Crea sito

Morto il Mullah Omar: un ritratto del Che afgano che sconfisse i sovietici e beffò la Cia

Data ultima modifica: 31 Luglio 2015

SAREBBE MORTO NEL MARZO 2013, LA CONFERMA DALL’INTELLIGENCE AFGANA
Lo chiamavano “il Guercio” per quell’occhio perso in battaglia contro i sovietici, o anche “la Primula Verde” per la caccia spietata e supertecnologica che i marines americani gli hanno dato per anni restando però sempre con un palmo di naso. Ma il Mullah Omar poteva anche essere definito un Che Guevara afgano, un Cavaliere oscuro dal quale gli occidentali dovrebbero prendere esempio.

UN UOMO COERENTE E CON VALORI– Non per la Sharia che impose in Afghanistan dopo la cacciata dell’Urss, che reprimeva le libertà femminili, impose la chiusura di cinema e il bando della musica, o la legge del taglione, ma quanto meno per la coerenza, i principi che ha sempre portato avanti. In battaglia non ha mai tradito, si è sempre posto in prima fila, fino in fondo. Aveva capito che la modernità occidentale è il vero male e aveva creato per la sua gente una sorta di Medio Evo a riparo dalla degenerazione del mondo esterno.
Detestava Bin Laden, che gli fu portato in casa come rifugiato dopo i fatti dell’11 settembre, diventandone suo malgrado pure ‘braccio destro’. Una tragedia che non vide coinvolto nessun talebano tra gli artefici (paradossalmente, si trattò dei sauditi, con i quali gli Usa hanno un rapporto finanziario privilegiato), ma che bastò per avallare la guerra in Afghanistan al fine di accaparrarsi petrolio e gas locali. Nonostante questo il Mullah Omar non lo ha mai consegnato agli invasori americani, anzi li ha combattuti e beffati fino in fondo. E non si era mai arricchito una volta andato al potere nel ’96. Né ha fatto trarre benefici alla città dove è nato, Singesar. Bandì pure il commercio di oppio, oggi invece sdoganato.
Negli ultimi anni era diventato anche oppositore all’avanzata dell’Isis. Ma con la sua morte – probabilmente frutto di un regolamento dei conti interno dei talebani – l’Isis avrà maggiore possibilità di penetrare anche in terra afgana, mentre le varie tribù talebane (che lui riusciva a tenere unite in un progetto comune) si disgregheranno, portando nel Paese ancora più caos.
LA VITA – Era guercio perché una pallottola di qualche “shuravi” gli aveva portato via un occhio quando i mujahidyin afghani avevano fermato l’invasione sovietica, e poi costretto a una ignominiosa ritirata l’Armata Rossa, sempre dietro il vecchio sogno di Mosca (degli zar, prima, e poi del politburo) d’una frontiera sui mari caldi. E quanto all’onore d’essere la Primula di Allah, il Mullah se l’era guadagnato perché ha sempre beffato Cia e Marines che gli davano una caccia spietata e però poi restavano con un palmo di naso (una volta, il Pentagono ci fece anche visionare a Kabul uno di questi video della caccia al Mullah, con i paracadutisti che partono in missione, il lancio su Kandahar, la ricerca con tanto di gps e di visori notturni, ma alla fine il ritorno a mani vuote, e comunque sullo sfondo, gonfia, trionfale, la stessa colonna sonora che Hollywood prestava ai film di guerra quando John Wayne batteva i musi gialli – questo, per dire che il Califfo barbuto al-Baghdadi sa dove imparare a fare i suoi filmati trionfalistici).
Era diventato un leader quando faceva il maestro in una scuola coranica di Kandahar. Una banda di mujahidyin aveva rapito un giovinetto di cui s’era preso il capobanda, e i genitori di quel ragazzino avevano chiesto aiuto alla scuola di Omar; il Mullah, aveva fatto di tutto per convincere quell’assatanato a mollare la sua povera preda, e però, rispedito sempre a casa a mani vuote, aveva organizzato i suoi allievi (i taliban, appunto) in banda armata, in un paese dove ogni afghano sopra i 14 anni ha almeno un kalashnikov di suo, e aveva saputo liberare il ragazzo, guadagnandosi fama e popolarità.
A diciotto anni si batte contro gli invasori sovietici e in battaglia viene ferito irrimediabilmente a un occhio, se lo strappa, si benda da sé e torna a combattere. Che prosegue con quattro ragazzi, Omar, Ghaus, Hassan e Rabbani, che sulla piazza del loro povero villaggio, Singesar, decidono di fare qualcosa contro le prepotenze, gli abusi, le violenze, gli stupri, gli assassinii dei “signori della guerra” che, impegnati in una feroce lotta per il potere, agiscono nel più pieno arbitrio. Nasce così il movimento talebano che nel giro di soli due anni (1994-96), grazie all’appoggio della popolazione, sconfiggerà i “signori della guerra” riportando l’ordine e la legge, sia pur una dura legge, la sharia, nel Paese di cui Omar diventerà la guida.
I servizi segreti pakistani avevano visto in lui un utile strumento di destabilizzazione del potere di Kabul, e gli avevano fatto “trovare” uno sterminato arsenale di armi, compresa una robusta formazione di carri armati: cominciava la leggenda del santone guercio, che poco alla volta, provincia dopo provincia, faceva fuori i signori della guerra locali, e alla fine entrava trionfalmente in Kabul.
L’Afghanistan diventava un Emirato islamico, la sharia’ era la nuova legge di Allah, e Osama bin Laden trovava nel nuovo potere la forza organizzata capace di dar concretezza al suo sogno d’un Emirato universale. Il resto è storia recente.
IL RICORDO DI MASSIMO FINI – Il giornalista e scrittore Massimo Fini qualche anno fa gli ha dedicato un libro: Il Mullah Omar, esaltandone il ritratto di un uomo singolare, riservato, di poche parole ma attento a quelle degli altri, timido, quasi umile, e anche per questo adorato dai suoi, ma per nulla cupo, ironico e sarcastico, che arrivato al potere continuerà a condurre la vita spartana di sempre e non lo userà per arricchirsi o ritagliarsi privilegi ma per inseguire un suo sogno. Quello di un Afghanistan finalmente unificato e pacificato, lontanissimo dagli stili di vita dell’Occidente.
Intervistato da Lettera43, Fini sottolinea come il Mullah Omar stesse lavorando a un accordo col governo di Kabul. L’obiettivo era fare fronte comune contro l’avanzata dell’Isis. Con lo Stato islamico, d’altra parte, lui stesso non ha mai voluto avere a che fare. E ammette come la notizia della sua morte rappresenta un grave danno anche per l’Occidente. Viene a mancare uno sbarramento efficace all’Isis che ora, invece, si trova la strada spianata. Anche per il fascino che esercita sulle nuove generazioni. E ipotizza che sia stato ucciso da un regolamento di conti interno ai talebani, perché lo Stato islamico non sarebbe stato in grado di eliminarlo. Proprio come Unione sovietica e Stati Uniti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.