IL SI’ STENTATO DEI LAVORATORI FIAT DI POMIGLIANO ALL’ACCORDO

A quanti di noi nella propria vita è stato detto almeno una volta: “O mangi questa minestra o salti dalla finestra”, con sfumature in base al proprio dialetto locale? Sicuramente in tanti, e tra questi, seppur indirettamente, ritroviamo anche i dipendenti della sede FIAT “Gianbattista Vico” di Pomigliano d’Arco messi pratica di fronte ad un bivio: da un lato accettare un accordo che porta alla perdita di molti diritti acquisiti ma alla conservazione del proprio posto di lavoro, dall’altro la perdita definitiva di quest’ultimo. Martedì scorso hanno dovuto scegliere con un referendum, dal sapore tragico.
Il 95% dei dipendenti che ha partecipato al voto ha detto SI’ all’accordo siglato lo scorso 15 giugno tra i vertici dell’azienda e le sigle sindacali, eccetto la FIOM. Un sì però non plebiscitario, visto che si è attestato su una percentuale pari al 63% circa dei votanti; e sicuramente sulle scelte future che dovranno essere prese per far sì che la sede “Gianbattista Vico” di Pomigliano d’Arco (Comune a Nord di Napoli) continui ad essere operativa almeno per una decina di anni (stando alle stime forse anche troppo ottimiste) peserà anche quel quasi 37% dei votanti che ha detto NO al piano.
I vertici FIAT, nonché il Ministro del welfare Maurizio Sacconi, auspicavano in un SI’ più forte, magari che andasse verso l’80%; ma così non è stato. Il NO è stato molto ampio tra gli operai, categoria su cui ovviamente peseranno di più i sacrifici, dato il lavoro più duro a cui è sottoposta rispetto alla classe impiegatizia (che ha votato a netta prevalenza per il sì).
Ma cosa prevede questo piano? Intanto che l’impianto di Pomigliano, da anni a rischio chiusura, sia il destinatario della produzione della Nuova Panda, che i vertici dell’azienda torinese minacciano di portare in Polonia, Paese toccasana per le aziende italiane (come tanti ex comunisti dell’est Europa), dato il vigente costo della manodopera molto più basso e la minore pressione fiscale.
Ecco nello specifico gli 8 punti salienti dell’accordo:
1. Orari di lavoro
La produzione dei veicoli sarà realizzata per 24 ore al giorno e per 6 giorni la settimana, sabato compreso, con 18 turni settimanali per coprire la catena di montaggio. Ogni turno avrà la durata di 8 ore, con la pausa mensa, fissata dal contratto nazionale, di 30 minuti. Solo che la pausa mensa viene spostata a fine turno.  Dunque, per i lavoratori, si tratterebbe di fatto di sette ore e mezza senza refezione. La mezz’ora di mensa, poi, può essere (sarà) sacrificata per recuperare le perdite di produzione.  Le attività di manutenzione saranno invece svolte su 7 giorni per 24 ore giornaliere, nei tre turni e con le stesse modalità.
2. Straordinari
Fiat si riserva di far ricorso a 80 ore di straordinario in più per lavoratore all’anno, senza dover ottenere un via libera dai sindacati, sui turni di lavoro interi. Queste 80 ore non negoziabili si aggiungono alle 40 ore già previste dal contratto collettivo nazionale. In tutto, dunque, 120 ore di straordinario obbligatorio: tre settimane di lavoro. I lavoratori saranno avvisati (“di norma”) con quattro giorni di anticipo sulla necessità di fare straordinario, e ci sarà un margine di tolleranza sulle ore pari al 20%, cosa che consentirà la sostituzione con personale volontario. Inoltre, per esigenze produttive, per i singoli operai lo straordinario potrà raggiungere le 200 ore annue, da effettuare durante la pausa di mezz’ora (di cui sopra) prevista al cambio turno.
3. Bilanciamenti produttivi
La mobilità interna tra le aree produttive manterrà un’alta flessibilità per consentire una distribuzione omogenea dei lavoratori durante i loro turni. In pratica entro la prima ora di ogni turno gli operai potranno essere spostati per coprire assenze, carenze o problemi tecnici.
