Trump aveva ragione per questi 6 motivi

Donald Trump è stato dipinto dai media progressisti e radical chic come il peggiore presidente americano di sempre.

Come se qualche tweet sopra le righe e qualche mancano accordo internazionale per difendere gli interessi nazionali, fossero peggiori dei morti che hanno provocato tanti suoi predecessori. Repubblicani e Democratici.

Certo, il 45mo presidente degli Usa è stato divisivo, ma proprio perché ha rotto gli schemi di quell’establishment che da decenni governa oltreoceano. Quel Deep state tornato con tutti i crismi grazie alla presidenza Biden.

Tuttavia, i fatti stanno dando ragione a Donald Trump. In particolare 6 punti sui quali si è battuto molto.

Ecco quali.

Donald Trump perché aveva ragione

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Insiderover riporta i 6 motivi per cui il Tycoon in fondo aveva ragione.

Cina

Joe Biden sta proseguendo nel solco di quanto fatto da Trump contro la Cina. A sottolinearlo è stato anche il presidente e fondatore di Eurasia Group Ian Bremmer sul Corriere della Sera, con il presidente Biden vede nella Cina la principale minaccia alla democrazia e alle libertà individuali, oltre che alla sicurezza nazionale americana.

Il suo governo non ha fatto passi indietro nella guerra commerciale avviata da Trump. Dazi e sanzioni imposti da The Donald restano al loro posto, osserva Bremmer, per sfruttare al massimo la forza negoziale degli Usa con la Cina in altri settori, e per alzare la posta in gioco sono stati introdotti anche i controlli sulle esportazioni.

Come nota poi l’Economist, ora Joe Biden “sta convertendo l’enfasi trumpiana in una dottrina che contrappone l’America alla Cina, una lotta tra sistemi politici rivali che, dice, può avere un solo vincitore”.

Secondo Biden e il suo team, infatti, la Cina è “meno interessata alla convivenza e più interessata al dominio”.

Durante la sua presidenza, Trump ha imposto tariffe per 250 miliardi di dollari di beni cinesi per fare pressione su Pechino affinché fermasse:

  • il furto di proprietà intellettuale
  • trasferimenti forzati di tecnologia
  • migliorasse l’accesso al mercato per le aziende statunitensi
  • tagliasse il suo programma di sussidi industriali ad alta tecnologia

Wuhan

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Trump ha fin da subito acceso i riflettori sul laboratorio di Wuhan. E oggi, tante piccole verità stanno venendo a galla, anche contro quell’Anthony Fauci col quale tanto è andato in contrasto sulla gestione della Pandemia.

Nell’aprile 2020, Donald Trump, parlando alla Casa Bianca con la stampa, affermava:

aver un alto livello di fiducia nell’ipotesi che l’origine del coronavirus sia legata ad un laboratorio di Wuhan (…) Lì deve essere successo qualcosa di terribile. Può essere stato un errore, qualcosa che si è sviluppato inavvertitamente, oppure qualcuno lo ha fatto di proposito

Fauci ha dichiarato di “non essere convinto” dell’origine naturale di Covid-19 e sono anche emerse mail nelle quali si evince che lui sapesse qualcosa. Ho parlato della questione Covid-19 e Wuhan qui.

Big Tech

trump twitter

Donald Trump è stato il primo a chiedere di regolamentare lo strapotere dei social media e delle aziende Big Tech, tanto che Twitter gli ha chiuso pure l’account. Esattamente ciò che sta facendo il suo successore, seppur con motivazioni diametralmente opposte.

Se secondo i conservatori le piattaforme social non garantiscono la sacrosanta libertà d’espressione sancita dal Primo emendamento e puniscono principalmente gli utenti di destra, per i democratici, al contrario, i social media non sono abbastanza efficaci nel contrastare la diffusione delle cosiddette “fake news”.

Da qui, la “stretta” varata nelle scorse settimane contro i post che, secondo l’amministrazione Biden, farebbero disinformazione sul Covid-19 e sarebbero dannosi per la salute della nazione.

Afghanistan

trump afghanistan iraq

Il 17 settembre 2020 il segretario alla Difesa, Christopher Miller, su mandato dell’ex Presidente Trump, annunciava ufficialmente il ritiro di migliaia di soldati americani entro il 15 gennaio. A seguito dell’accordo di pace con i talebani del 29 febbraio 2020, Mark Esper – poi licenziato da The Donald e sostituito proprio da Miller – aveva già ridotto di due terzi il dispiegamento militare in Afghanistan, portandolo a 4.500 effettivi.

La decisione non fu accolta da tutti in maniera positiva, anche fra gli stessi repubblicani. Secondo Bloomberg, il ritiro delle truppe dell’Afghanistan voluto da Trump era un “regalo per i talebani”.

La decisione di Trump, ancora una volta, è stata confermata dal suo successore. Biden ha infatti annunciato due settimane fa che la missione militare in Afghanistan terminerà il 31 agosto, affermando contestualmente che il rapido abbandono delle posizioni serve a proteggere le truppe statunitensi dagli attacchi dei Talebani.

Anche l’Italia, che ha seguito gli Usa in quel disastro, si sono ritirati. Qui un bilancio.

Russia

trump politica estera putin

Checché se ne dica, Donald Trump – ad oggi – è stato molto più duro di Joe Biden nei confronti di Mosca, con buona pace di chi definiva il magnate un “pupazzo di Putin”.

Come ricorda sempre Ian Bremmer sul Corriere della Sera, infatti, durante gli anni di Trump, le sanzioni sono state inasprite:

L’ex presidente – scrive – si è opposto al progetto del gasdotto russo Nord Stream 2, di grande rilevanza strategica. Trump ha inoltre rafforzato la presenza di truppe statunitensi in Europa orientale, un favore particolare fatto al presidente polacco Andrzej Duda, da sempre schierato con Trump contro Putin

Senza contare che sotto Trump, il Congresso ha inoltre approvato una legge che autorizza 250 milioni di dollari di assistenza militare, comprese armi letali, all’Ucraina. Lo stesso Congresso aveva votato per due volte il sostegno militare a Kiev durante gli ultimi anni dell’amministrazione di Obama, ma la Casa Bianca ne aveva bloccato l’attuazione, un passo in dietro arrivato ben prima dell’arrivo di Trump, che invece lo ha approvato.

Immigrazione

kamala harris carriera

Chiudiamo col tema immigrazione. Per il quale Trump è stato dipinto come un mostro spietato.

“Aiutiamo i migranti a casa loro, non venite negli Usa”. Questo è il sunto del discorso pronunciato nientemeno che dalla vicepresidente Usa, Kamala Harris poco prima del suo arrivo in Messico dopo la visita in Guatemala, nel suo primo viaggio all’estero della numero due della Casa Bianca dall’assunzione dell’incarico (ne ho parlato qui).

La vicepresidente Usa ha spiegato che

l’obiettivo del nostro lavoro è aiutare i guatemaltechi a trovare speranza a casa loro. Allo stesso tempo voglio essere chiara con coloro che stanno pensando di intraprendere quel pericoloso viaggio verso il confine Messico-Stati Uniti: non venite, non venite

E meno male che con un attempato vecchietto come presidente e una donna di colore come suo vice, gli Usa dovevano tornare ad essere quelli dell’American dream.

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