ROTTURA FINI-BERLUSCONI. TERMINE DI UNA FARSA DURATA 17 ANNI

Data ultimo aggiornamento: 4 Agosto 2010

Si è consumata ufficialmente la rottura tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi, ai ferri corti da marzo, quando il primo ha sollevato una “questione morale” all’interno del partito, che è andata così ad aggiungersi alle diverse disparità di vedute tra i due iniziate proprio con l’inizio dell’attuale legislatura.
L’ex leader di AN ha così creato un gruppo parlamentare differente, denominato “Futuro e libertà per l’Italia”, che vanta 33 deputati alla Camera (ne occorrevano 20 per formare un gruppo ex novo) e un numero di senatori che potrebbe arrivare alle 14 unità (ne servono almeno 10); tra i nomi di spicco aderenti a tali gruppi, troviamo oltre agli epurati dal Cavaliere, Italo Bocchino e Fabio Granata, anche Benedetto Della Vedova, Adolfo Urso, Luca Barbareschi (inventore del nome del gruppo), Mirko Tremaglia, Mario Baldassarri, Andrea Ronchi. Oltre ai finiani, aderiscono a tale iniziativa anche “esterni” quali Adriana Poli Bortone (già ex An) e Giovanni Pistorio, ma forse anche due esponenti dell’Mpa e almeno un ex forzista.<br />E’ impazzato così il balletto dei calcoli per carpire se il Governo ha ancora una maggioranza parlamentare stabile: Il Pdl contava fino ad oggi su 271 deputati, secondo quanto riportato dal sito Internet della Camera, che scenderebbero sotto i 240 se si confermasse la diaspora di oltre una trentina di finiani. Considerato che gli alleati della Lega Nord vantano 59 deputati, il rimanente Pdl più la sola Lega Nord non riuscirebbe a raggiungere la maggioranza assoluta a Montecitorio, che è di 316 deputati. Di vitale importanza per il governo, se volesse fare a meno dei finiani, diventerebbe quindi confermare ed eventualmente ottenere nuovi consensi nel gruppo Misto, che comprende 31 deputati: di questi otto sono del partito di Francesco Rutelli, Alleanza per l’Italia, sei del Partito liberale italiano, tre dei Repubblicani regionalisti, 4 dei Liberaldemocratici, 5 del Movimento per le Autonomia e 3 delle minoranze linguistiche. Ci sono infine due deputati non iscritti ad alcuna componente. Al Senato invece il Pdl conta 145 aderenti: la maggioranza può contare anche su 26 leghisti e su 3 aderenti all’Mpa per un totale di 171 senatori su una maggioranza assoluta, al netto dei senatori a vita, di 158 voti. I finiani qui dovrebbero essere tra i 10 e i 14. Qui pertanto la situazione è più complicata.
Insomma, il Governo per reggere senza l’appoggio dei finiani, alla Camera deve sperare nella conferma dell’Mpa più eventuali voltagabbana all’interno del gruppo misto, mentre al Senato anche questi potrebbero non bastare. Anzi, da quanto si apprende, Berlusconi starebbe già giocando la carta dei democristiani, confidando nella loro smania di cambiare pelle politica; un po’ come fece con alcuni parlamentari durante la precedente legislatura per far crollare il Governo Prodi, quando corteggiò con esito positivo 3 membri dell’Udeur di Mastella (tra cui lui), Dini e un altro suo compagno di partito. Avrebbe così fatto l’occhiolino a  Renzo Lusetti, già passato in questa legislatura dal Pd all’Udc, e la senatrice Dorina Bianchi, anche lei eletta con il Pd e poi tornata in questa legislatura con i centristi. Pare però con esito negativo.
Ieri ad esempio, al primo banco di prova del dopo rottura, ossia la votazione alla Camera della mozione di sfiducia Pd-Idv al sottosegretario alla Giustizia Caliendo indagato nell’inchiesta Loggia P3, i No (della maggioranza) hanno prevalso per 299 voti, i Si (dell’opposizione) sono stati 229, mentre gli astenuti 75 (asse Fli, Udc, Api, Mpa). Quindi la maggioranza rischierebbe in futuro di non avere la fiducia alla Camera teoricamente per 17 voti (come detto il minimo è 316).

