NOVANT’ANNI FA LA MARCIA SU ROMA

NOVANT’ANNI FA LA MARCIA SU ROMA

Il 28 ottobre 1922, alcune decine di migliaia di militanti fascisti si diressero sulla capitale rivendicando CON SUCCESSO la guida politica del Regno d’Italia
Sono passati novant’anni dall’inizio della dittatura fascista. Un’esperienza ventennale che ha segnato nel bene e nel male la storia d’Italia, suscitando ancora oggi polemiche, critiche ed entusiasmi. Benito Mussolini, direttosi a Roma con decine di migliaia di militanti in camicia nera, ottenne l’incarico dal Re Vittorio Emanuele III; il quale non represse, come avrebbe voluto l’allora Presidente del Consiglio Facta, i fascisti in movimento già da qualche giorno.

LA SITUAZIONE POLITICA FRAGILE– L’Italia d’inizio ‘900 versava in una profonda crisi economica già agli sgoccioli della fine della Grande Guerra, quando i rigori cui il popolo venne sottoposto ai fini del successo bellico avevano iniziato a destare un forte malcontento. Finita la guerra, questo esplose in forme violente, caratterizzate dall’affiancamento dell’azione armata a quella politica da parte di partiti e gruppi politici o dalla loro trasformazione in vere e proprie forme paramilitari, creando disordini che sfociarono nel biennio rosso.
Nel novembre del 1921 i Fasci Italiani di Combattimento si trasformarono nel Partito Nazionale Fascista (PNF), combattendo al suo interno fra spinte volte a scelte rivoluzionarie ed istanze di crescita costituzionale. Mussolini optò per una “via parlamentare”, tenendo a freno le squadre d’azione ed iniziando la ricerca del consenso popolare. Profittò perciò del coinvolgimento di Gabriele D’Annunzio nell’occupazione del Comune di Milano (3 agosto 1922), per sottintenderne la sua adesione al partito.
A partire dalla primavera del 1922, e poi soprattutto dal luglio quando avvennero gravi crisi e rapide alternanze di governo, la politica parlamentare seguì le manovre dei popolari di Don Sturzo per un governo guidato da Vittorio Emanuele Orlando in coalizione con il Partito Socialista Italiano. Del resto, lo stesso Giovanni Giolitti, in un’intervista al Corriere della Sera, aveva sostenuto l’opportunità di una trasformazione in senso costituzionale del movimento. Nel frattempo, la propaganda affievoliva il carattere repubblicano del fascismo, onde non porsi troppo presto in aperto contrasto con la Corona e le Forze Armate, che Mussolini ed i fascisti ritenevano si sarebbero attenute al giuramento di fedeltà prestato al re, appoggiandoli.
IL PRELUDIO ALLA MARCIA – Mussolini iniziò una serie di incontri e contatti con gli esponenti politici più importanti, onde verificare possibili alleanze e, contemporaneamente, vi furono timidi sondaggi e più aperti abboccamenti anche con gli esponenti del mondo imprenditoriale ed economico. Da questi ultimi rapporti, sempre nell’agosto, nacque uno studio di Ottavio Corgini e Massimo Rocca, che sarebbe stato pressoché direttamente mutuato in un nuovo programma economico fascista.
Mussolini si risolse a considerare Giolitti probabilmente il più pericoloso dei suoi avversari e perciò dedicò le sue attenzioni a Facta, “figlio” politico di Giolitti e assai devoto verso il suo mentore, che intendeva sganciare dallo statista per coinvolgerlo in ruoli governativi di massimo prestigio politico insieme a D’Annunzio, nel qual caso di Facta avrebbe potuto essere il merito di una eventuale “normalizzazione” dei fascisti; altra ipotesi è che fosse stato Facta, nei contatti avuti, a coltivare questa prospettiva, sfumata l’11 ottobre a Gardone in un incontro fra Mussolini e D’Annunzio nel quale il PNF sottoscrisse accordi con una sorta di sindacato dei marittimi (Federazione del Mare, guidata da Giuseppe Giulietti) che il poeta aveva preso sotto tutela, e questo accordo avrebbe legato anche i due esponenti.
