OBAMA, HE HAD A DREAM

OBAMA, HE HAD A DREAM

La democrazia americana non fa sconti. Neanche a colui che 2 anni fa fu scelto e visto come uomo in grado di cambiare le sorti di un America collassata dalle scelte scellerate del Presidente Bush, in ben 8 anni di amministrazione. E così lo boccia negandogli l’appoggio della Camera e riducendo ai minimi termini quelli del Senato.


Con la tornata elettorale del “mid-term” – con cui si chiamano gli elettori al voto per il rinnovo delle camere dopo i primi 2 anni di legislatura – i Repubblicani hanno ora 239 seggi su 435 alla Camera (i democratici ne hanno dunque solo 196).<br />In virtù di ciò, Nancy Pelosi non è più presidente di questo ramo del parlamento (pur mantenendo il proprio seggio). Incarico che va a John Boehner, uomo “duro” che incarna la politica repubblicana formato Bush, e di cui ha appoggiato diverse misure durante gli anni di governo: i tagli fiscali, le guerre in Iraq e in Afghanistan, il pacchetto di stimolo all’economia. Tutte misure che “col senno di poi” si sono rivelate disastrose per gli Usa e di cui stanno pagando, e stiamo pagando, negli ultimi anni un carissimo prezzo.
Al Senato invece servivano ai Repubblicani dieci nuovi seggi per ottenere la maggioranza, che è rimasta ai Democratici sia pure per soli tre seggi: secondo le stime questi ultimi conterebbero 50 senatori contro i 47 del Gop e tre indipendenti. 
Inoltre, il nuovo Senato non vedrà tra le sue file neanche un esponente della comunità afroamericana. Nessuno dei tre candidati, i democratici Kendrick Meek, Alvin Greene (South Carolina) e Mike Thurmond (Georgia), non ce l’hanno fatta; a loro va aggiunto l’unico senatore nero uscente, il democratico Roland Burris (Illinois), che aveva sostituito lo stesso Barack Obama dopo lo scandalo Blagojevich ma che non si è ripresentato.
Alle elezioni di “mid-term” erano in palio 37 posti di governatore su 50 e i repubblicani hanno conquistato 10 mandati che prima erano dei democratici in Iowa, Kansas, Michigan, New Mexico, Ohio, Oklahoma, Pennsylvania, Tennessee, Wisconsin e Wyoming. Ma i democratici possono contare su un’importante vittoria in California, dove Jerry Brown ha sconfitto la candidata repubblicana Meg Whitman. Brown è già stato governatore della California nel 1970 succedendo a Ronald Regan. Allora era stato il governatore più giovane della California, oggi, a 72 anni, sarà il più anziano. E di nuovo succede a un ex attore repubblicano, questa volta Arnold Schwarzenegger. Non sono bastati quindi alla Whitman, ex numero uno di eBay, gli ingenti investimenti pari a circa 150 milioni di dollari per la campagna elettorale (battendo tutti i record).
Beffata anche l’altra “business woman” dei repubblicani, Carly Fiorina, ex numero uno di Hp e candidata in California per il Senato.

Altra importante vittoria democratica, che però era ampiamente prevista, è stata quella di Andrew Cuomo che a New York ha facilmente sconfitto Robert Paladino, e ora assumerà l’incarico che fu già di suo padre Mario.
I democratici hanno vinto anche in New Hampshire con John Lynch, in Massachusetts con David Patrick, in Maryland con Martin O`Malley, in Arkansas (dove l`ex presidente americano Bill Clinton è di casa) con Mike Beebe e in Colorado con John Hickenlooper.
Se il Senato resta democratico, bruciante è comunque per il partito di Obama la sconfitta nell’Illinois, dove il repubblicano Mark Kirk ha sconfitto Alexi Giannoulias, 34 anni, pupillo di Obama e suo compagno di basket. Pur se lo scarto è comunque minimo (79mila voti) resta una sconfitta amara giacché i Democratici avevano perso qui solo una volta la corsa al Senato negli ultimi 40 anni. Ma una serie di scandali, primo tra tutti quello di Rod Blagojevich, hanno minato la loro forza politica.

