KABUL, UN MOSTRO URBANISTICO CHE RISPECCHIA IL CAOS IN AFGHANISTAN

Data ultimo aggiornamento: 29 Marzo 2012

LA CITTA’ E’ STATA RICOSTRUITA IN MODO DISORDINATO, MENTRE AVANZANO FENOMENI DI CORRUZIONE, TRAFFICO DI DROGA E VIOLENZE SULLE DONNE
Con la morte di Michele Silvestri, sergente di 33 anni, manco a dirlo meridionale (originario di Monte di Procida), il numero degli italiani caduti in Afghanistan è giunto a 50. Si sono riviste le solite immagini: un triste aereo ha riportato una bara avvolta nel tricolore; il Presidente Napolitano affiancato da altre autorità le hanno reso omaggio; i familiari che si straziano; gli amici che ne ricordano il lato umano; i politici che si interrogano sul da farsi.
Siamo lì dal 2004 – l’invasione anglo-americana è invece partita nell’ottobre 2001, all’indomani dell’attentato alle Twin Towers – e non si vede una via di uscita. Vi abbiamo ancora 4200 soldati impegnati, tutti insediati in mezzo al deserto e ai monti, in zone quasi incontrollabili. Ma non voglio ripetere sempre le stesse cose. Basta solo dire com’è stata ridotta oggi la Capitale Kabul per rendersi conto di tutto.

UN ECO-MOSTRO: Girando tra i vari corridoi creati con i lastroni di cemento che la globalizzazione ha reso familiari in tutti i luoghi di conflitto, sembra di essere sullo scenario di un film dell’orrore. Dove gli unici segni riconoscibili sono le targhe delle ambasciate.  Alcune sono appena state costruite, come quella indiana, tutta laminato (almeno appare tale da lontano) grigio argentato con cupole di vetro, che molti ritengono non dureranno a lungo (nel senso che potrebbe essere il facile obiettivo di un attentato).
Del resto questa bunkerizzazione non garantisce la sicurezza, spesso ci sono scontri nelle zone limitrofe. Una zona militare con muraglioni coperti di rotoli di filo laminato si estende su due lati di una delle strade che attraversano la zona. Le macchine non possono entrare e quelle che lo possono fare devono continuamente superare sbarre controllate da militari. In gran parte la sicurezza è però affidata ad agenzie private che impiegano anche afghani (come quelli che proteggono l’ambasciata italiana) oltre a contractor stranieri. Questo è un luogo ideale per il business dei contractor. Anche perché sono in pochi a fidarsi dell’esercito e della polizia afghani, alimentati dalle milizie dei signori della guerra che sono anche i trafficanti di droga oltre a esponenti del governo di Karzai.
Kabul è irriconoscibile. E non per la coltre di polvere che si solleva dalle strade sterrate. La ricostruzione selvaggia ha trasformato la città distrutta dalle guerre in una capitale sfigurata dove ville dall’architettura discutibile che fa sfoggio di vetrate colorate e di colonne «romane» – simbolo della ricchezza accumulata con il traffico della droga e la corruzione – a catapecchie di fango e cumuli di macerie. Solo le baracche appollaiate sulle colline che circondano la città sono sempre le stesse.
Ricchezza (di pochi) e povertà (della maggior parte della popolazione) si sono ulteriormente approfondite. Ci si chiede dove sono finiti i soldi dei donatori. Il mistero è solo apparente se si pensa che l’Afghanistan è uno dei paesi più corrotti del mondo, secondo solo alla Somalia.
LA CONDIZIONE DELLE DONNE – La sorte peggiore tocca ancora alle donne: l’ultimo passo è stato un documento degli Ulema che permette al marito di picchiare la moglie se non rispetta la sharia e vieta alle donne di avvicinarsi e di parlare a sconosciuti. Il documento è stato avallato da Karzai, pare per compiacere i negoziati con i taleban, che tuttavia hanno interrotto i colloqui con gli americani dopo il massacro di Kandahar. Per evitare polemiche il documento nella versione inglese è stato tolto dal sito del governo.
La contromossa del presidente Karzai è stato un appello a funzionari religiosi e capi tribù perché incoraggino l’istruzione delle bambine ritenuta «vitale» per l’Afghanistan. Secondo i dati diffusi dal ministro dell’istruzione Ghulan Faruk Wardak nel 2010 erano 8,4 milioni i bambini scolarizzati, 30 per cento dei quali femmine. Ma sono ancora 9,5 milioni i bambini senza istruzione. Anche se ai tempi dei taleban le bambine non potevano nemmeno andare a scuola, la discriminazione delle femmine resta ancora alta. D’altro canto invece sono tornate in voga punizioni quali la lapidazione e la fustigazione, una donna di 22 anni è stata impiccata recentemente nella provincia di Ghur. Evidentemente l’impegno dell’Italia per la ricostruzione del sistema giudiziario non ha portato gli effetti auspicati.
Punizioni e violenze: le donne disperate si suicidano dandosi fuoco, vittime di stupri di gruppo (anche una bambina di otto anni è stata violentata mentre tornava da scuola), ragazze sfigurate con l’acido. La violenza contro le donne è in aumento, secondo la Commissione indipendente per i diritti umani. Sono fatti terribili, ma le famiglie hanno paura a sporgere denuncia. Spesso sono proprio le vittime della violenza ad essere punite. Come è successo a Gulnaz, una ragazza di 21 anni, che aveva denunciato di essere stata stuprata dal cugino del marito, un uomo di potere, che l’ha anche messa incinta. La donna è stata condannata a 20 anni per adulterio, pena poi ridotta a 12 anni, poi a 3 dall’alta corte. Pena che avrebbe evitato se avesse sposato lo stupratore. Comunque a dicembre è uscita dal carcere senza scontare la pena perché graziata da Karzai. A ottenere la grazia è stata l’avvocata americana Kimberley Motley, che ha deciso di assumere la difesa di Gulnaz. Kimberley Motley vive da quattro anni a Kabul, dove esercita la sua professione di avvocato ed è riuscita ad ottenere (unica straniera) la possibilità di difendere afghani in Tribunale.
L’amministrazione Obama ha posto fine all’interventismo militare di Bush, vero. Ma nei territori oggetto delle invasioni occidentali non vi è stata alcuna accelerazione nella ricostruzione. Quei popoli sono stati abbandonati al proprio destino; e le teste calde che si stanno contendendo la candidatura a Presidente nelle file dei Repubblicani, nonché le dichiarazioni arrendevoli dello stesso Barack, non lasciano presagire nulla di buono.
(Fonte: Il Manifesto)

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