miniserie tv vincitrice di sette Emmy.
McMurtry l’aveva scritto come un anti-Western, in reazione all’idea romantica del West popolarizzata sa autori come Louis L’Amour, lo scrittore preferito da Ronald Reagan. “Sono un critico del mito dei cowboy”, aveva detto in una intervista del 1988: “E siccome fa parte della mia eredita’ mi sento di poterlo legittimamente criticare”. McMurtry era il figlio di un allevatore di bestiame e il realismo dei suoi libri rifletteva il Texas che aveva conosciuto da ragazzo. Il suo primo romanzo,”Horseman, Pass By” del 1961, che fu poi portato al cinema nel film “Hud” diretto da Martin Ritt e con Paul Newman, esaminava i valori del vecchio West nel loro conflitto con il mondo moderno. Un altro film derivato dai suoi romanzi fu “The Last Picture Show” del 1971 con Jeff Bridges e Cybill Shepherd e la regia di Peter Bogdanovich.

Il 28 marzo morto al Policlinico Gemelli di Roma Enrico Vaime. Considerato uno dei più grandi autori radiofonici e televisivi, aveva 85 anni. Alla Rai dal 1960, ha firmato per la tv circa 200 programmi, fra cui i varietà Quelli della domenica (1968), Canzonissima ’68 e ’69, Fantastico ’88 e, con Maurizio Costanzo, Memorie dal bianco e nero (Rai Uno). Proprio con Costanzo la sua ultima esperienza sul piccolo schermo, S’è fatta notte, dal 2012 al 2016. Nella sua lunghissima carriera ha spaziato in vari generi, scrivendo sceneggiature per serie televisive e anche numerosi musical teatrali, soprattutto per Garinei e Giovannini. In radio ha collaborato a centinaia di programmi e per decenni ha condotto Black Out, su Radio2 il sabato e la domenica mattina. Negli anni più recenti era spesso ospite di talk-show in cui ammaliava il pubblico con la sua sagacia e la tagliente ironia.

arthur kopit

Il 3 aprile è morto Arthur Kopit, autore di teatro, candidato al Pulitzer per l’opera teatrale di Broadway ‘Indians’ (1969) adattata poi per il film di Paul Newman ‘Buffalo Bill e gli indiani’. Aveva 83 anni. La sua morte è stata annunciata dal portavoce Rick Miramontez. Nessuna causa di morte è stata rivelata.
La carriera teatrale di sette decenni di Kopit è iniziata quando era ancora uno studente universitario di Harvard, con la sua commedia del 1963 Oh Dad, Poor Dad, Mamma’s Hung You in the Closet e I’m Feelin ‘So Sad ottenendo una produzione Off Broadway che in seguito si trasferì a Broadway con Jerome Robbins alla regia. Ebbe una seconda candidatura al Pulitzer per Wings nel 1978, un’altra produzione di Broadway che valse alla protagonista Constance Cummings un Tony Award e che poi fu trasposto nel 1983 per la tv. Nella sua lunga e apprezzata carriera negli anni Duemila il successo di Nine, il musical alla ribalta di Broadway nel 2003 con Antonio Banderas vincitore di due Tony Awards. Il film di Rob Marshall con un cast all star Daniel Day-Lewis, Judi Dench, Nicole Kidman, Marion Cotillard, Penélope Cruz, Sophia Loren, Kate Hudson – fu tratto dalla sua opera. Era nato a New York il 10 maggio 1937 e nella sua città è morto.

principe filippo

Il 9 aprile è morto a 99 anni il principe Filippo, consorte della regina Elisabetta. Aveva trascorso un mese in ospedale all’inizio di quest’anno per un’infezione e poi un intervento chirurgico, prima di essere dimesso il 16 marzo e fare ritorno al Castello di Windsor, dove ha trascorso i suoi ultimi giorni. Il duca di Edimburgo sposò Elisabetta nel 1947 ed è stato il consorte più longevo nella storia britannica. Si è ritirato dalla vita pubblica nel 2017. Filippo, che avrebbe compiuto 100 anni il prossimo giugno, era un membro della famiglia reale greca. Nato sull’isola greca di Corfù nel 1921, era un appassionato di sporti e amava le attività di campagna. Aveva quattro figli, otto nipoti e nove pronipoti. Noto anche per le sue innumerevoli gaffe, ma anche per la sua autoironia, definendosi il più bravo tagliatore di nastri al Mondo.

