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REDDITO MINIMO GARANTITO, COME FUNZIONA NEGLI ALTRI PAESI

Data ultima modifica: 27 Marzo 2013

INSIEME A GRECIA E BULGARIA SIAMO GLI UNICI A NON AVERLO. POTREMMO USARE IL MODELLO DELLA FRANCIA, PAESE PIU’ SIMILE AL NOSTRO
Il Movimento cinque stelle ce l’ha nel proprio programma, suscitando la speranza di tanti che forse lo hanno votato già solo per quello. Ha sparato anche cifre esagerate, 800 euro, quasi uno stipendio che invoglierebbe tanti (forse la maggior parte, considerando i magri stipendi che percepiscono gli italiani) a non lavorare più. Esagerazioni a parte, l’Italia è, insieme a Grecia e Bulgaria, tra i pochi Paesi europei a non prevedere un Reddito minimo garantito appannaggio di chi non ha alcuna entrata un minimo per sopravvivere. Vediamo come funziona negli altri Paesi, premettendo che occorre distinguerlo dal Reddito di cittadinanza, col quale molti fanno confusione.

LA DIFFERENZA TRA REDDITO MINIMO E DI CITTADINANZA– Mentre il reddito minimo garantito è un semplice sussidio erogato a tutti gli inoccupati, disoccupati e precariamente occupati, iscritti presso le liste di collocamento dei Centri per l’impiego, il reddito di cittadinanza è un reddito di base universale pagato a tutti, senza alcun obbligo di attività, per una somma sufficiente a esistere e a partecipare alla vita della società. Tutti gli altri redditi privati (per la maggior parte redditi da lavoro) sono aggiunti a questo reddito di base.
Questo reddito è: Inalienabile e incondizionato (al contrario dell’indennità di disoccupazione, condizionata alla ricerca di un lavoro), nonché corrisposto alle persone fisiche e non alla famiglia, così da promuovere l’autonomia dell’elemento più debole della famiglia, anziché il benessere della famiglia intesa come entità indivisibile.
IL REDDITO MINIMO GARANTITO NEGLI ALTRI PAESI – In Belgio esiste un cosiddetto “reddito d’integrazione” (revenu d’intégration, fino al 2002 chiamato “minimex”, minimum de moyens d’existence), e si configura come un aiuto finanziario sociale soggetto a diverse condizioni, fra cui la disponibilità a lavorare, tranne quando sorge l’impossibilità per motivi di salute. In Lussemburgo è chiamato Revenue Minimum Guaranti ed è un riconoscimento individuale “fino al raggiungimento di una migliore condizione personale”. Nei Paesi Bassi ce ne sono due tipi. Il primo è il Bijstand, un diritto individuale e si accompagna al sostegno all’affitto, ai trasporti per gli studenti, all’accesso alla cultura. Il secondo è il Wik, un reddito destinato agli artisti per “permettere loro di avere tempo di fare arte”.
In Austria c’è la Sozialhilfe, un reddito minimo garantito che viene aggiunto al sostegno per il cibo, il riscaldamento, l’elettricità e l’affitto per la casa. In Norvegia c’è lo Stønad til livsopphold, letteralmente reddito di esistenza, erogato a titolo individuale a chiunque senza condizione di età. In Germania vi è lo Arbeitslosengeld II, comunemente anche chiamato Hartz IV, ne ha diritto chi ha versato un anno di contributi e chi ha ottenuto un anno di disoccupazione “Arbeitslosengeld I”, anche a chi non trova lavoro dopo la propria formazione scolastica o universitaria. Garantisce una minima per coprire i costi di vita, l’affitto e in parte il riscaldamento, per garantire una dignitosa dimora al cittadino. Per combattere la frequente truffa richiede molta burocrazia a discapito della privacy del richiedente, perciò esiste un forte dibattito in favore al reddito di cittadinanza portato avanti dal partito pirata.
In Gran Bretagna, c’è lo Income Based Jobseeker’s Allowance, una rendita individuale illimitata nel tempo, rilasciata a titolo individuale a partire dai 18 anni di età a tutti coloro i cui risparmi non siano sufficienti per un dignitoso tenore di vita. Viene inoltre garantita la copertura dell’affitto (Housing benefit). In Inghilterra vi è anche un incentivo alle famiglie; infatti, esistono assegni familiari per il mantenimento dei figli nel caso ce ne siano. Sempre per quanto riguarda i figli vi è un sussidio rilasciato direttamente ai ragazzi per coprire le spese dei loro studi (la Education Maintenance Allowance). Infine vi è l’Income Support, un sussidio di durata illimitata, garantito a chi ha un lavoro che ammonta a meno di 16 ore settimanali.
