“SANGUE E LACRIME”, IL CINEMA DI TAKESHI KITANO

takeshi kitano

Data ultimo aggiornamento: 4 Settembre 2017

Takeshi Kitano è un regista giapponese scoperto casualmente, grazie…alla musica; ero in auto con un amico che tra i suoi mp3 aveva anche “Thank you for everything”, una parte della colonna sonora del film “Hana-bi” suo film forse più famoso. Rapito da quella musica così struggente gli chiesi di chi fosse e così decisi di guardare il film, e da lì tanti altri di questo regista.

Nato a Tokyo nel 1947, in una zona molto povera della città, dove diventare uno Yakuza sembra essere l’unica possibilità per un avvenire sicuro (la Scampia giapponese tanto per intenderci), fortunatamente finita la scuola fu spinto dalla madre a frequentare la facoltà di ingegneria, anche se con scarso interesse. Dopo tre anni infatti abbandonò gli studi per dedicarsi a ogni genere di lavoro, tra cui l’attrezzista in un locale di strip-tease dove si esibivano anche dei comici; proprio sostituendo uno di questi ammalatosi, Kitano iniziò la sua gavetta di attore comico imparando anche la danza, il mimo, ma mantenendo uno stile molto personale e originale.


takeshi kitanoNel 1973 il comico Beat Kiyoshi gli chiese di diventare suo partner e da quel momento Kitano assumerà il nome d’arte di Beat Takeshi e i due si faranno chiamare i “Two Beat”. Nel 1974 apparirono per la prima volta in televisione e iniziarono così dieci anni di successi nel periodo d’oro del varietà televisivo giapponese. Nel 1984 Kitano iniziò la sua carriera da solista facendo l’attore e regista di commedie televisive, programmi educativi e giochi a premi, conduttore di talk show, commentatore sportivo alla radio e opinionista per settimanali e quotidiani. Le sue prime interpretazioni cinematografiche sono dei primi anni Ottanta e il suo primo ruolo importante è stato quello del Sergente Gengo O’Hara in “Furyo” di Nagisa Oshima del 1983Nel 1989 fa il suo esordio come regista con Violent Cop.
La sua carriera cinematografica vanta 15 film da regista e 19 da attore. Personalmente mi sono soffermato alla prima tipologia, guardando 11 film di cui in seguito proporrò le miei personali impressioni. Le sue opere cinematografiche trattano prevalentemente di Yakuza, ovvero la Mafia giapponese, con le sue regole spietate e violente; ma Kitano ce la presenta condendo le storie anche di buoni sentimenti, con scene sovente struggenti e malinconiche, perfino con momenti ironici. Nel suo curriculum dietro una cinepresa non mancano però anche film che esulano dal trattare di Yakuza, proponendo storie d’amore, o ricche di buoni sentimenti; pur restando quasi sempre storie amare e malinconiche.
In conclusione, per me che sono da sempre diffidente verso il cinema giapponese, Kitano è stato una bella scoperta. Sebbene devo rimproverargli l’eccessiva ripetitività dei suoi film, spesso appunto trattanti il tema violento della Yakuza, anche se come detto variando le storie e lasciando spazio anche ai buoni sentimenti. Paradossalmente, il suo film che preferisco è “Dolls”, che tratta, come vedremo, di storie d’amore dannate, dando alla Yakuza un ruolo marginale seppur decisivo in una di esse.

1) Violent cop: Azuma è in poliziotto che pratica principalmente in un quartiere difficile e malfamato. Per i suoi modi “indipendenti” di agire, viene trasferito e affiancato da un giovane collega ancora acerbo e inesperto. I suoi modi di lavorare però non mutano, anzi, quando viene a sapere che un suo collega è immischiato in un traffico di droga, diventa ancora più spietato. Finale amaro.
Primo film alla regia per Takeshi Kitano, e a differenza di altri successivi, racconta la Yakuza nei panni del poliziotto. Bravo a mescolare violenza con sani principi. Finale amaro. (3/5 stelle)

2) Boiling point: Masaki è un ragazzo imbranato, pessimo giocatore di baseball che si mette anche nei guai dopo aver aggredito un cliente dell’autolavaggio in cui lavora, il quale appartiene ad un clan Yakuza. Da lì in poi si mette per forza di cose in un tunnel violento e pericoloso qual è quello della guerra tra Yakuza.
Dopo il buon esordio di Violent cop, Kitano fa un passo indietro alla regia, con un film lento, dalla trama che spesso sbanda e sembra non avere una direzione precisa; tanta poi la violenza gratuita, spesso superflua. Ma avrà comunque modo di rifarsi. (2/5 stelle) 