La Marcia su Roma ebbe un prodromo. Il 2 agosto del 1922 i fascisti occupano militarmente Ancona; essi volevano saggiare la reazione del governo e del re, in vista di un successivo tentativo su Roma. Volevano inoltre rendersi conto anche della posizione che avrebbe preso l’esercito di fronte ad una occupazione armata di una città. Era stata scelta Ancona perché la città era nota per la sua avversione alle idee autoritarie; la fama di città ribelle era stata conquistata dalla città in seguito alla Settimana rossa del 1914 e alla Rivolta dei Bersaglieri del 1920; se il tentativo di occupazione fosse riuscito in una città così, nuove imprese sarebbero state considerate più facili. L’occupazione avvenne senza ostacoli: Ancona, che due anni prima aveva preso le armi contro il governo, cadde in mano ai fascisti quasi senza resistenza, lasciando tutti sorpresi; il governo e il re tacquero. Perfino in una città calda come Ancona l’avvento del fascismo era sentito come ineluttabile e la resistenza era considerata inutile.
L’ORGANIZZAZIONE A NAPOLI – Quattro giorni prima della marcia, il 24 ottobre, a Napoli si tenne una grande adunata di camicie nere, raduno che doveva servire da prova generale. In quell’occasione, Mussolini proclamò pubblicamente: “O ci daranno il governo o lo prenderemo calando a Roma”.
Il 26 di quel mese il presidente del consiglio rispose a Mussolini (che aveva radunato a Napoli decine di migliaia di camicie nere e minacciava apertamente di marciare su Roma per occuparne militarmente le Istituzioni) in modo del tutto privo di senso: è in queste circostanze che, di fronte a chi gli prospettava il precipitare della situazione, Luigi Facta pronunciò la celebre frase con la quale passerà alla Storia: “Nutro fiducia!”.
L’adunata di Napoli, al campo sportivo dell’Arenaccia, fu organizzata da Aurelio Padovani, uno dei cinque comandanti di zona che vollero la marcia su Roma. Aurelio Padovani comandò la sfilata per le vie cittadine ed, al teatro San Carlo, fu lui a presentare il Duce Mussolini al popolo napoletano. Mussolini tenne due discorsi, uno al teatro San Carlo, diretto al ceto borghese, ed uno in piazza San Carlo ai suoi uomini. Il capo dei fascisti si espresse abilmente evitando di far trasparire segnali di allarme, ma al contempo rassodando i crescenti consensi sia della popolazione che dei simpatizzanti. La stessa sera, all’Hotel Vesuvio, si riunì il Consiglio nazionale del partito che stabilì le direttive di dettaglio per la marcia. La mattina dopo Bianchi avrebbe lanciato ai suoi uomini il segnale convenuto: «Insomma, fascisti, a Napoli piove, che ci state a fare?»[6] mentre Mussolini sarebbe prudentemente andato ad attendere a Milano gli sviluppi successivi.
A condurre la marcia sarebbe stato un quadrumvirato composto da Italo Balbo (uno dei ras più famosi), Emilio De Bono (comandante della Milizia), Cesare Maria De Vecchi (un generale non sgradito al Quirinale) e Michele Bianchi (segretario del partito fedelissimo di Mussolini); il quadrumvirato avrebbe dichiarato l’assunzione di pieni poteri a Perugia ed avrebbe assunto i poteri nella notte tra il 26 e il 27 ottobre. Dino Grandi, di rientro da una missione a Ginevra, era stato nominato capo di stato maggiore del quadrumvirato.
