Coronavirus pone sotto riflettori tagli a Sanità pubblica: storia ultimi 40 anni

Data ultimo aggiornamento: 27 Giugno 2021

Quando un Paese deve affrontare una emergenza pubblica, si riscopre il senso dello Stato. Riscopre perché a partire dagli anni ‘90, il neoliberismo montante ha cercato di convincerci che il libero mercato ci salverà da tutto.

Anche in Italia la sinistra si è adeguata ai lib lab anglosassoni. Ponendosi come modello non più i Lenin, Mao o Togliatti, ma i Clinton e i Blair.

Certo, dopo la caduta del Muro di Berlino non poteva essere altrimenti, dato che a vincere fu il suo antagonista: il Capitalismo americano. E il Mondo si era effettivamente convinto che uno Stato mammone, capace di provvedere per tutti, non poteva reggere a lungo.

Via dunque a sforbiciate alla spesa pubblica, alla svendita del patrimonio pubblico, ai reiterati tagli alla Sanità pubblica, alla demonizzazione dello Stato centrale.

Poi però, quando si verificano emergenze come quelle che stiamo vivendo oggi dettate dal Coronavirus Covid-19, ecco che invochiamo lo Stato. L’intervento pubblico in favore degli imprenditori costretti alla chiusura, che gli ospedali pubblici ci salvino la vita.

Io in questo dibattito mi sono sempre posto a metà strada, su una posizione liberaldemocratica. Ovvero, Stato e i privati devono convivere. Col primo che garantisce i servizi essenziali per i meno abbienti, nonché persegue gli interessi collettivi, promuovendo e garantendo i diritti civili e politici.

E i secondi che devono essere messi in grado di fare impresa, creare posti di lavoro e perché no, arricchirsi. La contrapposizione tra queste due parti non ha mai portato da nessuna parte.

Circoscrivendo il discorso alla sola Sanità pubblica, l’emergenza dettata dal Coronavirus Covid-19 ha posto sotto i riflettori i tagli reiterati che la stessa ha subito negli ultimi 40 anni. Guarda caso a partire proprio dai fatidici anni ‘90.

Il sistema sanitario nazionale italiano sta reggendo ancora bene, ma fino a quando ancora potrà? Ecco tutti i tagli alla sanità pubblica degli ultimi 40 [sta_anchor id=”sanità”]anni[/sta_anchor].

Sanità pubblica italiana numeri

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Vediamo dapprima il dato attuale. Qual è lo stato di salute della Sanità pubblica italiana? A fare una bella radiografia (e scusate le varie metafore) ci pensa Wired.

Nel 2018 l’Italia ha speso per il sistema sanitario nazionale l’8,8% del Pil, una percentuale che scende al 6,5% considerando solo gli investimenti pubblici.

Prima di noi troviamo Stati Uniti (14,3%), Germania (9,5%), Francia (9,3%) e Regno Unito (7,5%). Ma se può consolarci, stiamo meglio della media Ocse, ferma al 6,6%.

Dato non esaltante dovuto al fatto che peggio di noi fanno gli altri paesi europei: i paesi dell’Europa orientale e i nostri amici mediterranei Spagna, Portogallo e Grecia (quest’ultimo addirittura sotto il 5 percento).

Ciò significa che lo stato spende 2.326 euro a persona (2mila meno della Germania), complessivamente 8,8 miliardi più rispetto al 2010. Un tasso di crescita dello 0,90%, che rapportato ad una inflazione media annua all’1,07%, vuol dire un definanziamento di 37 miliardi.

I tagli alla Sanità pubblica italiana degli ultimi 40 anni

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La Fondazione Gimbe calcola che il grosso dei tagli sia avvenuto tra il 2010 e il 2015 (governi Berlusconi IV e Monti), con circa 25 miliardi di euro trattenuti dalle finanziarie del periodo. Mentre i restanti 12 miliardi sono spalmati tra tutti i governi del Pd (Letta, Renzi e Gentiloni) e il primo governo Conte.

