O SI RIFA’ L’ITALIA…O SI MUORE

O SI RIFA’ L’ITALIA…O SI MUORE

Tutto è ormai stato detto e scritto sul terremoto che da giorni, sta flagellando il territorio aquilano: Aquila appunto, Santo Stefano di Sessanio, Castelvecchio Calvisio, San Pio, Villa Sant’Angelo, Fossa, Ocre, San Demetrio ne Vestini, i centri dell’Altopiano delle Rocche, Onna e Paganica; queste ultime, le zone più devastate.
Ad oggi, le vittime ammontano a 287, e i feriti a 1500; una stima destinata drammaticamente a salire ancora. Onna è stata rasa quasi completamente al suolo, ed essendo un paesino prevalentemente abitato da anziani, difficilmente avrà un futuro, già prima molto improbabile. Il centro storico dell’Aquila pure ha subito danni di gran rilievo, con numerosi crolli, moltissimi edifici lesionati e alcuni palazzi crollati completamente. Crolli che hanno coinvolto anche la Casa dello Studente e alcuni edifici dell’Università. In questo caso, il futuro è stato duramente colpito, essendo l’Aquila, una città frequentata da molti giovani, essendo zona universitaria. Gli studenti che hanno perso la vita sono 18, mentre 9 sono i dispersi. 