Ma al di là del toto-voti, che tra l’altro potrebbe essere futile qualora i finiani continuino ad appoggiare il Cavaliere, la notizia è che il matrimonio Fini-Berlusconi è forse definitivamente terminato (dico forse perché la mia diffidenza verso i politici è irriducibile); un matrimonio che durava da 17 anni, basato sul reciproco opportunismo politico. Il delfino di Almirante da un lato, che ha utilizzato la popolarità e l’ascesa inarrestabile del Cavaliere per togliersi finalmente di dosso i panni dell’eterno parlamentare di opposizione e fare finalmente parte di un Governo, e il Cavaliere dall’altro, che ha utilizzato l’alleato post-fascista redento per avere un alleato di destra col quale costruire una coalizione numericamente vincente e convincente agli occhi dell’opinione pubblica.
Il primo, Fini, però è stato sempre ben consapevole dei veri motivi che hanno spinto Berlusconi a scendere in campo, nonché dei suoi scomodi alleati; ma per amore verso le poltrone, ha sempre preferito soprassedere. Il secondo Berlusconi invece ha sempre avuto come alleato privilegiato la Lega, decidendo così di far confluire nel suo partito i componenti di Alleanza Nazionale sotto il fantomatico progetto de “Il Popolo della libertà”portando così dalla propria parte le sue principali personalità e isolando pertanto il povero (diciamo così) Gianfranco.
Ma andiamo per gradi, ripercorrendo la storia d’amore (ovviamente in senso politico) tra Fini e Berlusconi. Tutto ebbe inizio nella primavera (stagione si sa in cui sbocciano sovente gli amori) del ’93, in occasione delle elezioni a Sindaco di Roma, in cui Fini, allora leader dell’Msi se la giocava contro Rutelli (che vinse le elezioni); il Cavaliere ammise che se avesse votato a Roma, avrebbe votato per Fini. Nasce così un’intesa, che porterà i due, insieme alla Lega, a presentarsi alle elezioni politiche del ’94 e vincerle; sebbene dopo 9 mesi la Lega uscì dalla maggioranza, con Berlusconi e Fini che inveirono contro, tornandoci però politicamente insieme per ripresentasi alle elezioni politiche del 2001. Elezioni che vinsero, insieme a Casini, con Berlusconi che divenne Premier e Fini Ministro degli esteri.
Un primo strappo si è consumato nel 2004, quando Fini ebbe parole dure verso l’allora (come oggi) Ministro dell’economia Giulio Tremonti, costretto di fatto alle dimissioni.
Finita la legislatura, nel 2006 persero le elezioni, presentandosi senza Casini. Ma nel novembre dell’anno successivo, salito sulla macchina che lo trasportava, Berlusconi annunciò a Milano in Piazza San Babila la nascita di un nuovo partito che unirà Forza Italia ed Alleanza Nazionale. Una fusione a freddo decisa per rispondere ad un’altra dubbia fusione tra Ds e Margherita, che aveva portato alla nascita del Partito democratico; il partito sarà ufficializzato tra febbraio e marzo 2008, poco prima delle elezioni politiche anticipate in seguito alla prematura caduta del Governo Prodi,
durato appena un anno e mezzo (come al solito). I due così suggellavano un’alleanza che ormai durava da 14 anni.
Vinte di nuovo le elezioni insieme alla Lega, le divergenze tra i due non tardano ad arrivare, spesso proprio alimentate da quest’ultimo partito che con gli ex di An ha diversi modi di vedere; ad esempio sulla cittadinanza agli immigrati, sul federalismo, sugli alleati scomodi in quota Forza Italia, sulle proposte in materia di giustizia. Nel dicembre 2009 Fini marca le distanze dal Premier definendolo “Cesarista”, e in un fuori onda anche “Monarca assoluto”. Una rottura diventata insanabile al Consiglio nazionale del partito svoltosi lo scorso aprile, quando Fini e Berlusconi, per la prima volta, se ne son dette di tutti i colori. Con il primo che chiese al secondo: “Che fai, mi cacci?”. Pare proprio di sì.
Fini si è svegliato dal torpore e da un tacere che puzza tanto di convenienza dopo 16 anni. Possibile che fin’ora non si era mai accorto dei reali intenti del Cavaliere? Aveva sempre taciuto quando la Lega ha alzato la voce con le sue richieste secessioniste, e le offese verso i simboli della Repubblica italiana. A Casini va almeno riconosciuto il fatto di essersene andato prima dopo 5 anni (2001-2006) di complicata convivenza col Cavaliere e il Senatur Bossi.
Fatto sta che senza quel minimo freno che era rimasto nella maggioranza, costituito dai finiani, ora Berlusconi può davvero attuare quelle riforme a lui tanto care; e magari accontentare anche più facilmente la Lega. Ammesso che trovi parlamentari disposti a seguirlo come gli Apostoli con Cristo; ma su questo ho pochi dubbi. Fini invece si trova solo, o almeno senza più i suoi fedeli Colonnelli. Lo hanno abbandonato tutti: La Russa, Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Gianni Alemanno; tutte personalità che già complottavano da anni contro di lui (ricorderete quando sparlavano di lui anni fa al tavolino di un bar). Ma anche la fedele Giorgia Meloni, delfina di Fini che invece ha scelto Berlusconi. Tutta gente ammaliata ed offuscata dal potere a loro concesso, e figuriamoci se lo sacrificherebbero in nome della coerenza.
D’altro canto però scongiuro da un lato eventuali Governi di larghe intese, ossia quelli che portano solo ad un immobilismo istituzionale, e dall’altro anche le elezioni anticipate. Non esiste attualmente da parte delle opposizioni una chiara alternativa programmatica, e si finirebbe col presentarsi solo come un mero insieme numerico creato ad arte per sconfiggere l’avversario; e sappiamo com’è andata a finire col Governo Prodi nel 2006, che comprendeva 11 partiti, dai Trotskisti ai democristiani

(Fonti: Corriere della seraLa Stampa)

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