E’ stata senza dubbio la vittoria del “Tea Party”, movimento politico di estrema destra in seno al Partito repubblicano (di cui parlai qui: IN AMERICA SCOCCA L’ORA DEL TEA PARTY). Un movimento politico guidato da Sarah Palin che esalta “l’Uomo della strada”, con tutti i suoi difetti, ed incarna i pensieri più estremi del conservatorismo repubblicano, cavalcando le ansie e le paure della gente, il fanatismo religioso, la diffidenza per ciò che è “altro”. Difende la pena di morte, l’uso privato delle armi, le guerre preventive, la castità pre-matrimoniale, il libero mercato, l’anti-statalismo.
Ma dopo i risultati del “mid-term”, il Tea party non è più un movimento extraparlamentare, ma entra a tutti gli effetti nelle istituzioni. Il giovane medico Rand Paul – 47 anni, oculista figlio dell’ex candidato indipendente alle presidenziali Ron Paul – e il giovane avvocato di origine cubana Marco Rubio – 39 anni, figlio di esuli fuggiti da Cuba a Miami – sono i primi senatori nella storia degli Stati Uniti a portare la voce dei Tea Party dentro al Senato dopo essere stati ufficialmente eletti. 
Il primo ha battuto con estrema facilità il candidato democratico Jack Conway. Il secondo pure ha ottenuto in Florida una vittoria schiacciante sull’ex governatore Charlie Crist, presentatosi come indipendente per il seggio al Senato, e sul candidato democratico Kendrick Meek. Li ha stracciati, ottenendo da solo oltre il 50% dei consensi. 
Vittoria targata “Tea party” anche quella di Nikki Haley, ex donna di affari vicina ai Tea Party “antitasse”, nuovo Governatore della South Carolina. La Haley, di origini sikh indiane, era appoggiata da Sarah Palin. Non ce l’ha fatta l’altra donna simbolo del movimento, Christine O’Donnell,  sconfitta dal “moderato” Castle nel Delaware.
Se però da un lato l’ascesa di questo movimento ha fatto la fortuna dei repubblicani, dall’altro rischia anche di creare non pochi problemi e imbarazzi interni, proprio perché l’elettorato moderato “dell’elefante” potrebbe non accettare e quindi sostenere candidati estremisti.

Ma veniamo ora al punto più importante di questo risultato elettorale: la sconfitta di Obama, la bocciatura di un progetto di cambiamento radicale dell’America. Barack ha così commentato il risultato: «Mi assumo la responsabilità del risultato elettorale». Ora, ha aggiunto confessando di aver avuto “una lunga notte”, «occorre lavorare insieme ai repubblicani ed è necessaria la collaborazione di tutti per affrontare le sfide del Paese». A deludere, secondo Obama, è stato soprattutto l’andamento dell’economia: «Ho ascoltato la gente che è profondamente frustrata per le opportunità mancate dei loro figli (…) Vogliono che Washington lavori per loro e non contro di loro» ha aggiunto. Ma anche le sue riforme, quella “verde” per la riduzione dei gas serra e quella sanitaria, hanno contribuito allo scivolone. Obama si è detto disponibile a modifiche alla riforma sanitaria, il cavallo di battaglia della sua amministrazione.
Le lobby hanno vinto ancora. I repubblicani si batteranno soprattutto affinché un passo indietro si faccia per quanto riguarda la riforma della sanità in primis, l’unica vera riforma riuscita al Presidente di colore, in fondo però anche parziale. Il leader democratico ha perso soprattutto in campo mediatico, poiché non ha “venduto” con forza le cose buone fatte, venendo così sovrastato dalla violenza della campagna elettorale mossa dai membri del Tea party. Non sono bastati i vari messaggi on-line fatti di video ed e-mail, mentre la Palin e soci sono scesi in strada con tanto di cartelloni e cortei pittoreschi, soffiando sul fuoco delle paure e delle incertezze che si annida nei cuori degli americani; acceso da un’economia ancora in ginocchio ed una disoccupazione record.
Ora Obama è una «lame duck» (anatra zoppa, come viene definito un Presidente che non ha l’appoggio del Congresso), e nei prossimi 2 anni sarà costretto all’immobilismo delle riforme o comunque a leggi “annacquate”. Il tutto sperando che nel 2012 risorga politicamente come fece Clinton alle elezioni del 1996, pure sconfitto dal “mid-term” del ’94 e dunque costretto ad una politica monca e moderata nei 2 anni successivi.

L’America dal dopoguerra ad oggi è stata prevalentemente guidata dai repubblicani: sei Presidenti per un totale di 32 anni di governo su 55 (1945-2010). E se ai democratici non è bastato neanche “l’effetto Obama” tutto lascia presagire che “l’Elefante a stelle e strisce” rimpinguerà ancor di più tale successo nei prossimi anni; e punto ancor più inquietante, guidato dai profeti del Tea party.

(Fonte: La Stampa)

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