3) Il silenzio sul mare: Shigeru è un netturbino che, trovata nell’immondizia una tavola rotta, decide di diventare un campione di surf. Il ragazzo inizia a frequentare una spiaggia di surfisti, accompagnato dalla sua fidanzata Takako, sordomuta come lui. I due passano lunghe giornate silenziose a contemplare il mare, poi pian piano cominciano a fare amicizia con un gruppo di surfisti del luogo e Shigeru a vincere qualche gara.
Per quanto a tratti vago e inconcludente, il film si lascia guardare fino alla fine, nonostante la lentezza e la ripetitività delle situazioni. (3/5 stelle)

4) Sonatine: Aniki Murakawa è uno Yakuza che ha molto successo nel suo quartiere, facendo incrementare gli affari della famiglia di cui fa parte. Anziché essere premiato dal suo Boss, finisce per inimicarselo. Ma quest’ultimo non ha fatto i conti con la sua freddezza, il suo saper beffare e ghignare la morte con rara capacità.
Quarto film di Takeshi Kitano, bravo come pochi a saper mescolare violenza e ironia. Ingredienti a cui sa aggiungere anche un sapore tragico. (3/5 stelle)

5) Hana-bi: Nishi è un ex agente cinico e freddo nei modi, perseguitato dalla Yakuza a causa di un debito; come se ciò non bastasse, è afflitto da un doppio malessere soggiacente: la moglie è afflitta da una lucemia ed è in fase terminale, mentre un ex collega è rimasto paralizzato in seguito ad una sparatoria e lui si sente responsabile per non essere stato lì con lui durante il conflitto a fuoco. Così cerca di allietare, nel limite dei suoi modi bruschi, gli ultimi giorni di vita che restano alla moglie, e decide di portarla fuori in vacaza; per fare ciò organizza una rapina utilizzando la sua vecchia divisa e truccando un auto rubata a mo’ di volante. Ma ciò gli porterà nuovi problemi e nuovi nemici: i suoi ex colleghi…Toccante la scena finale, avente come sfondo un mare costantemente presente nel film.
Film intenso, che lascia “parlare” prevalentemente il suono potente e denso del silenzio. Emozionante la colonna sonora, scritta dallo stesso Takeshi Kitano e Joe Hisaishi. (4/5 stelle)

6) L’estate di Kikujiro: Il piccolo Masao è un bambino abbandonato dai genitori che vive con la nonna materna. Con l’arrivo dell’estate e la fine della scuola, resta senza amici e in una mattina come tante, casualmente, ritrova delle vecchie foto da piccolo con la madre. Decide così di andarla a cercare, recandosi nella città dove vive da anni. Un’amica di famiglia decide di farlo accompagnare dal marito, Kikujiro, un uomo che vive alla giornata, senza tanti scrupoli, e quindi, non certo adatto per una “missione” così delicata. Dopo le prime inevitabili incomprensioni, i due inizialmente così distanti, inizieranno lentamente ad avvicinarsi grazie alle varie disavventure cui andranno incontro; e in fondo, anche a migliorarsi a vicenda…
Takeshi Kitano abbandona per un attimo il connubio violenza-sentimenti tipico delle sue opere cinematografiche, e ci propone una favola agro-dolce, struggente ma che strappa altresì anche qualche sorriso qua e là, ironizzando spesso sui suoi protagonisti, rendendoli più familiari allo spettatore; come d’altronde ogni favola che si rispetti vuole, anche quelle più amare… (4/5 stelle)

7) Brother: Una banda Yakuza viene sgominata da un’altra banda rivale, tanto da essere costretta ad affiliarsi ad essa. Uno di loro, Yamamoto, però non ci sta e viene spedito dai suoi ex compari a Los Angeles sotto falso nome per fingere di averlo ucciso. Qui si ricongiunge col fratello minore, membro di un piccolo gruppo di spacciatori. E Yamamoto non perderà tempo a tentare di imporre la sua legge anche lì…
Dopo “L’estate di Kikujiro”, un outsider rispetto ai soliti film di Kitano, il regista giapponese torna a parlare di Yakuza e lo fa mostrando il lato più volento e crudele di essa. Non mancano al contempo, spazi dedicati ai buoni sentimenti. (4/5 stelle)