IL MODELLO FRANCESE – Nel 2009, la Francia ha introdotto il Revenu de Solidarité Active (Reddito di Solidarietà Attivo), con l’obiettivo di dare supporto ai lavoratori disagiati e di incoraggiarne il ritorno nella forza lavoro. L’RSA francese garantisce un reddito minimo in caso di inattività attraverso l’RSA-Socle, che ammonta a 470 euro al mese per una coppia senza figli e a 980 euro mese per una coppia con due figli, cifre lontane da quelle proposte dal M5S soprattutto in quanto modulate sui nuclei familiari. Il programma garantisce anche un reddito integrativo per le famiglie che lavorano ma che percepiscono un reddito basso attraverso l’RSA-Chapeau. Quest’ultimo è un sistema di integrazione del reddito per gli stipendi al di sotto di una certa soglia che incentiva fortemente la ricerca attiva del lavoro: per ogni euro di reddito da lavoro l’RSA garantisce 0,62 euro di reddito addizionale. Questo strumento è aperto a tutti i lavoratori over 25, under 25 con figli a carico e, dal 2010, è stato esteso anche agli under 25 già entrati nella forza lavoro.
Prima di questa riforma, in Francia erano presenti nove diversi tipi di benefici sociali; l’obiettivo dell’RSA era, fra le altre cose, di semplificare il sistema di previdenza sociale.
Come già detto, una parte fondamentale di qualsiasi forma di reddito di cittadinanza è combinare questa forma di programma con l’obbligo stringente di cercare attivamente lavoro o di riqualificarsi. Gli in-work benefits sono il fiore all’occhiello dei paesi nordici, spesso citati a sproposito per avvalorare qualsiasi tipo di spesa sociale, senza sottolineare che ciò che fa la differenza a quelle “latitudini” è l’implementazione intelligente della politiche, e la capacità di evitare incentivi perversi. I francesi, che sanno come copiare, hanno messo in opera un meccanismo per cui i beneficiari dell’ RSA hanno “diritti” e “doveri” fra i quali, come ricordato, l’obbligo di cercare attivamente lavoro (salvo specifiche situazioni particolari, ad esempio lo stato di salute). Tutti i percettori di RSA sono tenuti quindi ad iscriversi al Pôle Emploi (il servizio di collocamento pubblico francese) o ad un agenzia di collocamento privata dove sono seguiti da un referente specifico. Va tuttavia sottolineato che i dati sulla disoccupazione rivelano che solo un terzo dei beneficiari del RSA-Socle che non lavorano sono registrati al Pôle Emploi, e che dunque il giusto intento di allineare gli incentivi in maniera corretta si scontra, come ricordato prima, con l’implementazione non perfetta delle politiche pubbliche.
I RISULTATI – Già nel settembre del 2010 l’RSA era sfruttato da 1,8 milioni di famiglie francesi, circa 3,8 milioni di persone. Una prima analisi del Ministero del Tesoro francese stima che l’RSA-chapeau ha aumentato il reddito al consumo mediano del 18% (da 699 a 825 euro al mese al dicembre 2009). Inoltre, lo stesso studio stima che questo strumento aumenterà il reddito disponibile per circa 2,3 milioni di persone. Non solo, incentivando la ricerca attiva di un impiego, il guadagno potenziale derivante dal reingresso nel mercato lavoro, anche attraverso il part-time, costituisce di fatto un aumento di reddito notevole per le famiglie monoreddito, sebbene un effetto indesiderato noto dell’ RSA sia quello di intrappolare il percettore di reddito più basso, nella maggioranza dei casi donne, in lavori part-time.
Una politica simile in Italia, a parità di copertura delle fasce ritenute meritorie, costerebbe dunque attorno a 10 miliardi di Euro. Non sono certo pochi in tempi di ristrettezze di bilancio. Tralasciando gli 800 euro sparati in campagna elettorale dal comico genovese, la proposta del M5S di recuperare i soldi necessari dalle pensioni non va troppo derisa: si sottrarrebbero 0,6 punti di Pil ad essi per aiutare famiglie indigenti, e giovani a spasso.

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