RENATO BRUNETTA, QUEL MINISTRO CHE COMBATTE UN SISTEMA CHE EGLI STESSO HA COSTRUITO

RENATO BRUNETTA, QUEL MINISTRO CHE COMBATTE UN SISTEMA CHE EGLI STESSO HA COSTRUITO

HA DI FATTO COLLABORATO CON I DUE GOVERNI CRAXI, QUELLI CHE HANNO CREATO FANNULLONI E PRECARI

Dopo essersi guadagnati nel 2007 l’epiteto di “bamboccioni” da parte dell’allora Ministro dell’Economia Padoa Schioppa (scomparso qualche mese fa), i sottopagati dal futuro incerto si sono beccati un nuovo aggettivo da parte di un Ministro della Repubblica.
Parliamo ovviamente dell’espressione poco felice che i precari si sono sentiti attribuire martedì scorso – nel corso di un Convegno – dal Ministro per la Funzione pubblica e l’Innovazione Renato Brunetta. Già di nuovo lui. Quello che all’indomani della sua designazione a Ministro nel 2008, chiamò fannulloni i dipendenti statali. Ma sulle sue uscite torneremo dopo.


CON CHI CE L’AVEVA – La sua espressione «siete l’Italia peggiore» – resa ancora più grave dall’aver abbandonato il palco subito dopo che l’interlocutrice si è presentata (mostrando scarso rispetto ed educazione) – ha scatenato ovviamente dure e numerose polemiche. Anche l’Avvenire, giornale della Cei, si è espressa criticamente nei confronti del Ministro. Il quale ha cercato di difendersi prima su Youtube, dicendo che non ce l’aveva con tutti i precari, ma solo con alcuni della Pubblica amministrazione. E poi ai microfoni di Radio24: «i precari sono vittime del sistema» mentre “l’Italia peggiore” sono la «casta di privilegiati molto romani». Brunetta ha precisato che il senso delle sue affermazioni: «Io faccio il professore di economia del lavoro è da una vita che mi interesso di problemi del lavoro: le pare che io sia così stupido da dire che le vittime di un sistema che non funziona, in cui i padri sono troppo egoisti, le vittime siano loro l’Italia peggiore? Lei pensa che sia così stupido?». Oggetto della polemica di Brunetta, quindi, sono quei “finti” precari, come Maurizia Russo Spena, figlia di Giovanni ex senatore del Prc, leader del movimento dei precari che lo ha contestato e che stamattina ha rilasciato un’intervista sui giornali: «guadagna – rivela Brunetta – 1.800 euro al mese da 5 anni, con contratti a termine presso un’agenzia del ministero del Lavoro. Non mi sembra molto precaria». Secondo il titolare della Funzione Pubblica, Roma è piena di questi lavoratori. «Io – aggiunge – mi preoccupo di più dei precari dei call center, dei precari nel settore privato che non riescono ad avere un contratto a tempo indeterminato e non hanno parola». Poi, conclude: «mi preoccupo di loro e sto lavorando per dare una soluzione ai loro problemi, mentre mi preoccupo di meno dei tanti organizzati, molto spesso in ambito romano, che vengono con telecamerine e striscioni per avere visibilità mediatica».

ATTACCARE TUTTI PER COLPIRE QUALCUNO – Detta così, a bocce ferme, a freddo, le argomentazioni di Brunetta sembrano perfino ragionevoli. Ma ciò non lo giustifica del fatto che, per attaccare due-tre persone precarie solo sulla carta, abbia generalizzato l’attacco su tutti i precari della P.A; e diremo, su tutti i precari italiani. Ha lasciato la platea senza neppure ascoltare la domanda e rispondere, mancando di rispetto ai presenti che se lo sono sorbiti in silenzio. Il suo modo di attaccare un’intera categoria per colpire (a ragione) solo pochi privilegiati, è inaccettabile. Una strategia della tensione mediatica intollerabile da parte di un Ministro.
Proviamo a fare un breve elenco delle uscite poco felici di Renato Brunetta. Il suo esordio (inizio maggio 2008) come Ministro della Funzione pubblica lo glissa scagliandosi contro i fannulloni della Pubblica amministrazione, affermando che andrebbero tutti licenziati. Nell’aprile 2009 si scagliò contro le donne sempre della P.A: «Il lavoro pubblico è stato usato per tanto tempo come un ammortizzatore sociale, soprattutto da parte delle donne che uscivano a fare la spesa in orario di lavoro». Un mese dopo ce l’ha coi poliziotti: «Bisogna mandare i poliziotti per le strade. Ma non è facile farlo: non si può mandare in strada il poliziotto panzone che non ha fatto altro che il passacarte, perché in strada se lo mangiano». Ma in quell’occasione, si concesse anche una doppietta, scagliandosi contro l’antimafia: «La mafia dev’essere affrontata in modo laico e non ideologico. Se della mafia facciamo un simbolo ideologico, con la sua cultura, la sua storia e così via, rischiamo di farne un’ideologia e come tale, alla fine, produce professionisti di quella ideologia proprio nei termini in cui ne parlava Sciascia, professionisti dell’antimafia»
L’11 settembre 2009, a Gubbio, nel suo intervento alla scuola di formazione del Popolo della Libertà, ha rivolto accuse al mondo del cinema, “riesumando” il termine Culturame. Qualche giorno dopo al convegno del Pdl Veneto a Cortina d’Ampezzo, afferma che: «Ci sono élite irresponsabili che stanno preparando un vero e proprio colpo di Stato» e mette in contrapposizione «i compagni della sinistra per bene» e quella che definisce «la sinistra per male» o «di merda» alla quale augura «vada a morire ammazzata».
In quel mese di settembre, Brunetta sembra essere particolarmente ispirato. Il 28, durante un dibattito in occasione della presentazione del libro di Stefano Livadiotti «Magistrati – l’ultracasta», Brunetta definisce «mostro» il Consiglio Superiore della Magistratura, in riferimento al fatto che gli equilibri all’interno di esso vengano pesantemente condizionati dalle correnti dell’Associazione Nazionale Magistrati; dichiarando altresì che i magistrati «forse si sono montati un po’ la testa», e lamentando gravi carenze organizzative all’interno degli uffici.
Poi si è preso un anno sabbatico, tornando l’11 settembre 2010 in un’intervista a il Giornale, dichiarando che «Se non avessimo la Calabria, la conurbazione Napoli-Caserta, o meglio se queste zone avessero gli stessi standard del resto del Paese, l’Italia sarebbe il primo Paese in Europa».
Probabilmente, non è un caso che nelle amministrative dello scorso anno, è stato candidato dal centro-destra per le elezioni a Sindaco di Venezia. Probabilmente era un modo per limitarne l’esposizione mediatica, ormai scomoda (in termini di voti) per lo stesso Popolo delle libertà.