4. Organizzazione del lavoro
Il piano prevede l’investimento in alcune nuove soluzioni per ottimizzare i tempi alla catena di montaggio e riorganizzare così le pause. Si passerà a un regime di tre pause da 10 minuti ciascuna da fruire collettivamente nell’arco del turno di lavoro. Scompaiono le due pause da 20 minuti, sostituite da tre pause da dieci minuti, e si perdono quindi 10 minuti di pausa in ogni turno. Ovviamente, alle due pause di 20 minuti, nel regime precedente, si sommava la mezz’ora mensa – che, ora, come abbiamo visto, sarà spostata a fine turno e, per più o meno obbligatorie esigenze di produzione, sarà destinata a saltare. (I dieci minuti in più – senza tener conto dei limiti di saturazione – saranno retribuiti come “indennità di prestazione collegata alla presenza”: nel migliore dei casi, 30 euro lordi al mese).
5. Formazione e ristrutturazione
Mentre Fiat provvederà a ristrutturare lo stabilimento, i lavoratori seguiranno una serie di corsi di aggiornamento. I corsi di formazione saranno tenuti nel periodo di cassa integrazione dei lavoratori e saranno obbligatori per tutti gli operai implicati (le spese di trasporto saranno a carico dei lavorattori in cassa integrazione). Il rifiuto di seguire i corsi o l’assenza non motivati saranno perseguiti disciplinarmente.
6. Cassa integrazione
Nei due anni previsti per ristrutturare l’impianto, Fiat ricorrerà alla cassa integrazione straordinaria.
7. Assenteismo e scioperi
La società si riserva di non retribuire, com’è tenuta a fare, i primi tre giorni di malattia, quando ritenga di considerarli casi di “assenteismo anomalo” – solitamente registrati nei picchi di assenze per malattia, per scioperi e per “messa in libertà” per cause di forza maggiore.
8. Clausole di responsabilità e di esigibilità
Le parti hanno anche compilato una “clausola di responsabilità” con l’impegno di rispettare quanto stabilito nell’intesa, pena effetti liberatori per l’azienda. Si prevede una “commissione paritetica” incaricata di valutare le controversie sulle circostanze di assenze, scioperi e deroghe varie, restando comunque l’ultima parola all’azienda.
Il venir meno, da parte del singolo lavoratore, per qualsiasi motivo, anche ad una sola delle clausole previste nell’accordo, costituisce un’infrazione punibile con provvedimenti disciplinari e licenziamenti e comporta il venir meno dell’efficacia nei suoi confronti delle altre clausole.
Come si evince, una minestra difficile da mandar giù. Ma per tanti dipendenti di Pomigliano che hanno moglie e figli, il SI’ è stato obbligatorio; e a dipendere dalla loro scelta ci sono anche le società legate all’indotto, come la ex Ergom (azienda che fornisce componenti plastici alla Fiat), 700 dipendenti in cassa integrazione da quasi due anni. La preoccupazione è che questo stato di schiavitù cui saranno sottoposti i dipendenti potrebbe protrarsi per anni o addirittura per sempre, a discapito soprattutto di chi ha iniziato a lavorare da poco tempo e rischia di continuare a vita in quelle condizioni. Facile pensare infatti che da questo contratto difficilmente si tornerà indietro, pena la chiusura degli impianti; anzi tutto fa temere che in futuro potrebbe anche prevedere condizioni peggiori.
La rivoluzione operaia del ’68, l’articolo 18, l’autunno caldo dell’80, sono ormai lontani ricordi; mentre di contro, la FIAT è coccolata dallo Stato mediante sovvenzioni statali da oltre un secolo, minacciando ugualmente di tanto in tanto la chiusura di qualche stabilimento.

(Fonte: Corriere della sera)

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