IL FALLIMENTO DELLA RIFORMA UNIVERSITARIA DEL 2001

Quando nell’Anno Accademico 2001-02 entrò in vigore la riforma universitaria che cambiò radicalmente il nostro sistema universitario, tirai un sospiro di sollievo sapendo che essendomi iscritto nell’anno precedente, ricadevo nel Vecchio Ordinamento. Guardando i dati sanciti a 6 anni dalla riforma da parte del CNVSU (Comitato nazionale di valutazione del sistema universitario), ente del ministero, mi sa che avevo ragione.
In breve, la riforma ha sancito l’ingresso del sistema “3+2”, ossia una minilaurea di 3 anni dopo i quali lo studente può scegliere se continuare a specializzarsi o meno, con la divisione degli esami in “moduli” (in genere due o 3) e la valutazione dello studente non solo con un voto da 18 a 30 ma anche con l’accreditamento di un tot di punti di credito formativi universitari (Cfu); per cui, per conseguire la laurea di primo livello occorre racimolarne 180 in un triennio (60 all’anno), per quella specialistica altri 120. La riforma fu varata per allineare il nostro sistema con quello di altri Paesi occidentali; il tutto per velocizzare il percorso universitario degli studenti, troppo spesso lento ed inefficace (per l’ordinamento precedente, si calcolò un ritardo medio di 3 anni nel laurearsi rispetto agli anni legali del corso di laurea, e uno spaventoso numero di studenti che si ritirava senza conseguire il titolo, circa il 30%).

Gli intenti dei suoi creatori (fu ideato dal Governo di centro-sinistra con il Ministro De Mauro succeduto al dimissionario Berlinguer) erano in fondo giusti; ma come già molti di noi sospettarono  all’epoca (studenti e docenti), il sistema aveva finito solo per provocare grossa confusione per i docenti nel rimodellare i programmi di studio, ansia negli studenti nel dover rincorrere i vari corsi e dare esami (per una sorta di raccolta di crediti simili ad una raccolta punti fedeltà della Ferrero), nonché la proliferazione eccessiva di nuove materie, dannose anche per le casse statali.
Come dicevo prima, guardando i dati negativi propostici dal CNVSU, le nostre critiche al sistema erano giuste e i fatti ci hanno dato ragione: Nell’a.a. d’introduzione, il 2001/2002, il nuovo ordinamento aveva acceso una speranza, visto che le new entry in regola sfioravano l’88 per cento; ma dopo sei anni la percentuale è scesa in picchiata, toccando quota 68,5 per cento. Mentre uno studente su 5 dopo avere frequentato il primo anno decide di gettare la spugna. Stesse cifre (1 su 5) riguardano gli studenti “inattivi”, ossia coloro che durante l’anno precedente non hanno sostenuto nemmeno un esame.
Per quanto riguarda i crediti, invece gli studenti nostrani sono ben lontani dai 60 crediti l’anno che secondo la riforma dovrebbero sostenere (180 in 3 anni). Solo gli studenti di 29 atenei italiani, in media, superano i 30 crediti l’anno e in appena due università (Siena e Venezia) si superano i 45 crediti. I più “somari”, con 22 crediti, sono i ragazzi dell’università di Palermo.
Oltre alla negativa questione dei ritirati anzitempo o degli inattivi, va aggiunta quella di coloro che con l’arrivo della riforma preferirono non iscriversi affatto, spaventati molto probabilmente dalla novità. Alcune facoltà fecero registrare un calo mostruoso, con Agraria che addirittura toccò nel primo a.a. della riforma un calo del 52% degli iscritti rispetto a quello precedente.
Se da un punto di vista “tecnico” la Riforma si è rivelata disastrosa, non meno lo è quello economico, visto che la spesa del sistema universitario è cresciuta considerevolmente: da 9,3 miliardi di euro si è passati a 12,4 nel 2006, un terzo in più. In sei anni i prof (ordinari, associati e ricercatori) sono aumentati di quasi 6 mila unità, con un incremento della spesa per il personale e un calo di quelle per “acquisizione e valorizzazione di beni durevoli”. I corsi di studio attivi sono passati dai 2.444 ante riforma a 5.734. Il numero degli insegnamenti (le materie) ha fatto registrare un vero è proprio boom: da 116.182 sono diventati 180.001. Ma una consistente fetta di questi insegnamenti, ben 71.038, valgono al massimo 4 crediti. E ancora: su 3.373 lauree di primo livello e lauree specialistiche a ciclo unico i corsi con meno di dieci immatricolati sono 340. Tutte spese mostruosamente gravanti sul bilancio dello Stato.
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