RIVOLUZIONE IN TUNISIA, QUANDO LA DISPERAZIONE E L’ISTRUZIONE TRAVOLGONO IL POTERE

RIVOLUZIONE IN TUNISIA, QUANDO LA DISPERAZIONE E L’ISTRUZIONE TRAVOLGONO IL POTERE

La rivolta popolare esplosa in Tunisia da diversi giorni ha portato i suoi frutti: il Presidente Ben Ali ha lasciato il proprio incarico ed è fuggito dal Paese, destinazione Arabia Saudita. Il Paese è stato affidato al Primo Ministro Mohammed Ghannouci, che traghetterà il Paese verso nuove elezioni.
La rivoluzione è passata alla storia come la solita “rivolta per il pane” ed per il carovita. In realtà a soffiare sul fuoco della protesta hanno contribuito anche le nuove generazioni istruite, che non riescono a “spendere” il proprio titolo di studio.
Ma prima cerchiamo di capire chi è Ben Ali, un Presidente-monarca probabilmente aiutato dai Servizi segreti italiani per andare al potere.
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TUNISIA, UNA COLONIA “TRASCURATA” – Sarà per le sue dimensioni modeste (lembo di terra tra Algeria e Libia) o per la sua posizione decentrata essendo posizionata geograficamente nell’angolino a nord-est dell’Africa, la Tunisia è sempre stata una colonia trascurata da chi la possedeva. Al punto da essere amministrata sempre superficialmente, venendo affidato il controllo amministrativo a funzionari locali stessi. Fu così per l’Impero romano prima e per quello Ottomano poi.
Divenne colonia francese nel 1881, ottenendo la totale indipendenza nel 1956. Negli anni successivi fu proclamata prima la Repubblica (1957) e poi promulgata la Costituzione (1959). Al potere si è susseguito negli anni sempre il Partito socialista, mentre, benché i musulmani siano quasi la totalità della popolazione, lo Stato è sempre stato laico. Il popolo tunisino non è mai evoluto dal punto di vista economico, essendo le ricchezze ripartite tra pochi potenti, mentre l’istruzione ha ottenuto solo negli ultimi anni un netto miglioramento. Particolare non trascurabile per ciò che è accaduto in questi giorni.

L’ASCESA AL POTERE DI BEN ALI. LE INGERENZE ITALIANE – Zine El-Abidine Ben Ali prima di essere il presidente della repubblica tunisina, è stato un militare. Dopo aver gestito le forze militari del ministero della difesa dal 1964 al 1974, il generale Ben Ali fu promosso, nel 1977, a direttore generale della Sicurezza Nazionale per il Ministero dell’Interno, carica che occupò fino all’aprile del 1980, quando a seguito degli avvenimenti di Gafsa occupò il posto di ambasciatore di Tunisia in Polonia. Tornato di nuovo a capo della Sicurezza Nazionale per il Ministero dell’interno, stavolta con poteri di governo, il primo ottobre 1987 Ben Ali fu nominato Primo Ministro e successore costituzionale del Presidente Habib Bourguiba. Dopo sole cinque settimane a capo del governo Ben Ali depose il presidente Bourguiba facendolo giudicare dai medici inidoneo per senilità (un colpo di stato “medico” insomma), e fu dichiarato Presidente della Repubblica il 7 novembre 1987.
Ma chi diede una mano al Presidente per sedersi sulla poltrona più importante della Tunisia? Proprio i nostri servizi segreti, almeno stando a quanto dichiarò in seduta segreta alla Commissione Stragi del Parlamento italiano presieduta da Giovanni Pellegrino, Fulvio Martini, per sette anni a capo del Sismi sotto i governi Craxi, Fanfani, Goria, Andreotti: “Negli anni 1985-1987 noi organizzammo una specie di colpo di Stato in Tunisia, mettendo il presidente Ben Alì a capo dello Stato, sostituendo Burghiba che voleva fuggire”.
E’ stata Repubblica, negli anni ’90, a riuscire a venire in possesso dei documenti della seduta segreta della commissione Stragi. Che dimostrerebbero un nostro diretto coinvolgimento nel golpe di Tunisi.
Un cambio della guardia che già all’epoca dell’insediamento di Ben Alì aveva destato più d’un sospetto. Dunque in Tunisia l’Italia non si limitò solo a orientare politicamente le scelte del paese africano, puntando sui buoni rapporti storici tra i due paesi o sulle leve finanziarie ed economiche. Secondo le dichiarazioni di Martini, il nostro paese mise in atto un golpe per estromettere dal potere un leader malato e pericoloso per la stabilità dell’intera area maghrebina e porre al comando un presidente gradito all’Italia. Un vero colpo da maestri, nel suo genere, quello di Martini e dei suoi. Secondo Martini ci fu “un trasferimento di poteri tranquillo e pacifico”. Il cui merito, egli afferma, va soprattutto a due persone: Bettino Craxi e Giulio Andreotti. A partire dal 1985 si era creata nella regione “una situazione politico-diplomatica abbastanza complessa”. Si era aperta “una questione di successione al vertice della repubblica tunisina” non facilmente risolvibile. “Si trattava di procedere alla sostituzione di Bourghiba. Bourghiba”, racconta l’ex ammiraglio, “era stato il simbolo della resistenza contro i francesi, ma era un uomo di età molto avanzata e non era più nelle condizioni fisiche e mentali di guidare il suo paese”. Il vento dell’integralismo islamico che comincia a scuotere il Nord Africa arriva a farsi sentire anche in Tunisia. Bourghiba, ricorda Martini, reagisce ma in maniera “un po’ troppo energica”. “Minacciò di fucilare un certo numero di persone e fu subito chiaro che una reazione del genere avrebbe portato a sovvertimenti suscettibili di pesanti riflessi negativi anche nei paesi vicini”. 
“All’inizio del 1985 mi chiama Bettino Craxi, presidente del Consiglio. Poco prima era stato in Algeria, dove aveva incontrato il presidente Chadli Benjedid e il primo ministro pro tempore, non ricordo chi fosse…” (il primo ministro pro tempore di Chadli era Abdel Hamid Brahimi, ndr). Craxi mi dice: ammiraglio, lei deve andare in Algeria, deve incontrare il capo dei loro servizi. Io gli rispondo: presidente, io in Algeria non ci vado. I servizi segreti algerini sono tra i più attivi nell’organizzare e armare i terroristi palestinesi. Il Sismi in quegli anni non aveva contatti con l’Algeria, con i libici, con la Siria. Non avevamo contatti con i servizi che appoggiavano la galassia delle organizzazioni terroristiche palestinesi. Craxi mi ordinò: lei deve andare in Algeria, si cauteli ma vada lì”.(…) Naturalmente io eseguo le direttive del governo: non avevamo rapporti diretti col servizio algerino, un servizio unico controllato dai militari. Perciò chiamai l’ambasciata a Roma e dopo pochi giorni col mio aereo atterrai ad Algeri. Mi fecero parcheggiare a fondo pista, lontano da tutti e da tutto. Rimasi a parlare fino a notte fonda con il capo dei loro servizi, e da allora avviammo un dialogo che aveva un grande obiettivo: evitare che la destabilizzazione crescente della Tunisia portasse gli algerini a un colpo di testa. L’Italia offriva aiuto all’Algeria, e in cambio chiedeva aiuto all’Algeria nel controllo del terrorismo in Italia”. (…) “Sì. Da quel momento iniziò una lunga operazione di politica estera in cui i servizi ebbero un ruolo importantissmo. Alla fine individuammo il generale Ben Ali come l’uomo capace di garantire meglio di Bourghiba la stabilità in Tunisia. 

