IL FALLIMENTO DEL REGISTRO PER LE UNIONI DI FATTO

IL FALLIMENTO DEL REGISTRO PER LE UNIONI DI FATTO

NATO PER OVVIARE ALL’IPOCRITA E BIGOTTO VUOTO NORMATIVO RELATIVO ALLE COPPIE DI FATTO, VANTA POCHISSIMI ISCRITTI OVUNQUE SIA STATO ISTITUITO
La legge italiana non li riconosce e vari Comuni da oltre dieci anni hanno cercato di colmare, con un apposito registro per le unioni di fatto, un vuoto del nostro quadro normativo che li discrimina. E non parliamo solo di coppie Lgbt, ma anche etero che vogliono convivere senza passare per la trafila tradizionale del matrimonio. Eppure questo strumento non ha avuto successo. Perché?

PRIMO COMUNE AD ISTITUIRLO BOLOGNA–  Il registro per le unioni di fatto, a Bologna come in molte altre città italiane, è stato un grande flop. Bolzano, Trento Torino, Firenze, Padova. Tantissimi sono i comuni ad averlo introdotto – nel capoluogo emilaino esiste già dal 1999 – ma pochissime coppie si sono iscritte per ottenere il certificato di famiglia anagrafica su base affettiva. “In dodici anni” ha denunciato l’insuccesso Valentina Castaldini, consigliere comunale del Pdl di Bologna “il registro non ha raccolto adesioni”. A Gubbio, in Umbria, addirittura è stato di recente abolito per evidente inutilità, dopo che per 10 anni soltanto una coppia risultava essersi iscritta.
A Napoli è stato recentemente approvato dal consiglio comunale capitanato da Luigi De Magistris e a Milano il sindaco Giuliano Pisapia ha promesso di istituirlo entro il 2012.
UNO STRUMENTO PIU’ IDEOLOGICO CHE PRATICO – “Il certificato ad oggi ha un valore principalmente politico” ha chiarito Sergio Lo Giudice, capogruppo del Partito Democratico in Comune “e il numero limitato di adesioni era già previsto proprio perché l’iscrizione ha una connotazione simbolica che, in assenza di una legge nazionale che stabilisca parità di benefici tra famiglie di fatto e famiglie sposate, non vi sono riscontri concreti. Quello di Bologna – ha aggiunto Lo Giudice – è stato un segnale dato ai cittadini dall’amministrazione, che ha deciso di compiere questo gesto nella speranza che poi vi fosse un riscontro nazionale”.
Eppure le iniziative in quel di Emilia Romagna per promuoverlo non mancano. La Regione, con l’art. 42 della finanziaria approvata nel 2010, ha sottolineato l’esistenza di unioni e convivenze non matrimoniali, riconoscendo ai conviventi, etero o omosessuali, gli stessi diritti di accesso a servizi come casa, scuola, sanità e ogni altro “servizio pubblico o privato sul territorio emiliano romagnolo”. E qualche giorno fa, il Tribunale di Reggio Emilia ha concesso lo stato “famigliare” a una coppia omosessuale sposatasi in Spagna, con tanto di permesso di soggiorno per il coniuge uruguayano.
“Se si considerano tutte le iniziative che le amministrazioni locali, Comune e Regione, hanno approvato diventa inutile guardare al numero di iscritti al registro” ha aggiunto Cathy La Torre, consigliere comunale di Sinistra e Libertà. “Il fatto stesso che tale certificato esista simboleggia la volontà di questa città di promuovere decisioni che non discriminino nessuno, né per l’etnia, né per il genere o le sue scelte di vita”.
“In questi anni il Comune bolognese ha fatto il possibile per promuovere un’uguaglianza di diritti tra le coppie sposate e le coppie di fatto, siano esse omosessuali o eterosessuali” ha commentato Benedetto Zacchiroli, consigliere del Pd. “Poi è chiaro che compiere la scelta di iscriversi o meno al registro riguarda la singola persona perché l’atto non comporta ancora un plus di diritti. Spetterà allo Stato decidere se agire in questa direzione, noi come altre città abbiamo voluto inviare un segnale chiaro”.
L’articolo de Il Fatto quotidiano si è soffermato sulla situazione bolognese essendo stato il primo Comune ad aver istituito il registro delle unioni di fatto e dunque è il caso-pilota più importante. Il suo fallimento nel capoluogo emiliano, notoriamente emancipato su certe tematiche tant’è che lo prevede da oltre dieci anni, è emblematico. Chissà quando il Parlamento farà la sua parte per ovviare a questo ennesimo atteggiamento retrò, ipocrita e bigotto dei nostri governanti. 
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  1. Il fatto che l'iniziativa avuta da diversi comuni italiani di istituire queste liste in cui le famiglie di fatto potessero iscriversi, a mio avviso, lascia il tempo che trova. Innanzitutto perchè non sono singoli comuni che devono riconoscere l'esistenza sempre maggiore di coppie che scelgono la convivenza piuttosto che il matrimonio, ma deve essere lo STATO ITALIANO a riconoscerle e ad attivare una legge che riconosca dei diritti a queste "nuove forme di famiglia".Che singoli comuni creino queste liste pare più una presa in giro che un ausilio famigliare.In Italia non si vuole guardare in faccia alla realtà quotidiana in cui i singoli si trovano a vivere e a subire. In Italia si farà difficoltà a riconoscere le coppie di fatto perchè abbiamo il problema della presenza del Vaticano che imporrà sempre la sua volontà.Inoltre non si ampia lo sguardo. Perchè la sempre maggiore presenza di coppie di fatto può voler mettere in risalto altre problemtiche: i costi sempre più alti che un matrimonio in quanto rito implica; ma soprattutto il fatto che le persone scelgano sempre più la convivenza rispetto al matrimonio può voler significare che le persone vivono sempre di più i rapporti sociali ed affettivi con la prospettiva ed anche il timore della brevità della durata del rapporto.Perchè in Italia tutto è orientato alla flessibilità e al breve periodo, come ogni altro paese europeo, ma con la differenza che in Italia non si hanno garanzie e sostegni. Quindi anche le unioni oggi vengono vissute con questi timori.L'aumento delle coppie di fatto sta a significare che le persone temono il matrimonio perchè implica un unione più complessa, in cui si devono dare ed avere garanzie sociali, economiche, lavorative che in realtà mancano.Dunque a mio avviso bisogna ampliare lo sguardo, come ho detto sopra, e analizzare la profondità del problema per poter compremdere il perchè le persone scelgono la convivenza; capendo il fenomeno sociale ci si può muovere serenamento verso una legge di tutela.

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