Truppe fasciste avrebbero poi dovuto occupare uffici pubblici, stazioni, centrali telegrafiche e telefoniche. Le squadre sarebbero confluite a Foligno, Tivoli, Monterotondo e Santa Marinella per poi entrare nella capitale. Si raccolsero – si stima – circa 25-30.000 fascisti, a fronte dei 28.400 soldati a difesa della capitale. Facta era rassicurato dagli avvenimenti e dai discorsi tenuti a Napoli, nonché dal fatto che il raduno si era chiuso senza scontri, violenze ed altre degenerazioni. Il 26, però, Antonio Salandra (che si era incontrato con Mussolini quando questi andava a Napoli il 23, e che manteneva i contatti con De Vecchi, Ciano e Grandi) gli riferì che la marcia su Roma stava per partire e che se ne volevano le dimissioni. Facta in realtà non gli credette; la contrapposizione politica fra Facta e Salandra non rendeva l’ambasciata del secondo così influente sul primo, che si limitò ad indire un consiglio dei ministri nel quale cercò di riprendersi le deleghe affidate ai ministri, onde poter disporre di “valori” negoziabili, con Mussolini o con altri. Del resto, in seno al governo, bruciava la questione della posizione di Riccio, fedelissimo di Salandra, che si trovava in condizione di provocare la crisi di governo. Assenti Giovanni Amendola e Paolino Taddei, gli altri ministri accettarono di presentare a Facta le dimissioni e di accettare il loro eventuale avvicendamento con nuovi ministri fascisti.
LE ISTITUZIONI DEBOLI DINANZI AL PERICOLO FASCISTA – La notte tra il 27 e il 28 il Presidente del consiglio fu svegliato per essere informato che le colonne fasciste erano partite verso Roma, sui treni che avevano requisiti, mentre il Re si consultava con i maggiori esponenti dell’Esercito, tra i quali Diaz, Thaon di Revel, Giraldi e Bencivenga, per fare il punto della situazione. Vittorio Emanuele III chiese ai suoi generali se l’esercito sarebbe stato fedele alla monarchia in caso di stato d’assedio e quelli, per voce di Diaz, risposero che “l’esercito avrebbe certamente fatto il suo dovere, ma sarebbe stato bene non metterlo alla prova”.
Alle 6 del mattino del giorno 28, si riunì al Viminale (allora sede della presidenza del consiglio) il consiglio dei ministri che decise di proclamare lo stato di assedio. Il ministro dell’Interno Taddei stilò un proclama sulla falsariga di quello che Luigi Pelloux aveva stilato nel 1898, e lo diede immediatamente alle stampe, e inviandolo a tutte le prefetture.
Verso le 8:30, Facta si recò al Quirinale per la ratifica del proclama da parte del re, ma con sorpresa del primo ministro, il re si rifiutò. Dopo di che si dimise. Le ragioni del rifiuto di Vittorio Emanuele III alla proposta dello stato d’assedio non sono state dichiarate dal sovrano e sono ancora oggetto di varie interpretazioni. Oltre alle perplessità dei generali circa la fedeltà dell’esercito, si è vociferato di accordi segreti tra Mussolini e la Corona (ipotesi che però non gode di molto credito), altre voci sospettano che la presenza del filofascista Emanuele Filiberto Duca d’Aosta a Perugia (disobbedendo all’ordine del sovrano di restare a Torino) l’avesse portato a temere una crisi dinastica.
Alle 9:30 un pallido Facta tornò al Viminale per annullare lo stato d’assedio e per chiamare Giovanni Giolitti in suo aiuto, ma questi non sarebbe potuto arrivare a soccorrerlo a causa delle linee ferroviarie interrotte dallo stesso Facta a due chilometri dalla capitale; né sarebbe stato in grado di raggiungerlo a piedi, considerata la sua tarda età (era infatti il giorno dopo il suo ottantesimo compleanno). Alle 11:30 Facta formalizzò le sue dimissioni ed il Re procedette come d’ordinario con le consultazioni.
Mussolini intanto restava a Milano, dove veniva costantemente informato sulla situazione romana; i dettagli dal Viminale gli venivano da Vincenzo Riccio, che tramite Salandra li faceva arrivare ai notabili fascisti tra i quali si era aggiunto Luigi Federzoni. Sapeva che De Vecchi e Grandi cercavano qualche accordo non coerente con il piano generale, ed anche se più tardi li avrebbe accusati d’aver tradito la rivoluzione (Processo di Verona), al momento non li sconfessò pensando che la trattativa avrebbe potuto costituire una buona possibilità di ripiego nel caso in cui le sue squadre si fossero trovate costrette a smobilitare per l’intervento dell’esercito. Mussolini infatti sapeva bene che i suoi uomini erano sì una minaccia, ma non credeva alla loro forza militare.
