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L’invasione degli arabi nell’economia italiana: i numeri dell’ascesa

Data ultima modifica: 10 Aprile 2015

Banche, aziende, alta Moda, edilizia e quant’altro. Il nostro Paese sempre più nelle loro grinfie
Chissà cosa sta pensando il Piave, che una volta mormorava “non passa lo straniero!”. Lo straniero sta passando, eccome. E non solo per le ondate di profughi che stanno giungendo sulle coste della Sicilia, ma anche in campo economico. Dopo la panoramica sui capitali francesi, tedeschie cinesi che si stanno sbranando il Made in Italy, occorre farne una sugli arabi. Neppure sfiorati dalla crisi, anzi, agevolati da essa per fare razzia dei settori strategici altrui: edilizia, banche, aziende, alta Moda. Arabi alla conquista del Mondo e dell’Italia.

IL LORO POTERE FINANZIARIO –Secondo alcuni calcoli gli investimenti islamici in Italia hanno superato i cinque miliardi di euro nell’arco di una decina d’anni. A prima vista una cifra di tutto rispetto. E così è, se la si guarda dal lato di chi è stato comprato. Ma se si valuta dal punto di vista degli acquirenti 5 miliardi diventano una goccia nel mare. Perché la potenza di fuoco finanziaria degli sceicchi è tale che si fa fatica anche a descriverla. Solo i fondi sovrani dei Paesi del Golfo, gli organismi statali che hanno l’incarico di investire i surplus derivanti dalla vendita del petrolio, hanno un patrimonio di 2,5 trilioni di dollari. O, detto in modo forse più comprensibile, 2.500 miliardi di dollari. L’autorità per gli investimenti di Abu Dhabi, il più grande tra gli emirati Arabi, in tutto 476mila abitanti con la cittadinanza, controlla una ricchezza di 773 miliardi, poi viene l’Arabia Saudita con 732 e l’Autorità per gli investimenti del Kuwait con 548, in fila seguono gli altri piccoli Paesi della zona. Ai 2,5 trilioni dei fondi sovrani si aggiungono le disponibilità dei grandi gruppi imprenditoriali (uno fra tutti: il gruppo Bin Laden, vedi il box a pagina 13). E poi ancora i patrimoni privati dei singoli: si calcola che i 40 uomini più ricchi della penisola arabica abbiano da soli una ricchezza di 146 miliardi di dollari.
MILANO DA BERE…PER GLI ARABI PERO’– Il palazzo della Regione Lombardia, inaugurato quattro anni fa, è uno dei simboli della nuova Milano. Per costruirlo ci sono volute tre gru alte 200 metri della Raimondi Cranes, un’azienda vanto del made in Italy tecnologico, fondata a Legnano addirittura nel 1863. Un gioiellino tricolore che però parla ormai arabo: da un paio d’anni il proprietario è il principe Khaled bin Al Waleed Al Saud, figlio di quell’Al Waleed che fu a lungo tempo socio di Mediaset.
LE MANI SU UNICREDIT E ALITALIA– Nel grattacielo più alto ha sede la prima banca italiana per presenza internazionale, Unicredit. Banca italianissima ma il cui primo socio, è così arabo che più arabo non si può: il fondo Aabar, sede ad Abu Dhabi, che ha in mano il 5%. Le azioni della stessa Unicredit sono scambiate alla Borsa di Milano, da sempre polmone finanziario dell’industria della Penisola. Solo che anche Piazza Affari, attraverso la casa madre London Stock Exchange, è controllata da due soci che arrivano dal deserto: la Borsa di Dubai (ha il 17,4% del capitale) e la Qatar Investment Authority (10,3%).
E poi c’è l’ingresso in Alitalia di Etihad, la compagnia aerea di Abu Dhabi, la già citata acquisizione da parte del fondo del Qatar di porta Nuova e della Costa Smeralda holding, la società che controlla i più celebrati resort turistici sardi.
ALLA CONQUISTA DEL MONDO – Con tutti questi soldi gli sceicchi potrebbero comprarsi il mondo. E nei fatti lo stanno facendo. A Londra sono ormai in mani arabe lo Shard, il grattacielo più alto d’Europa, i grandi magazzini di Harrods, Scotland Yard, mitica sede della Metropolitan Police, il quartiere di Canary Wharf, con decine di palazzi e grattacieli sede di società finanziarie e grandi gruppi internazionali. Senza contare che gli emiri sono i primi soci della Barclays Bank e di un altro nutrito manipolo di società quotate. Nel quartiere di Mayfair, il più elegante della capitale britannica, il primo proprietario immobiliare è il duca di Westminster, al secondo posto ci sono gli Al Nahyan, la famiglia reale di Abu Dhabi. Qualche giorno fa il sindaco Boris Johnson ci ha scherzato su: «Sono lietissimo che Londra sia diventato l’ottavo emirato», riferendosi ai sette piccoli regni affacciati sul Golfo Persico che formano gli Emirati Arabi Uniti. A Parigi a negoziare in anni recenti l’iniezione di capitali arabi è stato direttamente l’ex presidente Nicolas Sarkozy. Grazie ai sui buoni uffici la famiglia reale del Qatar ha acquistato la squadra di calcio del Paris Saint Germain, la Qatar Investment Authority ampie fette degli Champs Elisée, decine di partecipazioni societarie tra cui il 5/6% delle strategiche Vinci e Veolia.