Eppure sono state quattrocento le scosse dal mese di gennaio fino a quella della maledetta notte di domenica, alle 3:32. Ottimismo? Menefreghismo? Incompetenza? Inefficienza? Non so. Non approfondisco la cronaca, né innesco nuove polemiche, poiché sicuramente chi legge, avrà in questi giorni già visto numerosi servizi televisivi, o letto articoli su giornali e tramite internet. Mi soffermo solo su due punti.
Innanzitutto, il primo punto riguarda le norme antisismiche. Mediante un articolo sul ilsole24ore.com, ricostruisco la storia di queste norme: Dopo il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia, con l’allora secondo Governo Berlusconi, prese il via il lavoro di riscrittura delle regole, prima con l’ordinanza di Protezione civile (3274/2003) e poi con il decreto delle Infrastrutture datato 14 settembre 2005. Lì ci sono le indicazioni su come disegnare in sicurezza le strutture, in muratura, in cemento armato e in legno; ma ci sono anche le prescrizioni per mettere in sicurezza gli edifici esistenti. Il decreto entra in vigore il 24 ottobre 2005 e subito finisce nel limbo della fase transitoria. Inizialmente deve durare 18 mesi; il governo Prodi la prolunga fino a dicembre 2007. Intanto, si scatenano polemiche sul testo. Si decide allora di rimetterci mano e si arriva a un ritocco nel gennaio del 2008. E alla seconda proroga: l’entrata in vigore è spostata al 30 giugno 2009. Ma almeno per gli edifici strategici nuovi (scuole, ospedali, infrastrutture) l’applicazione scatta da marzo 2008. Per intenderci: strutture come l’ospedale civile o la Casa dello studente dell’Aquila oggi dovrebbero essere costruite con le nuove norme. Ma sul patrimonio esistente, ancora nulla.
Arriviamo intanto all’ultima proroga. Stavolta è il terzo (attuale) Governo Berlusconi, a proporla, nel decreto di fine 2008. E si rinvia addirittura al 30 giugno 2010. Tra i motivi c’è la mancanza di una circolare esplicativa per i progettisti. La proroga è arrivata a fine febbraio, la circolare (pronta da qualche mese) è andata in Gazzetta una settimana dopo.
Insomma, il solito Paese della lentezza legislativa e delle proroghe, palliativo e conseguenza della prima. Intanto la gente muore, e ad ogni tragedia si ripresenta il problema. Anzi, c’è pure la beffa: il costosissimo Ponte sullo stretto, non verrebbe costruito in una zona altamente sismica?
Eppure l’Italia è un Paese quasi completamente interessato a fenomeni sismici. Ma ciò nonostante, la Protezione civile stima che gli edifici a rischio vulnerabilità sono circa 80 mila; una cifra però solo parziale, poiché andrebbero considerate in toto anche le abitazioni civili, sulle quali un monitoraggio generale sul territorio è al momento parziale. Su 80 mila, ben 22 mila edifici sono scuole. E ciò è tutto dire.
D’altronde, il nostro Paese si è dotato di una legge che detta indicazioni precise per le costruzioni in zone sismiche, solo nel 1974. Tutte le costruzioni ante ‘74 sono, dunque, prive dei criteri di antisismicità, ma, al contempo, molte costruite dopo quell’anno, non sono a norma. Pertanto, non è difficile pensare a quanti edifici costruisti durante il boom edilizio dal dopoguerra agli anni ’70 (tra mazzette, concessioni facili e ignoranza in materia), sono a rischio; oltre poi ai tantissimi centri storici, ricchi di costruzioni antiche e monumenti secolari. Infatti, forse gli edifici più resistenti sono proprio quelli dei nostri nonni, costruiti tra l’800 e la prima metà del ‘900.
A tal proposito, credo che confronti con Paesi soggetti a terremoti, quali ad esempio Giappone e la California, di cui molto ho sentito parlare in questi giorni, siano da fare solo fino ad un certo punto. Perché se è vero che questi stati subiscono danni molto più ridotti rispetto ai nostri in caso di forti terremoti, è anche vero che essi sono urbanisticamente molto più recenti e moderni rispetto al contesto italiano, che invece presenta, come detto, molti centri storici antichi. Certo, è anche vero che pure il Giappone ha costruzioni millenarie, e che le sempre più estese aree modernizzate, sono state costruite con tecniche all’avanguardia in materia. Quindi tanto di cappello, ma fino ad un certo punto.
Volevo infine spendere due parole per il caso sollevato da Gioacchino Giampaolo Giuliani, collaboratore tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario di Torino (una delle venti strutture dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), e che lavora presso i Laboratori Nazionali del Gran Sasso dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) per conto di IFSI-INAF.
Come ben sapete, è balzato alla cronaca lo scorso mese, per avere preannunciato (mediante lo studio dei gas rilasciati dalla Terra, che permetterebbe così lo studio dei terremoti e di una loro possibile prevedibilità), un terremoto disastroso che a fine mese avrebbe dovuto scatenarsi a Sulmona (Abruzzo). La mattina del 29 marzo è stato registrato un evento che ha raggiunto soltanto magnitudo 3.8, una intensità ben minore di quella da lui prevista, e Giuliani ha ricevuto un avviso di garanzia per procurato allarme, dopo che il capo della protezione civile Guido Bertolaso ne aveva chiesto una punizione esemplare.
Tuttavia, dopo il terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009, è stato lo stesso Giuliani a volere le scuse di Guido Bertolaso, nonché del Presidente dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Enzo Boschi, per non averlo ascoltato e per averlo insultato.
Ora, la Scienza vuole che, proprio chi fosse ritenuto uno scienziato pazzo e irriso dalla Comunità scientifica (prima la Chiesa), si sarebbe poi rivelato un grande inventore, fautore di grandi scoperte. Del resto, solo chi ha il coraggio di dire cose inusuali e controcorrente, forse può avere la possibilità di smuovere qualcosa in un campo ignoto. Perché non investire sui macchinari utilizzati da Giuliani? Magari se affinati, potrebbero davvero dare il via alla prevedibilità dei terremoti da parte dell’uomo. D’altronde, se si analizzasse tutto il processo che ha preceduto le scosse di una certa consistenza (da quando i moderni macchinari ne permettono la registrazione), forse davvero si potrebbero avvertire anzitempo e prevenire. O dobbiamo aspettare che Giuliani vada negli USA (dove può ricevere fondi), per poi scoprire qualcosa, ed essere costretti ad acquistare il brevetto dei macchinari dagli americani, creato però da noi italiani? Come è successo già altre volte?!
Non mi resta che sperare 4 cose: che il terremoto si arresti e possibilmente lasci stare per un bel po’ di anni il nostro Paese; che le Istituzioni facciano il loro dovere in materia di sicurezza degli edifici (passati e futuri); che gli sciacalli non si rendano autori di deplorevoli furti, a chi già è duramente provato psicologicamente da questo tragico evento, nonché, che gli sciacalli che stanno nelle nostre Istituzioni, locali e nazionali, non si intaschino alcuna “cresta” dai lavori, come ad esempio è successo nelle mie zone in occasione del terremoto dell’80; infine, che i responsabili della mancata sicurezza degli edifici, paghino davvero, e non come è successo per la tragedia della scuola di San Giuliano di Puglia.
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