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MATTARELLA ELETTO PRESIDENTE, TRA PARADOSSI ISTITUZIONALI E QUALCHE OMBRA FAMILIARE

Data ultima modifica: 2 Febbraio 2015

PERSONA PERBENE, MITE E STIMATA, CHE HA RACCOLTO CONSENSI ANCHE TRA I CENTRISTI, LA SINSITRA PD E SEL. MA NON MANCANO ASPETTI CRITICI
Poteva andarci peggio. Questa è la prima cosa che ho pensato quando Sergio Mattarella è stato eletto Presidente della Repubblica. Poteva toccarci il poltronista, impopolare e ricco pensionato Amato, o un tecnico, di quelli tutti numeri che piacciono tanto all’Europa. Oppure, e magari fosse stato così, un ex Pm come Imposimato o meglio ancora Raffaele Cantone. Ma si sa, l’elezione del Capo dello Stato è anche, e soprattutto, un’occasione per tessere nuove alleanze, ripristinarne di vecchie, consolidare le attuali. E la trovata di Matteo Renzi è stata geniale: ha candidato un vecchio democristiano di sinistra, di quelli, per intenderci, legato alla Dc buona e sana (o forse sarebbe meglio dire meno peggio) legata alla corrente di Aldo Moro; aggraziandosi così la sinistra del suo Partito, i moderati di Area popolare, Sel (si dice che lo stesso Vendola, qualche settimana fa, avrebbe pensato a Mattarella) e qualche grillino in uscita. Ed è anche uno scacco matto a Berlusconi, visto che gli è indigesto essendosi messo di traverso in un paio di occasioni. E’ stato eletto con ben 665 voti, il che vuol dire anche con pezzi di Forza Italia. Costretto a dire sì anche Alfano, pena la fine del suo mandato, spaccando però il suo partitino, con qualche uscita eccellente (vedi Sacconi). Insomma, con Mattarella l’ex Sindaco di Firenze ha unito il centrosinistra e spaccato il centrodestra. Certo, non mancano paradossi istituzionali e qualche ombra anche sulla sua figura e su quella di qualche suo familiare.

CHI E’ MATTARELLA – Mattarella è nato a Palermo, ha 74 anni, è vedovo e ha tre figli (uno di loro, ha fatto politica in Sicilia ed è stato candidato alle primarie per la segreteria regionale nel 2009 appoggiato da Bersani; un altro, invece lavora da diversi anni al ministero della Funzione pubblica e ora è capo dell’ufficio legislativo di Marianna Madia). Sergio Mattarella è figlio di Bernardo, politico democristiano che tra gli anni Cinquanta e Sessanta è stato più volte ministro; ed è fratello minore di Piersanti, altro politico democristiano ucciso il 6 gennaio del 1980 dalla mafia mentre era presidente della Sicilia. Sergio Mattarella ha fatto parte della Gioventù Studentesca di Azione Cattolica e della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, insegnando anche Diritto parlamentare all’Università di Palermo.
Alle elezioni politiche del 1983 venne eletto alla Camera dei Deputati con la DC: faceva parte della corrente dei morotei, quella di Aldo Moro e di Benigno Zaccagnini (quella più a sinistra, per capirci). Fu incaricato dall’allora segretario della DC, Ciriaco De Mita, di occuparsi in quegli anni del partito in Sicilia e appoggiò la candidatura di Leoluca Orlando a sindaco di Palermo. Rieletto alla Camera nel 1987, continuò a collaborare politicamente con De Mita e fu nominato ministro dei Rapporti con il Parlamento (governo Goria), confermato anche l’anno dopo nel governo De Mita. Fu poi ministro dell’Istruzione con Giulio Andreotti (nel suo sesto governo) ma si dimise nel 1990, insieme ad altri ministri della DC, contro l’approvazione della contestata legge Mammì sulla «disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato in italia».
