UMBERTO D, STORIA DI IERI E PROBABILMENTE ANCHE DI DOMANI

“Umberto D.” è un piccolo capolavoro di Vittorio De Sica del 1952, indimenticabile attore (all’attivo 133 film nell’arco di oltre 40 anni di carriera) ma anche autore e regista di molti film “neorealisti” sulle difficoltà socio-economiche dell’Italia uscita disastrata dalla Seconda guerra mondiale.
Fondamentale in tal senso fu l’incontro con Cesare Zavattini, sceneggiatore, giornalista, commediografo, narratore, poeta e pittore italiano. Il primo film risale al 1943, quando realizzarono “I bambini ci guardano”, che narra il dramma di un bambino all’interno di una famiglia piccolo-borghese divisa; poi fu la volta di “Sciuscià” del 1946, “Ladri di biciclette” del 1948, “Miracolo a Milano” del 1951, per arrivare a “Umberto D.” del ’52, ultimo film che abbina la verve artistica nel raccontare la cruda realtà della società italiana dell’epoca con la genuinità e la spontaneità degli attori. 
I successivi film di De Sica, con e senza Zavattini, risentono già la ripetitività dello schema utilizzato nei film precedenti o delle esigenze dei produttori americani, che hanno fatto perdere alle opere quella genuinità e spontaneità di cui sopra. Con questo non voglio certo sminuire tali lungometraggi, molti dei quali anche di un certo spessore.
In questa sede mi soffermerò proprio su “Umberto D.” Il lungometraggio parla di un ex funzionario del Ministero il quale sopravvive con una magra pensione ed è costretto ad alloggiare in una cameretta di un alberghetto squallido “ad ore”, nonché a mangiare nelle mense pubbliche. Gli ex colleghi ormai lo snobbano e l’unica persona che gli da un po’ di affetto è una giovane ragazza che lavora proprio nell’alberghetto, la quale aspetta un figlio ma non sa con certezza chi sia il padre. 
Avendo perso anche quel minimo (seppur squallido) tetto dato che la padrona ha deciso di trasformarlo in un salotto “bene” per incontri borghesi, per le tante difficoltà e quotidiane umiliazioni non più sopportabili in tarda età pensa di farla finita; ma l’unica cosa che gli è rimasta, il suo cagnolino Flag, lo convince che in fondo vale ancora la pena vivere.
Vittorio De Sica con questo film ha dimostrato di essere un regista maturo, ed esso è forse il suo capolavoro. Come dicevo in precedenza, in questo film il neorealismo, spogliato dalle esigenze dell’industria cinematografica, raggiunge il punto più alto; ciò che in seguito riuscirà anche a Pierpaolo Pasolini.
Al di là della recensione sul film, ciò che qui mi preme sottolineare è il suo significato, la sua morale. Il povero signor Umberto, zelante impiegato pubblico, si ritrova andando in pensione in uno stato di povertà. Non può permettersi una casa propria, i medicinali, perfino il pranzo. Pertanto, il film ci fa conoscere una realtà amara del passato, e di quanti una volta finito di lavorare, venivano visti come inutili, un peso, ma soprattutto non autosufficienti. Non a caso, il film si apre proprio con una manifestazione di vecchietti che recriminano una pensione dignitosa, ma vengono poi dispersi dalle forze dell’ordine, i quali quasi li irridono a colpi…di claxon. 
Le lotte politiche successive da parte di quei partiti oggi dal peso istituzionale irrisorio o allo sbando, sono riuscite nell’intento di dare ai pensionati, pubblici e privati, una vita almeno dignitosa. 
Ma al contempo, segnalando tale film, vorrei porre alla luce un’altra questione spinosa che collega il passato al futuro: quanto sia vicino il rischio che corrono tanti giovani nel ritrovarsi in futuro, all’età del signor Umberto, con gli stessi problemi legati ad una pensione misera, o addirittura, senza alcuna pensione.
Un giovane che guarda “Umberto D.” può provare sì compassione per quel vecchietto e conoscere una realtà di anni fa, ma allo stesso tempo, può anche temere che la propria storia personale non sarà tanto dissimile da quella.

(Fonte: Mymovies)

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