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Il Dante che Benigni non ci racconta: come tratta Maometto e immigrati nella Divina Commedia

LA SUA MASSIMA OPERA E’ GIA’ STATA IN PASSATO ACCUSATA DI ESSERE ISLAMOFOBICA
Dante Alighieri era islamofobico? Non scherziamo. Del resto, colui che viene considerato il padre fondatore della lingua italiana assieme a Francesco Petrarca, ha piazzato all’Inferno anche qualche Papa: vedi Bonifacio VIII e Celestino V. Il primo fu reo a suo dire di essere stato determinante nel convincere il secondo a ritirarsi («vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto»). Una volta arrivato al Soglio Pontificio, fece catturare Celestino V, che fu imprigionato fino alla sua morte avvenuta dieci mesi dopo. Vicende pontifice che hanno anche influenzato la sua vita a Firenze, costringendolo all’esilio (di fatti morì a Ravenna). Tuttavia, il modo in cui tratta Maometto e suo cugino Alì, nonché gli immigrati, sembra spaventosamente attuale. Come se si collocasse chiaramente dalla parte di chi, oggi, vede nell’Islam e nell’ondata immigratoria un male da combattere.

COME TRATTA MAOMETTO E ALI’–  Dante Alighieri colloca infatti il profeta musulmano e Alì, suo cugino, genero e successore come Califfo, nientemeno che all’inferno, nel canto XXVIII dedicato ai seminatori di discordia. In cui Maometto viene messo nella boglia più “sozza” che si possa immaginare, piena di corpi mutilati e orrendamente sfigurati.
C’è che secondo le convinzioni dell’epoca, condivise evidentemente da Dante, l’islam era il risultato di uno scisma nell’ambito della cristianità: come riporta il Corriere della Sera, il cardinale o monaco Maometto, amareggiato per non aver conseguito il papato, avrebbe fondato una nuova dottrina. Per questo Dante lo immagina nella nona bolgia, squarciato dal mento all’ano, “infin dove si trulla” (ovvero dove si scorreggia). Alì con la faccia spaccata dal mento alla fronte. Questo perchè, secondo Dante, i seminatori di discordia nell’aldilà erano condannati a subire il contrappasso adeguato, soffrendo nel loro corpo le stesse mutilazioni di cui sono stati artefici in vita.
LE IDEE SUGLI IMMIGRATI – Dante ha scritto parole durissime anche contro l’immigrazione e contro la Chiesa che si rende complice di questa tratta di uomini. Basta leggere il sedicesimo canto del Paradiso, dove Dante, accompagnato da Beatrice, è a colloquio con Cacciaguida, il glorioso avo che trovò la morte durante la seconda crociata.
Dante chiede a Cacciaguida di parlargli di Firenze, di raccontargli come fosse nei tempi civili. Subito Cacciaguida si infiamma “come s’avviva a lo spirar d’i venti / carbone in fiamma, così vid’io quella / luce risplendere a’ miei blandimenti”. Ricorda come gli abitanti di Firenze fossero un quinto rispetto a quelli che ci sarebbero stati 150 anni dopo dopo la sua morte: “Tutti color ch’a quel tempo eran ivi / da poter arme tra Marte e ‘l Batista, / eran il quinto di quei ch’or son vivi. Ma la cittadinanza, ch’è or mista / di Campi, di Certaldo e di Fegghine, / pura vediesi ne l’ultimo artista”. Ovvero: la popolazione di Firenze, che ora è mescolata con gli abitanti di Campi Bisenzio, Certaldo, Figline Valdarno, era pura fino al midollo. Fino al più semplice degli artigiani.
E di chi è la colpa, secondo Cacciaguida e, quindi, anche secondo Dante? Della Chiesa che favorisce l’immigrazione dei toscani a Firenze: “Se la gente ch’al mondo più traligna / non fosse stata a Cesare noverca, ma come madre a suo figlio benigna, / tal fatto è fiorentino e cambia e merca, / che si sarebbe vòlto a Simifonti, / là dove andava l’avolo a la cerca”. Ovvero: se la Chiesa non fosse stata matrigna nei confronti dell’imperatore e fosse stata amorevole nei confronti del figlio, certi fiorentini che ora passano il tempo a cambiar valute e a mercanteggiare sarebbero rimasti a Semifonte a chiedere l’elemosina come facevano i loro avi.
E Dante riconosce la causa prima della decadenza delle città nell’immigrazione indiscriminata: “Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade, / come del vostro il cibo che s’appone”. Ovvero: la mescolanza delle genti provoca sempre il male delle città.

DIVERSA LA POSIZIONE SUI GAY – Diversa invece la presa di posizione sui gay. Se è vero infatti che colloca all’Inferno i “sodomiti”, è anche vero che nei dialoghi che ha con alcuni di loro (vedi Brunetto Latini) si pone in un atteggiamento di simpatia, se non pietà per la loro condizione. Al punto che qualcuno sostiene che sia lui stesso omosessuale.
Al di là di quest’ultimo aspetto che lascia il tempo che trova, Dante li posiziona all’Inferno per come la società li considera in quel periodo e non perchè sia lui stesso ad avere scarsa considerazione – e magari disprezzo -nei loro confronti. Alighieri può considerarsi un laico dal pensiero libero, perfino anti-clericale.

Tornando sulla presa di posizione di Dante su Maometto e immigrati, ditelo anche a Benigni, che per parlarci della Divina commedia si è preso un bel po’ di quattrini. Ma non ditelo a Salvini e alla Meloni, che potrebbero usarlo come argomentazione per la propria campagna elettorale…

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