Il 9 aprile Nikki Grahame, nota concorrente del Grande Fratello UK, è morta a soli 38 anni. Le cause esatte del decesso non sono state ancora rese note ma la giovane donna lottava da anni contro l’ anoressia.

massimo cuttitta

Il 12 aprile è morto è spento a 54 anni Massimo Maus Cuttitta, pilone e colonna portante dell’Italrugby: a abbatterlo il Covid che aveva già segnato, pochi giorni prima, la sua famiglia causando la scomparsa della madre. In azzurro Massimo Cuttitta, originario di Latina ma poi trasferitosi al seguito dei genitori in Sudafrica dove aveva cominciato a giocare a rugby, aveva messo insieme 70 presenze tra il 1990 e il 2000 prendendo parte ai Mondiali del 1991 e del 1995. Assieme al gemello Marcello giocò il match della storica vittoria dell’Italia sulla Francia nella finale della Coppa Fira nel 1997 a Grenoble contro la Francia. Da giocatore aveva indossato le maglie di L’Aquila, Amatori Calvisano, Milan (con cui aveva vinto 4 scudetti), degli Harlequins londinesi e della Rugby Roma come allenatore-giocatore, venendo selezionato anche per i Barbarians. Aveva poi lavorato come tecnico negli staff delle nazionali di Scozia, Canada, Romania e Portogallo.

Il 12 aprile è morta Joye Hummel, autrice in gran segreto delle strisce di ‘Wonder Woman’ e una delle prime donne a sceneggiare un fumetto. Il decesso è avvenuto nella sua casa di Winter Haven, in Florida, un giorno dopo aver compiuto 97 anni. La notizia della scomparsa, avvenuta il 5 aprile, è stata data dal figlio Robb Murchison alla stampa americana. Nata a New York nel 1924, nel 1943, a 19 anni, Joye Hummel (nella foto di Bruce.guthrie) inizia a studiare psicologia presso la Katherine Gibbs School di Manhattan dove un professore carismatico, lo psicologo William Moulton Marston, co-creatore del fumetto di Wonder Woman (il disegnatore era Harry G. Peters), la assume come assistente. Nel frattempo le chiede di aiutarlo nella stesura delle sceneggiature per le strisce quotidiane della prima eroina femminile della Dc Comics. Hummel ha lavorato così come ghostwriter di Wonder Woman per i successivi tre anni, fino al 1947, molto tempo prima che una donna fosse pubblicamente accreditata come scrittrice per la serie. La prima sceneggiatrice ufficiale è stata Dann Thomas nel 1983. Marston, nel frattempo, aveva contratto la poliomielite (morì il 2 maggio 1947) e la malattia lo costrinse a fare un passo indietro. Così Hummel prese in mano la storia di Wonder Woman, scrivendone i testi. Dopo la scomparsa dello psicologo, Dc Comics decise di affidare le sceneggiature della serie di Wonder Woman a Robert Kanigher. A poco valsero le proteste della famiglia di Marston. Il vero ruolo ricoperto da Hummel sarà rivelato solo a partire dalla fine degli anni ’80.