Dopo le dimissioni, Mattarella rimase senza incarichi di governo per due anni: venne rieletto alla Camera nel 1992 e nello stesso anno gli venne affidata (fino al 1994) la direzione del quotidiano della Democrazia Cristiana, Il Popolo. Nel 1993 fu relatore della legge di riforma del sistema elettorale. Superate le inchieste su Tangentopoli (venne accusato da un imprenditore siciliano di aver ricevuto 50 milioni e dei buoni benzina, ma venne assolto), Mattarella fu tra i protagonisti del rinnovamento della DC: nel 1994 fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (con il quale venne eletto alla Camera nel 1994) ma se ne staccò quando Rocco Buttiglione, alla segreteria del partito, si avvicinò al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi in vista delle elezioni del 1996.
Confermato deputato alla Camera nel 1996, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi divenne prima vicepresidente del Consiglio e poi ministro della Difesa, anche nel governo Amato (appoggiò l’intervento della NATO in Kosovo). Nel 1999 ci fu un altro scontro pubblico con Berlusconi, che in un articolo del Tempo aveva ricordato De Gasperi in occasione della commemorazione per il 45esimo anniversario della sua morte rivendicandone l’eredità. Mattarella disse: «De Gasperi appartiene a tutti coloro che hanno a cuore la democrazia. Questo non vuol dire che chiunque possa chiamarsi suo seguace o erede».
Nel 2001 Mattarella venne rieletto in Parlamento con la Margherita e poi riconfermato nel 2006 con l’Ulivo (fa anche parte del gruppo che ha scritto il manifesto fondativo del Partito Democratico). Nel 2008, dopo la caduta del governo Prodi, uscì dal Parlamento (quello stesso anno criticò la riforma della Gelmini sul ritorno del maestro unico alle elementari che lo stesso Mattarella, nel 1990, aveva sostituito con i cosiddetti moduli); dal 2011 è giudice della Corte costituzionale, eletto dal Parlamento. Considerato un moderato, non è intervenuto molto spesso nelle discussioni di attualità e nelle polemiche intorno alla politica. Ciriaco De Mita, disse di lui: «Forlani, in confronto a Mattarella, è un movimentista». Ma ha saputo dire di no e mostrare carattere quando serviva, come vedremo nel paragrafo successivo.
PERCHE’ E’ AVVERSATO DAL CAVALIERE– Perché Berlusconi non ha votato Mattarella? Perché si è sempre messo di traverso, o almeno, come abbiamo visto nel precedente paragrafo, in due occasioni. Quando era Ministro dell’Istruzione del sesto Governo di Giulio Andreotti si dimise nel 1990, insieme ad altri tre ministri della DC, contro l’approvazione della contestata legge Mammì sulla «disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato in Italia». La legge si limitava a rendere legale la situazione esistente in quel momento in Italia, cioè il rischio di un monopolio da parte delle televisioni private della Fininvest contro le direttive comunitarie. Mattarella disse: «Ci siamo dimessi. Riteniamo che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia in linea di principio inammissibile e inopportuna in questo semestre». Aveva già intuito che quella legge avrebbe dato un potere mediatico non indifferente all’ex Cavaliere, in barba alle norme vigenti.
Veniamo alla seconda occasione. Nel 1994 fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (con il quale venne eletto alla Camera nel 1994) ma se ne staccò quando Rocco Buttiglione, alla segreteria del partito, si avvicinò al leader di Forza Italia Silvio Berlusconi in vista delle elezioni del 1996. L’ipotesi che Forza Italia potesse entrare nel Partito Popolare Europeo venne definita da Mattarella «un incubo irrazionale».
LA RIFORMA ELETTORALE – Di lui si parla soprattutto per il “Mattarellum”, l’appellativo inventato da Giovanni Sartori sul Corriere della Sera per la legge elettorale approvata dopo il referendum del 1993: si trattava di un sistema piuttosto complicato ma che, come caratteristica fondamentale, assegnava i seggi per tre quarti con il maggioritario e per un quarto con il proporzionale (aveva poi uno strano e sbilanciato meccanismo per la tutela dei partiti minori, il famoso “scorporo”). Il Mattarellum è stato la legge elettorale per le elezioni del 1994, del 1996 e del 2001, prima del cosiddetto “Porcellum”.
Fu molto criticata all’epoca ma è stata poi “rivalutata” e oggi è spesso citata come l’ultima legge elettorale italiana che permetteva agli elettori di scegliere direttamente e con semplicità i loro rappresentanti. Ma è un sistema che ha sancito il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, era una colonna del bipolarismo e garantiva una certa governabilità. Salvo poi uscite dalla maggioranza di qualche partito, come fatto da Rifondazione nel primo Governo Prodi.