8) Dolls: Tre storie dannate ci vengono introdotte da uno spettacolo di Bankuru (marionette giapponesi): 1) la felice relazione sentimentale di due giovani fidanzati, ad un passo dal matrimonio, è spezzata dalla costrinzione cui va incontro il ragazzo, obbligato per fini professionali e spinto dalla famiglia, a sposare la figlia del suo capo. La sua ragazza, distrutta dal dolore, tenta il suicidio con un’overdose di farmaci; ma anzichè trovare la morte, finirà per perdere la propria razionalità. Il suo promesso sposo non la lascia sola al suo destino e prelevandola dal manicomio decide di condividerlo con lei fino in fondo… 2) Un vecchio Yakuza, scavando nei suoi ricordi, rammenta che da giovane una donna che lui fu costretto a lasciare per mancanza di lavoro, le aveva promesso che l’avrebbe aspettato ogni sabato sulla panchina di un parco per portargli il pranzo. Così decide di scoprire se, dopo tanti anni, la donna è ancora lì. 3) Una giovane cantante pop di successo e un suo accanito fan incroceranno tragicamente i propri destini.
Takeshi Kitano ci presenta tre storie dannate, struggenti, drammatiche; tutte poggianti su un romanticismo di fondo che le dà la spinta per andare avanti, forte di sentimenti puri, intensi, che non vogliono spegnersi malgrado le avversità del Mondo esterno. Storie di un’intensità talmente densa che sembra quasi poter essere toccata con mano. Bellissima la fotografia che fa da sfondo alle storie, soprattutto quella dei due giovani amanti che vagano legati da una corda rossa; una fotografia che sembra cercare di dare ai personaggi e alle loro tragiche storie un paesaggio che sa di primavera. Una primavera che però sembra non riuscire mai ad arrivare ai loro cuori, dove ormai è pieno inverno. (5/5 stelle)

9) Zatoichi: Zatoichi è un guerriero cieco e vagabondo, dedito ai massaggi e al gioco d’azzardo più che ai combiattimenti, che pratica solo se sfidato. Giunge in un villaggio martoriato da un clan, i Ginzo, che tiene sotto torchio i popolani; tra questi, un fratello e una sorella, la cui famiglia è stata da loro massacrata dieci anni prima. Per vendetta i due, con la scusa di essere giovani e affascinanti Geishe, a poco a poco stanno sgominando il clan. E la loro vendetta si incrocerà con il fare gentile di un guerriero buono qual è Zatoichi…
Kitano ci parla ancora una volta di Yakuza, sebbene riportandoci indietro nel tempo, in un Giappone del 1800. Ci fa conoscere la vita e l’arte degli antichi guerrieri, con i loro codici e le loro leggi, crudeli ma spesso anche rispettose. E lo fa con la solita sapiente arte di mescolare violenza con buoni sentimenti, storie drammatiche, e un pizzico di ironia. (4/5 stelle)

10) Takeshis’: Takeshi Kitano interpreta sé stesso, che incontra un suo sosia con il suo stesso cognome, Beat Takeshi, proprietario di un magazzino e clown di scarso successo, il quale prova con ripetuti flop ad incanalare la carriera di attore di un certo livello. Beat sogna di interpretare film d’azione, di prendersi la donna del suo amico-collega, di fare una rapina di grosso calibro ad una banca. Di evadere insomma dalla sua scadente routine.
Takeshi Kitano ci propone un film tra l’autobiografico, il visionario, l’ironico e il violento; tutti ingredienti mescolati senza un filo logico e che sovente fanno sbandare lo spettatore. Il piatto finale non ha infatti un sapore ben definito, avendo forse lo chef Kitano uno schema complesso in mente per la sceneggiatura troppo ambizioso. (2/5 stelle)

11) Achille e la tartaruga: Il signor Kuramoshi è un ricco industriale appassionato d’arte che ama circondarsi di artisti. Suo figlio Machisu ha una passione per tele e colori e sogna di fare il pittore. In seguito al fallimento e alla perdita di tutti i suoi beni, Kuramoshi si toglie la vita e il bambino viene affidato a uno zio brontolone e poco comprensivo che si sbarazza di lui mandandolo in orfanotrofio. Crescendo Machisu continua a dedicarsi alla pittura deciso ad affermarsi, ma viene di volta in volta criticato e “rimandato” da un gallerista pieno di sé. Il regista di Tokyo trova nella storia lineare di un pittore fallito (come artista ma non come uomo), il modo di far raggiungere la tartaruga da Achille. Attraverso la figura di Machisu, un pittore che sacrifica il talento naturale per cercare di compiacere il critico (e dunque il pubblico) finendo per perdere la freschezza e l’estro, Kitano tenta di dare il giusto peso al successo. (4/5 stelle)

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