L’annuale relazione della Corte dei Conti denuncia come la frenata più importante sia arrivata dagli investimenti degli enti locali (-48% tra il 2009 e il 2017) e dalla spesa per le risorse umane (-5,3%). Ne consegue che il personale dipendente sia calato in questi 8 anni di 46mila unità (tra cui 8mila medici e 13mila infermieri).

I numeri aggiornati al 2017 ci dicono poi che i posti letto complessivamente disponibili nelle strutture pubbliche sono 151.646 (2,5 ogni mille abitanti), che sommate alle oltre 40mila unità incluse in strutture private rappresentano un calo del 30% rispetto all’anno 2000.

L’unica regione in linea con la media Ocse è il Friuli Venezia Giulia (non a caso a Statuto speciale), che conta 5 posti ogni mille abitanti. Alias quasi il doppio della media nazionale.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’Italia ha a disposizione 164mila posti letto per pazienti acuti (272 ogni centomila abitanti), dato calato di un terzo dal 1980 a oggi.

I posti in terapia intensiva sono invece poco più di 3.700, che diventano 5.300 (8,4 ogni 100mila abitanti) se consideriamo anche le strutture private.

Attualmente, sul territorio nazionale, i pazienti ricoverati in terapia intensiva a causa del Covid-19 sono 1.028, di cui 560 nella sola Lombardia.

Governi che hanno tagliato di più la Sanità pubblica

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Quotidiano del sud scende ancora più in profondità.

L’analisi dell’Oms ci dice che se nel 1980 per 100mila abitanti l’Italia aveva 922 posti letto per casi acuti o in terapia intensiva, sono scesi sotto soglia 300 nel 2010 e hanno raggiunto quota 275 nel 2015.

Un taglio del 51% avvenuto soltanto tra il 1997 e il 2015, che ha portato il Belpaese ad occupare posizioni in fondo alla classifica europea.

Abbiamo detto che un’accelerazione sui tagli si è avuta a partire dal 2010, sebbene già dal 1997 avesse iniziato il suo trend. Guarda caso, quando si è gradualmente concretizzata l’Unione europea e la sua relativa moneta unica. E i parametri si sono fatti stringenti e hanno dettato le leggi di bilancio. Sia da parte di governi di centrosinistra sia di quelli di centrodestra.

La prima robusta decurtazione registrata coincide con l’insediamento del governo tecnico guidato da Monti che, in nome della spending review, sottrae al Ssn circa 25miliardi (30 secondo la stima delle Regioni).

Benché breve, non si sottrae a questa pratica il governo Letta, che nel 2013 definanzia progressivamente la quota di PIL destinata alla sanità pubblica dal 7,1 al 6,7% ed apporta tagli al Ssn.

Il passaggio di consegne con Renzi sembra l’alba di una nuova stagione con il Patto per la Salute che mette sul tavolo risorse, le quali restano però virtuali. Si collezionano, piuttosto, altri segni meno alla voce sanità.

Con Gentiloni al timone dell’esecutivo, la musica non cambia: nel 2017 si prevede un calo della spesa pubblica sanitaria rispetto al PIL dal 6,7% al 6,4% per il 2019. E poi, ancora, nel settembre 2017 avviene una nuova sforbiciata alla spesa sanitaria il cui peso sul Pil si riduce al 6,3%.

Con il primo governo Conte, nel 2018, al netto degli annunci di crescita economica, aumenta solo dello 0,1% annuo il rapporto spesa sanitaria/PIL.

Il Coronavirus sembra stia facendo rinsavire il Governo Conte II, messo con le spalle al muro dinanzi ad una situazione drammatica dei nostri ospedali.

Situazione che è bene sempre sottolinearlo, è stata resa tale anche dalle ruberie varie di chi in questi anni ha lavorato nel pubblico. Tra sparizione di medicinali, sottrazione indebita di materiale medico, acquisti di apparecchiature mai poi utilizzate, gare d’appalto truccate, furbetti del cartellino ed altro ancora.

Anche ex Ministro Sirchia denuncia tagli alla Sanità italiana

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Il Giornale ha intervistato l’ex Ministro della Sanità del Governo Berlusconi II e III Girolamo Sirchia. Medico chirurgo, costretto alle dimissioni per cause giudiziarie nel 2015. Sirchia attacca gli economisti che hanno distrutto con la loro ideologica la Sanità pubblica.