L’ATTIVISMO DEL QATAR – Anche in Italia come in Francia a giocare da protagonista negli ultimi mesi è stato il Qatar. Nel nostro Paese però c’è una difficoltà. «Nel radar dei Fondi Sovrani del Golfo entrano quasi esclusivamente aziende di dimensioni rilevanti, almeno dai 200 milioni di euro in su, e le aziende italiane spesso sono piccole», spiega Paolo Mascaretti, partner della società di consulenza Kpmg Corporate Finance. Proprio per ovviare a questo problema il Fondo strategico italiano, emanazione della Cassa depositi e prestiti, ha creato di recente una joint venture con il fondo sovrano del Qatar che comprerà quote in aziende della penisola. «Gli arabi non sono particolarmente intrusivi da un punto di vista della gestione. Per questo possono essere interessanti per apportare risorse facendo crescere il capitalismo familiare italiano», dice Mascaretti.
Dell’Italia amano i grandi brand della moda e il settore immobiliare: in poco tempo si sono comprati Valentino e Ferré, il cashmere di Ballantyne e la Forall con il marchio Pal Zileri. Molti tra i più grandi alberghi della penisola sono ormai loro: ultimi il St. Regis di Roma e il Four Seasons di Firenze. «Nel settore immobiliare puntano ai cosiddetti trophy asset, complessi di fascia alta, essenzialmente a Milano, Roma o Firenze, in città ad alto livello di riconoscibilità internazionale», conclude Mascaretti.
Spesso, però, i capitali arabi portano con sé una diversa visione del mondo e del business. E il loro arrivo prova polemiche e discussioni. Lo spericolato attivismo del Qatar ha creato per esempio di recente più di un problema alla comunità occidentale. Il Paese, sede dei più grandi giacimenti di gas del mondo, ha lo stesso numero di abitanti della provincia di Benevento, meno di 300mila. «La sua priorità è sempre stata quella di smarcarsi dal grande vicino saudita», spiega Valeria Talbot, ricercatrice dell’Ispi, responsabile della area Mediterraneo e Medio Oriente. Per riuscirci l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani (nel 2013 dimissionario a favore del figlio) ha prima fondato Al Jazeera, la tv satellitare ormai diventata una presenza con cui fare i conti nel mondo arabo. Poi si è candidato con successo a ospitare i mondiali di calcio del 2022. La vittoria qatariota è costata la distruzione della residua credibilità dei vertici del football mondiale. Il rappresentante del Qatar nel comitato esecutivo della Fifa è stato radiato per avere versato tangenti ai delegati dei Paesi caraibici e dell’Africa. E i sospetti di improprietà e corruzione su tutto il procedimento di assegnazione appaiono più che giustificati. Perfino il discusso zar del calcio mondiale, Joseph Blatter, ha dovuto ammettere, secondo alcune indiscrezioni giornalistiche pubblicate dal settimanale tedesco Der Spiegel , che la concessione del campionato al paese del Golfo «è stato un errore».
Per il momento, dunque, nulla che possa essere particolarmente utile all’immagine del Qatar. Il peggio, sono però le ultime scelte politiche del Paese: al momento delle primavere arabe l’emiro ha scelto praticamente ovunque di finanziare gli islamisti: dai fratelli musulmani ai gruppi siriani anti Assad poi passati in qualche caso ad Al Qaida. Per non parlare del tradizionale appoggio ad Hamas (il numero uno del gruppo Khaleed Meshaal è tradizionale e riverito ospite al sontuoso hotel Four Seasons) o del sostegno ai predicatori più estremisti come Yusuf Al Karadawi. Quest’ultimo è una delle figure simbolo delle contraddizioni qatariote: teologo islamico, con tanto di programma fisso su Al Jazeera, ha pubblicato una fatwa che «benediceva» gli attacchi suicidi contro i soldati americani, elogiato Hitler per le politiche nei confronti dell’ebraismo, ed è finito nell’elenco delle «persone non grate» di molti Paesi europei.
AMERICA PREOCCUPATA DAL LORO CAPITALISMO DI STATO – Quanto alle pratiche di business, le compagnie aeree del Golfo (Etihad, Emirates e Qatar Airways), simbolo del nuovo presenzialismo arabo, nelle ultime settimane hanno visto esplodere una polemica durissima in terra americana. Nel mirino proprio i metodi e le caratteristiche del business frutto della rendita petrolifera. I tre colossi del trasporto aereo Usa, Delta, American e United Airlines, nonché i sindacati del personale di volo, hanno presentato al Congresso e alle autorità di regolamentazione un dossier di 55 pagine con una richiesta precisa: chiudere le porte alle compagnie degli sceicchi. Il motivo? Gli emiri, dicono i concorrenti Usa, stanno acquistando sempre nuovi spazi sui mercati internazionali, approfittando delle regole a tutela della concorrenza e della di mercato.
Ma i primi a non rispettare queste regole sono proprio loro visto che sono cresciuti solo grazie al capitalismo di Stato praticato nei rispettivi Paesi. A finanziare il loro sviluppo sono i governi: solo negli ultimi anni hanno ricevuto aiuti illeciti per 42 miliardi di dollari. La risposta araba è stata sprezzante: «Gli americani migliorino la qualità delle loro compagnie anzichè accusare i concorrenti», ha detto lo sceicco Ahmed Bin Saed Al Maktoum, numero uno della Aviazione civile del Dubai. La battaglia, però, è solo all’inizio.

(Fonte: Il Giornale)

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