I PARADOSSI ISTITUZIONALI – E’ la prima volta che un Premier decida lui il prescelto, per di più nemmeno votato, anche se ormai la figura del Presidente del consiglio è cambiata, non solo semanticamente, essendo diventato più incisivo nella vita istituzionale, come avviene nelle altre democrazie occidentali. Prima invece il nome usciva fuori dai corridoi di Palazzo Chigi, nell’ultima occasione Bersani propose a Berlusconi un mazzo di tre carte dal quale lui doveva estrarre il nome (Amato, Pisanu e lo stesso Mattarella).
L’altro, più eclatante, riguarda il fatto che Mattarella sia stato eletto dal Parlamento che egli stesso, come membro della Corte costituzionale, ha dichiarato incostituzionale, avendo bocciato il Porcellum con cui è stato nominato. Tornando così al vecchio sistema elettorale che porta proprio la sua firma.
SFIORATO DA TANGENTOPOLI – Come tanti democristiani, fu anch’egli toccato da Tangentopoli. Venne accusato da un imprenditore siciliano di aver ricevuto 50 milioni e dei buoni benzina pari a 3 milioni di vecchie lire, ma venne assolto. Così ha chiarito quella vicenda a Il Fatto quotidiano: L’ing. Salamone, nel marzo del 1992, mi ha fatto chiedere, da un altro imprenditore, un incontro, nel corso del quale ha offerto un contributo finanziario alla mia campagna elettorale. Io ho rifiutato quella offerta, come è attestato dalla sentenza del Tribunale di Palermo del 1 marzo 2000 n. 519, definitiva perché in giudicato. Dopo alcuni giorni il Salamone ha fatto recapitare, presso la mia segreteria, una lettera di auguri per le elezioni con alcuni buoni di benzina, del valore di circa millecinquecento euro (nel sommario dell’articolo si parla di tre milioni senza precisare che si trattava di lire e non di euro). Sulla base di dichiarazioni diverse del Salomone (per altro imprecise e più volte modificate) sono stato accusato di aver ricevuto un contributo elettorale senza registrarlo nella relativa contabilità (quindi di violazione delle regole sul finanziamento dei partiti, e non di corruzione) e ne sono stato assolto “perché il fatto non sussiste” . Il Tribunale, che ha deciso nel merito pur essendo decorsi i termini di prescrizione, ha ritenuto, come si legge nella sentenza, di “generale genuinità e credibilità” la precisa e completa ricostruzione dei fatti da me presentata. La sentenza ha, inoltre, affermato che “l’on. Mattarella era un politico del tutto estraneo al mondo degli appalti” e che “da nessuna risultanza dibattimentale sono emersi stretti rapporti” suoi con il Salamone. 
LE VARIE ACCUSE AL PADRE BERNARDO – Il padre Bernardo fu più volte accusato di collusione mafiosa. Accuse sempre cadute con un nulla di fatto. La saga dei Mattarella comincia a Castellammare del Golfo, un paesino in provincia di Trapani, dove  Bernardo era il primo dei sette figli di Santo e Caterina Di Falco. Si laurea in giurisprudenza a Palermo, con De Gasperi è tra i fondatori della Dc, ed è un fiero avversario del separatismo. Nel 1958 si dice favorevole all’istituzione di una Commissione parlamentare antimafia.
Eppure su di lui, che fu ministro più volte e rivestì ruoli importanti nel suo partito, per anni gravarono le ombre di una vicinanza a Cosa nostra. Insinuazioni d’altronde inevitabili, per chi faceva politica in quegli anni nella Dc siciliana. Al punto che, in un’intervista pubblicata da Repubblica il 10 agosto  1982, persino il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa collegò l’uccisione di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione assassinato nell’ 80, alla vicenda paterna: “il figlio, certamente al corrente di qualche ombra avanzata nei confronti del padre, ha voluto che la sua attività politica come amministratore pubblico fosse esente da qualsiasi riserva. E quando ha dato la chiara dimostrazione di mettere in pratica questo intento, ha trovato il piombo mafioso… il caso Mattarella è ancora oscuro, si procede per ipotesi… anche nella Dc aveva più di un nemico”.