Una voce circolata successivamente asseriva che Facta avrebbe in realtà disposto per lo stato d’assedio nella serata del 27, ma che il re avrebbe respinto la proposta. La voce era stata diffusa da Federzoni, che diceva di aver chiamato al telefono egli stesso Mussolini, dal ministero dell’interno, e lasciava supporre che il sovrano l’avesse voluto mettere a parte degli accadimenti romani.
La mattina del 28, a Milano Mussolini riceveva nella sede del Popolo d’Italia (“protetta” da cavalli di frisia e rimpinguata di armi) una delegazione di industriali, fra i quali Camillo Olivetti, che lo urgevano a trovare un accordo con Salandra.
Nello stesso momento, a Roma, Salandra proponeva al re di dare l’incarico di formare il governo a Orlando, ma De Vecchi informò il re che l’unica persona con cui Mussolini avrebbe potuto raggiungere un’intesa sarebbe stato lo stesso Salandra. A Mussolini fu, quindi, proposto di governare a fianco di Salandra ma egli rifiutò. Qualche ora dopo, forse anche tentando una forzatura per convincere il capo dei fascisti, Il Giornale d’Italia diffuse una edizione straordinaria in cui dava per raggiunto un accordo e per affidato un incarico a Salandra e Mussolini, il quale dopo aver resistito a pressioni di ogni provenienza, compresa una accorata telefonata del generale Arturo Cittadini (su espresso mandato del re), precisò telefonicamente a Grandi che ancora insisteva: «Non ho fatto quello che ho fatto per provocare la risurrezione di don Antonio Salandra».
La mattina seguente, dopo che le bozze dell’articolo scritto da Mussolini durante la notte erano state diffuse, Salandra vi poté leggere che non c’era niente da fare e, dopo un giro di telefonate di ultima conferma, decise di rimettere l’incarico. De Vecchi fu incaricato da Vittorio Emanuele di informare Mussolini che gli avrebbe conferito l’incarico.
L’ARRIVO A ROMA DI MUSSOLINI E L’INCARICO – Il telegramma arrivò. Alle 8 di sera Mussolini partì, alla volta di Roma, dove sarebbe giunto alle 11.30 del 30 ottobre; il convoglio patì un incredibile ritardo dovendo rallentare, e in qualche caso proprio fermarsi, in molte stazioni prese d’assalto da fascisti festanti che accorrevano a salutare il loro Duce.
Alle 18 presentò il governo, comprendente soltanto tre fascisti di orientamento moderato.
Le “Camicie Nere della rivoluzione” erano accampate intorno alla capitale e non attendevano che di entrarvi. Furono autorizzati ad entrarvi solo il giorno 30 e la raggiunsero alla meglio, su mezzi di fortuna. Ma erano più che raddoppiati: dai circa 30.000 della marcia, erano ora più di 70.000, cui si aggiunsero i simpatizzanti romani che erano già sul posto. Ci furono scontri e incidenti; nel quartiere di San Lorenzo alcuni operai accolsero con colpi d’arma da fuoco la colonna guidata da Giuseppe Bottai e Ulisse Igliori, proveniente da Tivoli, che attraversava l’area in modo pacifico. All’alba del giorno dopo, oltre 500 fascisti guidati da Italo Balbo attaccarono di sorpresa il quartiere e lo devastarono. I morti fra gli abitanti furono tredici (tra questi, i responsabili dell’agguato), i feriti oltre duecento, alcuni dei quali, scaraventati giù dalle finestre delle abitazioni, riportarono lesioni permanenti. Informato dell’accaduto, Mussolini diede alle forze dell’ordine immediate disposizioni per la repressione di qualsiasi incidente.
Il 31 ottobre 1922 le camicie nere sfilarono per più di 6 ore dinanzi al Re, poi Mussolini ordinò che si iniziassero le operazioni di smobilitazione. L’ordine di smobilitazione apparve infatti pubblicato sul quotidiano Il Popolo d’Italia dello stesso giorno.
(Fonte: Wikipedia)

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