CRAXI ED ANDREOTTI OVVIAMENTE SMENTIRONO – All’indomani di questo articolo su La Repubblica, il Corriere della sera chiese lumi ai due diretti interessati: l’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi e l’ex Ministro degli esteri Giulio Andreotti. Entrambi hanno ovviamente smentito di aver contribuito al golpe ai danni di Bourghiba .
Se il primo smentì categoricamente, trovandosi proprio ad Hammamet in Tunisia per scappare alla giustizia italiana, ove poi morì un anno dopo, il secondo fece trapelare qualche verità nella sua consueta risposta ironica: «Francamente non ricordo nulla di simile. Preferirei non commentare». Poi però aggiunse: «L’unica cosa che ricordo è che accompagnai il presidente della Repubblica in Tunisia, proprio in quel periodo. Trovammo un Bourghiba in condizioni fatiscenti. Quindi quando seppi che era stato destituito la cosa non mi meravigliò affatto».

UNA RIVOLTA DETTATA DALLA FAME E…DALL’ISTRUZIONE – La rivolta in Tunisia è iniziata per l’aumento del costo della vita, diventando una vera “guerra per il pane”. Una rivolta simile vi fu nel 1984, e di fatto l’ex Presidente Burghiba dovette annullare l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità.
Ma la guerriglia consumatasi in questi giorni non deriva solo da questi pur importanti motivi. Bensì anche dal fatto che la disoccupazione giovanile investe oggi giovani istruiti, diplomati e laureati, i quali non vedono spendibili i propri sacrifici intellettuali. Pertanto, aiutati anche dagli attuali mezzi informatici che ne facilitano il coordinamento e l’organizzazione, si sono riuniti e sono scesi in strada per gridare i propri diritti. Tanto quanto i poveri analfabeti.
I poteri assoluti, siano essi Monarchie, Repubbliche presidenziali o dittature militare, oggi hanno un nemico in più: internet. Questo potente mezzo permette alla popolazione di venire a conoscenza di altri mondi possibili, e dunque, li spinge a cercare di migliorare le proprie condizioni di vita. Di qui le censure al web in Cina, Cuba, Korea del Nord, Iran, tanto per citare qualche esempio. Non a caso, essere blogger liberi in questi Paesi comporta rischi per la propria vita o libertà.
Visto che a regalargli un potente despota siamo stati proprio noi italiani (Craxi da Presidente del consiglio ha finanziato diversi golpe socialisti per il Mondo), non lamentiamoci poi che i tunisini arrivino nel nostro Paese. Vieppiù, oggi il nostro Paese si dichiara amico di uno Stato in cui si massacrano cristiani tutti i giorni, ovvero l’Egitto. Tanto che il nostro Premier ha difeso la nipote del suo Presidente, Mubarak, fermata in Questura per furto. Che poi in realtà si scoprì essere solo una delle tante sgualdrine che hanno frequentato Arcore.

(Fonti: WikipediaGiornalettismo)

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