marco bollesan

Il 13 aprile Marco Bollesan è morto a 79 anni. E’ stato il capitano più iconico della storia del rugby italiano. Terza linea centro, nato a Chioggia ma genovese di adozione: un leone, un guerriero che nelle ultime stagioni – ospite di una struttura a Bogliasco, alle porte del capoluogo ligure – ha lottato a lungo e non si è mai arreso: nemmeno al Covid, che aveva superato nell’estate passata. “Ho più punti (di sutura) nel mio corpo che quanti ce ne possono stare in un tailleur”, era solito dire. Quarantasette presenze in Nazionale, quando si indossava la maglia azzurra per poche volte in una intera stagione, condottiero di quella banda improbabile e coraggiosa che nel ’72 fu protagonista della prima, vera tournée internazionale in Rhodesia e Sudafrica con il successo sui Leopards, la nazionale nera sudafricana. Due scudetti vinti con Brescia e Partenope Napoli, la maglia di Cus Milano e Amatori Milano, ma la sua squadra è sempre stata una sola: il Cus Genova, che lo accolse adolescente e ribelle strappandolo ai vicoli dell’angiporto (“Sapevo solo fare a botte: se non ci fosse stato il rugby, chissà dove sarei finito”) e con il quale sfiorò per tre volte il titolo di campione d’Italia, beffato all’ultimo dal Petrarca Padova. E poi allenatore della Nazionale protagonista della migliore edizione dei Mondiali di sempre: quella del 1987, con i quarti di finale sfiorati nonostante un girone con Nuova Zelanda, Argentina e Fiji. Tecnico di diversi club italiani (Milano, Livorno, Alghero, Cus Genova) in cui ha portato l’entusiasmo per uno sport di cui è stato interprete assoluto, quasi “venerato” da chi gli è stato a fianco ed è venuto dopo di lui. Serie A, B o C: l’importante era la battaglia, e una birra nel terzo tempo con gli “amici” che lo avevano sfidato. “La faccia sgherra e la testa leonina”, scriveva di lui Giorgio Cimbrico. Storico il suo esordio in azzurro nel 1963 a Grénoble, contro una Francia che sembrava di un altro pianeta ma il giovanissimo Bollesan ci mise tutto il suo proverbiale coraggio guadagnandosi il rispetto di una leggenda dell’epoca, Michael Crauste detto ‘le Mongol’, un gigante coi baffoni spioventi che alla prima mischia gli spaccò un sopracciglio ma Marco – dopo gli ennesimi punti di sutura – gli restituì il colpo: quel giorno, da tutti ricordato come la MalaPasqua, l’Italia perse di soli 2 punti conquistandosi il rispetto dei blasonati avversari. Genova era orgogliosa del suo campione così come lo è di Eraldo Pizzo, il Caimano della pallanuoto: i due, grandi amici, sono sempre stati accumunati come grande esempio sportivo. Il suo nome è inserito nella Walk of Fame degli sportivi italiani, al Foro Italico. Gabriele Remaggi, rugbista e giornalista anche lui scomparso, ne aveva scritto una straordinaria biografia: “Una meta dopo l’altra. Della vita e del rugby”. Vedovo, due figlie che lo adoravano e gli sono state vicino in questo lungo calvario che ha affrontato a testa alta, come ha sempre fatto sul campo.

Il 16 aprile Charles Geschke, il Co fondatore di Adobe, è mortoall’età di 81 anni. Con John Wamock nel 1982 aveva fondato la software house di San José, negli Stati Uniti. Storico cavallo di battaglia della Adobe è il formato di documento multipiattaforma Pdf. Geschke è stato Coo di Adobe dal dicembre del 1986 a luglio del 1994 e presidente da aprile 1989 ad aprile 2000 quando andò in pensione. È stato presidente del Cda con Warnok da settembre del 1997 fino a gennaio del 2017 e membro del board fino all’aprile 2020.

Liam Scarlett

Il 18 aprile è morto a soli 35 anni Liam Scarlett, ballerino e coreografo di fama internazionale. Ad annunciare la prematura scomparsa della star del mondo del balletto del Regno Unito è stata la sua famiglia senza però rivelare l’esatta causa di morte del trentacinquenne ex coreografo del Royal Ballet di Londra, la compagnia di ballo di fama internazionale, con sede presso la Royal Opera House del Covent Garden. Liam Scarlett, nato a Ipswich, si era formato come ballerino alla Linda Shipton School of Dancing per specializzarsi poi proprio alla Royal Ballet School. Era entrato a far parte della compagnia nel 2006 ritirandosi dal ballo sei anni dopo, nel 2012, per concentrarsi sulla coreografia e firmando alcuni degli spettacoli di maggior successo. Dopo l’addio alla compagnia londinese aveva collaborato anche con altri prestigiosi teatri come il Royal Danish Theatre che venerdì però aveva improvvisamente annunciato l’abbandono del progetto di cui Scarlett avrebbe curato la coreografia.

