Il Mose ha salvato Venezia, con buona pace degli ambientalisti

Il Mose ha salvato Venezia, con buona pace degli ambientalisti

Venezia è un po’ meno triste. Il Mose ha salvato la città dall’ennesima pesante inondazione, mettendo finalmente a riparo una città che è un Patrimonio mondiale e non solo veneziano, veneto o italiano.

Un patrimonio sempre più a rischio complice l’innalzamento costante del livello del mare, tanto che più ricerche annoverano Venezia tra quelle più a rischio di sparire entro la fine di questo secolo. Tanto che qui ci chiedevamo a che punto fosse quest’opera.

In questi giorni le barriere del Mose hanno la città dalla terza mareggiata più alta della storia, ben 173 centimetri. Quindi da una catastrofe che avrebbe provocato centinaia di milioni di euro di danni alle infrastrutture e al patrimonio artistico. Un successo straordinario dunque.

Eppure il Mose rischiava di non vedere mai la luce, a causa della malapolitica da un lato (come abbiamo denunciato qui) e dei soliti ambientalisti dall’altro. Quelli guidati solo dall’ideologismo green che in questi anni si sono opposti a questa opera (e a molte altre) e ancora cercano di avversarla.

Mose salva Venezia da acqua alta

Come riporta Il dubbio, contro il Mose di Venezia si sono mossi ex no global, ambientalisti vecchi e nuovi ma anche la Codacons. Associazione dei consumatori che nel 2019 aveva presentato un esposto alla Procura della repubblica per sospenderne la realizzazione.

Contro il Mose si sono mosse manifestazioni, comitati, collettivi, sit-in. Sono stati superati anche dei disguidi tecnici che qualche anno fa provocarono qualche polemica.

Mose di Venezia quanto costa

Certo, restano i dubbi legati agli alti costi, su cui si deve lavorare. Infatti, come denuncia Il Corriere Veneto, sono serviti circa 800-900 mila euro in soli 4 giorni per salvare la città lagunare da 4 acque alte consecutive.

A ciò va aggiunto che il Mose di Venezia sia costato circa 6 miliardi e mezzo complessivi, compresi gli ultimi 600 milioni di euro di lavori da fare. D’altronde la tiritera durata circa un ventennio ha fatto sì che i primi lavori svolti necessitassero già di costosi ritocchi per la loro presenza in mare da fermi.

Ora si guarda al Ponte sullo stretto

Ora si guarda al Ponte sullo stretto, dove non mancano tanti dubbi (esposti qui). Ma superabili dal know-how del settore in continuo aggiornamento e dai moderni materiali meno impattanti sull’ambiente. Ovviamente, occorrerà anche vigilare su altri pericoli esogeni, come la criminalità organizzata che funesta sia Calabria che Sicilia.

Nonché la malapolitica, che sulle grandi opere in Italia ha dato sempre il peggio di sé (vedi Salerno-Reggio Calabria, per dirne una). Un segnale in tal senso il Governo Meloni lo ha già dato, inserendo nell’ultima finanziaria la riattivazione della società che dovrebbe realizzare l’opera.

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