Ipotesi, ombre, forse solo veleni su una saga che ha certamente segnato una certa stagione della Dc nella Prima Repubblica.
Il matrimonio. Nel 1933, Mattarella senior sposa Maria Buccellato, un cognome ‘’pesante’’, lo stesso che appartiene ad una storica famiglia della mafia di Castellammare. Nella cittadina, il boss locale si chiamava Antonino Buccellato e aveva sposato Antonina Rimi, figlia di Vincenzo e sorella di Filippo, indicati dagli investigatori come capi mandamento di Alcamo e ritenuti tra i primi ad avere rapporti diretti con la politica che conta. Da quel matrimonio in poi, sulla storia di Bernardo cominciano ad allungarsi le ombre che poi trascineranno il politico italiano, più volte ministro della Repubblica, in un vortice di accuse e sospetti combattuti a colpi di sentenze. Nel volume ‘’Fra diavolo e il governo nero: doppio Stato e stragi nella Sicilia del dopoguerra’’ pubblicato da Franco Angeli nel ’98, lo storico Giuseppe Casarrubea scrive: ‘’Mattarella non nascondeva la sua protezione per Vincenzo Rimi, vissuto da sempre all’ombra della Dc e considerato l’architrave dell’ edificio mafioso nella provincia di Trapani’’.
La strage di Portella della Ginestra. Al processo per la strage di Portella della Ginestra, Mattarella fu accusato da Gaspare Pisciotta di essere implicato nella strage. Le accuse di Pisciotta furono riportare nella relazione di minoranza della commissione antimafia firmata nei primi anni Settanta dal deputato del Msi Beppe Niccolai, lavoro che Leonardo Sciascia in un’intervista alla tv francese definì ‘’una cosa seria’’. ‘’Gaspare Pisciotta – c’era scritto nella relazione – fu arrestato il 9 dicembre del 1950 e nel processo che si tenne a Viterbo, per la strage di Portella delle Ginestre, ammise di avere ucciso Giuliano nel sonno; dichiarò che l’incarico gli era stato affidato personalmente dal Ministro dell’Interno, il democristiano siciliano Mario Scelba (quello della legge contro la ricostruzione dei partito fascista!), e che la strage di Portella delle Ginestre era stata ordinata dal democristiano Bernardo Mattarella e dai monarchici Alliata di Montereale e Cusumano Geloso’’. La dichiarazione su Mario Scelba fu giudicata estranea al processo. Mattarella, Alliata di Montereale e Cusumano Geloso furono prosciolti in istruttoria. Pisciotta fu condannato per la strage di Portella delle Ginestre, ma il 9 febbraio del 1954 veniva assassinato in carcere con un caffè avvelenato. Anche il pm nella sua requisitoria al processo di Viterbo aveva definito inaffidabile Pisciotta, che aveva fornito nove diverse versioni della strage, bollando come ‘’inattendibili’’ le sue accuse contro Scelba e Mattarella.
L’accusa di Dolci. Nel ’65 toccò al sociologo Danilo Dolci accusare Bernardo Mattarella di collusioni con la mafia, con un dossier, poi riprodotto nel libro ”Chi gioca solo” del 1966, presentato in una conferenza stampa. Mattarella lo querelò, concedendogli facoltà di prova e, dopo un dibattimento durato circa due anni, Dolci fu condannato per diffamazione a due anni di reclusione, che non scontò per effetto dell’indulto approvato l’anno precedente. La sentenza del Tribunale di Roma del 21 giugno 1967, confermata dalla Corte d’appello e dalla Cassazione, afferma: ‘’Mattarella ha espresso sempre in modo inequivoco la sua condanna del fenomeno mafioso…’’ e ‘’…non è mai entrato in contatto con l’ambiente mafioso da lui invece apertamente e decisamente osteggiato nel corso di tutta la sua carriera politica’’. Le affermazioni di Dolci vennero additate come ‘’frutto di irresponsabili pettegolezzi, di malevoli dicerie se non addirittura di autentiche falsità’’. Ma il querelante, scrive lo storico Casarrubea ‘’non aveva avuto ugualmente partita vinta, se è vero che non era entrato più a far parte del terzo governo Moro, nonostante  fosse stato in precedenza ministro dell’Agricoltura e per il Commercio, nel primo governo Leone e nel secondo governo Moro (1963-1966)’’.