Quasi tutti i governi italiani degli ultimi anni hanno avallato le disastrose strategie economiche globaliste della Ue per incapacità e debolezza. Erano e sono esecutivi con scarso consenso popolare, minacciati da continui rating negativi e dallo spread

Dobbiamo mandare al governo uomini capaci e non manichini disponibili a firmare ogni compromesso

In tal caso la sfera politica e quella sanitaria sono strettamente collegate:

l’errata gestione dal punto di vista politico ha ammazzato la sanità pubblica italiana e sta ammazzando tutta l’economia del Paese; i tagli poi sono da intendersi come figli della spending-review, che i nostri politici si sono bevuti per ottenere il plauso dei globalisti

In tutto ciò il risultato negativo è evidente:

non è stato possibile né sostituire  i medici che andavano in pensione né rimpiazzare i primari perché costava troppo e trasformavamo i vice in facenti funzione

Durante il suo mandato, Sirchia dovette affrontare l’emergenza Sars del 2003. Virus con una capacità di diffusione molto più limitata del Covid-19 ma molto più aggressivo e mortale.

Si ricorda per la legge che impose il divieto di fumare nei luoghi pubblici (poi copiata da altri Paesi europei); l’etichettamento di alcune razze canine come pericolose (anche alcune di grossa taglia ma pacifiche, in quanto nel 2003 si verificarono molti casi di aggressioni da parte di Pitbull); il suo contrasto al metodo Di Bella e la sostanziale equiparazione tra droghe leggere e pesanti.

Sirchia non manca di lanciare una stoccata all’attuale gestione comunicativa dell’emergenza da parte del governo

Nel 2003 lui si era trovato alle prese con l’emergenza sanitaria della Sars, ma faceva una conferenza stampa al giorno e l’esecutivo aveva pagato la Rai per avere degli spazi informativi in cui il medico parlava alla nazione trasmettendo autorevolezza, mentre oggi c’è un’ombra sbiadita del ministro Speranza.

In televisione infatti è andato Giuseppe Conte, accusato di essere lo stesso che tre settimane fa aveva parlato di allarmismo bocciando la proposta dei governatori leghisti di mettere in quarantena chi arrivava dalla Cina e che ha accusato l’ospedale di Codogno di non aver rispettato le direttive

A giudizio di Sirchia è stato un grave errore poiché isolare i cinesi che tornavano dal loro Capodanno – “dove si abboffano di ogni schifezza” – avrebbe contribuito a frenare il contagio:

“La quarantena non è un’offesa”. Lo Stato non riesce a trasmettere sicurezza in quanto non parla con una voce unica e coerente:

Gli italiani hanno capito che all’inizio la vicenda è stata affrontata dal punto di vista politico e non sanitario e molti hanno perso fiducia.

Sono piovute critiche nei confronti di Attilio Fontana, per essersi messo la mascherina, e di Luca Zaia per per aver detto che in Cina mangiano i topi vivi: giudica il governatore della Lombardia “un amministratore straordinario” contro cui è stata fatta una polemica “stupida e faziosa“; considera invece il comportamento del presidente della Regione Veneto “un po’ troppo ruvido, ma ha detto la verità“.

Disponibilità posti letto Italia rispetto ad Europa

A tutto il discorso fatto fino ad ora, voglio aggiungere un’ulteriore dato interessante: il confronto dei posti letto in Italia rispetto agli altri paesi europei.

Come riporta Open Polis, nel 2018 risultavano 537,84 posti letto disponibili ogni 100mila abitanti in media nei paesi europei. Un dato che risulta in calo rispetto al 2010, quando i posti letto disponibili erano 574 ogni 100mila abitanti.

Da notare poi l’ampia disparità tra paesi del nord e dell’est Ue che superano i 537,84 posti ogni 100mila abitanti e altri che non arrivano neanche a 300 posti.

Nel nostro paese, la situazione è di 314 posti in ospedale ogni 100mila abitanti. Ecco il grafico:

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