michael collins

Il 28 aprile è morto a 90 anni Michael Collins, uno degli astronauti dell’Apollo 11. Da tempo combatteva contro il cancro. Collins è stato spesso soprannominato ‘l’astronauta dimenticato’ perché al contrario di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, non ha mai camminato sulla Luna ma nella storica missione del 1969 rimase ai comandi del modulo lunare, ruotando intorno a loro. Dei tre astronauti dell’Apollo 11 che hanno fatto la storia, è quello meno conosciuto: a differenza di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, Michael Collins, morto a 90 anni per un tumore, non ha mai messo piede sulla Luna. Mentre nel 1969 i due astronauti americani tenevano il mondo con il fiato sospeso e gli occhi in su’, lui era ai comandi del modulo lunare e continuò a orbitare a 60 miglia attorno alla Luna per tutto il tempo che i due colleghi vi rimasero. Per questo è stato spesso soprannominato ‘l’astronauta dimenticato’. Ma il suo ruolo è stato cruciale, era l’unico che sapeva pilotare la navicella da solo e l’unico che poteva riportarli a casa. Figlio di un generale dell’esercito americano, Collins era nato nel 1930 a Roma, dove il padre prestava servizio; passato per la celebre Accademia militare di West Point, era approdato all’Aeronautica dove era diventato un pilota collaudatore. Nel 1963 era stato scelto dalla Nasa per diventare astronauta: la prima missione fu a bordo di Gemini 10, divenendo il quarto essere umano a camminare nello spazio. Un destino che Collins sognava già da bambino, anche se all’epoca voleva andare su Marte, e non sulla Luna. L’Apollo 11 fu la sua ultima missione: senza rimpianti, nel 1970, con il grado di generale, lasciò “il più bel lavoro al mondo” e la Nasa. Pochi anni più tardi divenne il direttore dello Smithsonian National Air and Space Museum a Washington, sovraintendendo alla sua costruzione e inaugurazione nel 1976.

Il 29 aprile a soli 26 anni è morto Filippo Mondelli, campione mondiale ed europeo di canottaggio. Dal gennaio 2020, l’atleta azzurro ha lottato contro un osteosarcoma alla gamba sinistra, perdendo oggi la battaglia. Sarebbe stato uno dei protagonisti italiani nell’Olimpiade di Tokyo.

Il 6 maggio è morto Enzo Spirito studioso di tutto il teatro partenopeo, da quello classico di Scarpetta ed Eduardo a quello contemporaneo dei vari Santanelli, Ruccello e Moscato, negli anni ottanta fonda l’associazione culturale “Il carro di Espi”, attraverso la quale mette in scena, assieme alla moglie Anna, alcuni classici della tradizione napoletana ed al tempo stesso alcuni suoi testi, ironici e profondi, tra i quali ricordiamo il fortunato “Cucù”. Nel 2004, sotto la guida di Edoardo Oliva e insieme agli altri protagonisti: Milo Vallone, Ezio Budini, Ennio Tozzi e Vincenzo Mambella, si cimenta nel difficile e commovente ruolo di Shelley Levene nello spettacolo “Glengarry Glen Ross” di David Mamet, ruolo che, nella sua trasposizione cinematografica “Americani”, fu del grande Jack Lemmon. Da quella esperienza e da quel gruppo di artisti nacque “Teatro Immediato” di cui Enzo Spirito fu uno degli elementi trascinanti e decisivi per la sua riuscita. Lo ricordiamo interprete di “La guerra spiegata ai poveri” di Ennio Flaiano, “Sangue di fratelli” di Vincenzo Mambella ma soprattutto come un efficacissimo “Pacebbene” in “Uscita di emergenza” di Manlio Santanelli, di cui fu anche regista. Dotato di una raffinata intelligenza e di una rara capacità di critica, passionale nelle cose che amava, instancabile e sognatore era sempre solare e disponibile ma soprattutto sorridente.

Luca Scialò

Pubblicato da Luca Scialò

Sociologo, blogger, web writer. Amo il Cinema, l'Inter e ovviamente scrivere

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