Le accuse di Joe Bonanno. Poi fu la volta delle accuse di Joe Bonanno, detto Joe Bananas, boss di Castellammare che raccontò in un suo romanzo come Mattarella si trovasse tra coloro che lo accolsero quando arrivò all’aeroporto di Fiumicino per partecipare alla storica riunione di capimafia italo-americani e siciliani che si tenne all’Hotel delle Palme di Palermo. Nel romanzo, si narra del viaggio che il Bonanno fece in Italia, nel settembre 1957, al seguito del direttore del giornale ”Il progresso italo americano”, F. Pope. Ma come risulta da quel giornale i due arrivarono a Roma il 13 settembre di quell’anno e Mattarella non era presente: è facile verificarlo sia sul giornale di Pope, che su giornali italiani. La versione di Bonanno però per molti anni fu riportata dai giornali e creò non pochi problemi di immagine al vecchio Bernardo che nel frattempo scalava la carriera istituzionale a passi veloci ed era costretto ad inseguire le smentite.
IL FRATELLO PIERSANTI UCCISO DALLA MAFIA – Piersanti, classe 1935, fu ucciso dalla mafia mentre era presidente della Regione Siciliana. Consigliere comunale della DC a Palermo, eletto nel 1960, arriva all’ Assemblea Regionale nel ’67, per poi diventare presidente della Regione undici anni dopo.
Il suo assassinio matura in seguito alla Conferenza regionale dell’agricoltura, in cui Mattarella prende una netta posizione, sollecitato da Pio La Torre, nei confronti dell’allora assessore. La Torre denunciò l’assessorato all’agricoltura come centro della della corruzione in ambito regionale, indicando lo stesso Giuseppe Aleppo, allora assessore come personaggio colluso. Mattarella rimarcò la necessità di gestire in modo corretto e legale i contributi agricoli regionali, allora punto sensibile anche nei piani del governo per lo sviluppo del Mezzogiorno. Aleppo fu comunque confermato all’assessorato, ma le dichiarazioni di Pio La Torre e Piersanti Mattarella attirarono il mirino di mafie e poteri più o meno criminali.
Il 6 gennaio del 1980 un killer fredda il Presidente dell’Ars Mattarella dentro la sua auto a cinque mesi dal termine della legislatura regionale. Le ipotesi investigative si svilupparono faticosamente. A far quadrare il cerchio fu l’ultimo atto investigativo chiuso da Giovanni Falcone sui “delitti politici” depositata il 9 marzo del 1991.
Le ipotesi di Falcone puntavano alla commistione tra gruppi della destra eversiva, in particolare i Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR) e cosa nostra. Nel 1995 furono condannati all’ergastolo i boss Totò Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci, componenti della “commissione” di cosa nostra. Nel corso del processo la moglie di Mattarella dichiarò inoltre di riconoscere l’esecutore materiale dell’omicidio nella persona di Giuseppe Valerio Fioravanti, che tuttavia sarà assolto per questo crimine.
Falcone aveva infatti ipotizzato l’ esistenza di uno “scambio” di favori tra la mafia e l’ eversione neofascista. Una tesi che era avvalorata sia dalle dichiarazioni del fratello di Giusva Fioravanti, Cristiano, sia dalla testimonianza di Irma Chiazzesi, la moglie di Piersanti Mattarella. La vedova del presidente della Regione, che assistette all’ uccisione del marito, aveva descritto nei minimi particolari il killer che sparò a bruciapelo contro Mattarella: «Aveva un ghigno glaciale», disse la signora Mattarella che poi in aula, in confronto, indicò senza esitazione Giusva Fioravanti come il sicario del marito.