LA CARRIERA ACCADEMICA – Ma davvero Renato Brunetta è così irreprensibile, tanto da permettersi di sbottare contro tutte le categorie professionali pubbliche? Giusto in tal senso qualche accenno alla sua biografia e alla sua carriera politica.
Renato Brunetta nasce il 26 maggio 1950 a Venezia da famiglia poco abbiente. Il padre è infatti un venditore ambulante, ma nonostante ciò riesce comunque a frequentare l’Università e concludere brillantemente gli studi. Si laurea di fatti in Scienze politiche ed economiche presso l’Università degli Studi di Padova il 2 luglio 1973. Inizia la sua carriera accademica presso lo stesso ateneo ricoprendo vari incarichi: dal 1973 al 1974 è assistente alle esercitazioni nei corsi di “Teoria e politica dello sviluppo” (Facoltà di Scienze Politiche) e di “Economia applicata” (Facoltà di Statistica). Nell’anno accademico 1977-78 è professore incaricato dell’insegnamento di Economia e politica del lavoro (Facoltà di Scienze Politiche). Nel 1981 accede, tramite il giudizio di idoneità previsto dall’art. 49 del DPR 382/80, al ruolo di professore associato, presentando tre pubblicazioni.
Dal 1982 al 1990 è professore associato di Fondamenti di Economia presso il Dipartimento di Analisi Economica e Sociale del Territorio (corso di Laurea di Urbanistica) dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Dal 1991 al 1999 è professore associato di Economia del Lavoro (Facoltà di Economia e Commercio) presso Tor Vergata, dove ha ricoperto fino al 2009 (anno del suo pensionamento) il ruolo di professore ordinario di Economia Politica.
E’ anche editorialista de Il Sole 24 Ore e de Il Giornale, nonché autore di pubblicazioni scientifiche in materia di economia del lavoro e relazioni industriali.

SOCIALISTA CRAXIANO – Ma veniamo alla carriera politica, soffermandoci solo sui partiti in cui ha militato e tralasciando i ruoli istituzionali e interni agli stessi che ha ricoperto. Di formazione socialista, collabora in qualità di consigliere economico con i governi Craxi I, Craxi II, Amato e Ciampi. A 35 anni è co­ordinatore della commissione sul lavoro voluta dall’allora mi­nistro Gianni De Michelis; nel 1993, durante Mani Pulite, firma la proposta di rinnovamento del Psi di Gino Giugni. Nel 1999 entra a far parte dello schieramento di Forza Italia in qualità di deputato al Parlamento Europeo.
Non occorrono grandi conoscenze della politica italiana per comprendere quale paradosso incombe sulla carriera politica del Ministro Renato Brunetta (che magari gli hanno anche facilitato quella accademica). Il terrore dei fannulloni ha cooperato con i due Governi Craxi, durante i quali si è attuata la più selvaggia e distruttiva lottizzazione degli enti pubblici; il debito pubblico aveva raggiunto cifre inquietanti; la politica stessa aveva raggiunto un livello di degenerazione e corruzione vergognoso. Dunque, Brunetta sta combattendo (o dice di combattere) contro un sistema che egli stesso ha contribuito all’epoca a creare. Vuole combattere i fannulloni (o presunti tali) che egli stesso ha portato nelle P.A. Sbeffeggia i precari (quelli veri, non la figlia di Spena ovviamente) che egli stesso ha costretto ad essere tali.

SOTTO SCORTA DA QUASI TRENT’ANNI – Infine, il Ministro Brunetta vive ininterrottamente sotto scorta dal 1983 a causa del contenuto delle consulenze da lui prestate al Ministero del Lavoro, che lo resero obiettivo delle Brigate Rosse. Ora, una riflessione sorge spontanea: le Brigate rosse sono ormai inattive da un quarto di secolo, apparendo di tanto in tanto con sigle minori la cui l’autenticità non è sempre accertata. In trent’anni di riforme del lavoro ne sono state fatte, sicuramente anche peggiori della sua. Di qui la domanda: questa scorta ha ancora un senso? Ministro, lei che combatte gli sprechi, questa domanda deve pur porsela.

Ma in fondo, date le sue continue sparate offensive, indiscriminate e spesso fuori luogo, forse una scorta gli serve ancora.


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