FOTO DI © Franco Zecchin
A decidere l’ uccisione del presidente della Regione Piersanti Mattarella, del segretario provinciale della Dc Michele Reina e del segretario regionale del Pci Pio La Torre, fu la cupola della mafia
La pista nera cadde: per la sentenza, e per l’impostazione accusatoria di Giuseppe Pignatone, che stravolse l’indagine di Falcone, non ci fu scambio di favori tra Cosa nostra e l’ estremismo di destra. L’ombra dietro a questi omicidi rimane quella dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino. Giuseppe Pignatone, oggi procuratore capo a Roma, allora rappresentante dell’accusa a Palermo sostenne che Ciancimino «legato alla cosca dei Corleonesi» era «contrastato da Mattarella per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi». «La Torre – aggiunse Pignatone – indicava Ciancimino come personaggio emblematico dell’intreccio mafia-politica-affari; Michele Reina (segretario provinciale della DC di Palermo ucciso nel 1979) era entrato in contrasto con costruttori legati a Vito Ciancimino».
Insomma, dietro agli “omicidi politici” tra cui quello di Piersanti Mattarella l’ombra ingombrante di Vito Ciancimino. Ad escludere una partecipazione dei terroristi neri nei tre agguati sono stati i pentiti Tommaso Buscetta, Francesco Marino Mannoia, Gaspare Mutolo ed altri collaboratori di giustizia.
ALTRI PARENTI – Poi ci sono impicci familiari più recenti, che hanno coinvolto il fratello Antonino, indagato negli anni 90 a Venezia per riciclaggio di denaro sporco e associazione mafiosa col cassiere della banda della Magliana Enrico Nicoletti, per una speculazione su una decina di alberghi a Cortina: inchiesta poi archiviata nel 1996 per mancanza di prove sulla provenienza illecita del denaro, con coda di polemiche anche in Parlamento.
Completano il quadretto famigliare il nipote Bernardo, figlio di Piersanti, deputato regionale in Sicilia, ora indagato per peculato sui rimborsi regionali; e il figlio di Sergio, Bernardo Giorgio, allievo di Sabino Cassese, docente di Diritto amministrativo a Siena e alla Luiss nonché capo dell’ufficio legislativo della Funzione pubblica al ministero della PA, accanto a Marianna Madia: il suo compenso di 125 mila euro l’anno ha sollevato qualche malignità.
Come diceva qualcuno “il più pulito c’ha la rogna”. Al netto di qualche ombra personale (direi anche chiarita) e familiare (accuse come visto cadute quasi tutte nel vuoto) ma anche quasi inevitabili (ma non giustificabili, ovviamente) per chi fa politica in Italia da decenni, soprattutto nella complicata Sicilia dove a Tangentopoli si sommava pure la Mafia all’apice del suo potere, a Mattarella va se non altro riconosciuta la coerenza, la sobrietà, ma anche la decisionalità quando serve. Vedremo come sarà all’opera nei prossimi sette anni. Ritorno alla frase di partenza: poteva andarci peggio.
SONDAGGIO

Sei lettori su dieci vogliono giudicare Mattarella sul suo operato, mentre quasi uno su quattro lo apprezza già per la sua persona e storia politica.

0 Risposte a “MATTARELLA ELETTO PRESIDENTE, TRA PARADOSSI ISTITUZIONALI E QUALCHE OMBRA FAMILIARE”

  1. marxismo-leninismo contro democrazia liberale! Andiamo bene! Già nella seconda metà degli anni '70 il PCI stava diventando o era già un partito socialista. E la democrazia liberale? In Italia non è mai esistita. I democristiani erano democratici e liberali quanto un tavolo possa esser scambiato per una sedia.

  2. Le premesse per un buon settennato ci sono. Sergio Mattarella (20 ottobre 1999) “Sono personalmente convinto, avendo sempre militato in una forza politica che ha contrastato il comunismo, quando questo era forte e comandava in molti Stati d’Europa, che l’ideologia comunista o, volendo essere più precisi, il marxismo-leninismo, rappresenti una negazione della libertà e sia in conflitto, insuperabile, con i principi di una democrazia liberale”

  3. Persona perbene! È incredibile come tutti dicano che Mattarella sia una pesona perbene! Probabilmente in Italia si dà per scontato che ad occupare le istituzioni siano soprattutto dei delinquenti. Infatti, l'esser perbene dovrebbe essere scontato a prescindere… cosa che, dai commenti che si leggono e si sentono, non pare.

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