IL GOVERNO MONTI SANCISCE IL FALLIMENTO DELLA POLITICA ITALIANA

L’ESECUTIVO E’ FORMATO DA SOLI PROFESSIONISTI

Il neonato Governo tecnico guidato da Mario Monti, personaggio politicamente bipartisan molto apprezzato dall’Europa e non solo, è il quinto negli ultimi vent’anni di storia del nostro Paese. Grave sintomo di un sistema politico italiano incapace da anni di produrre personalità di spicco e di proporre riforme che tengano salde le redini del Paese. A fallire ancora una volta è dunque la politica, la mancanza di partiti stabili, leader di spessore, uomini coerenti, umili, affidabili, pronti a sacrificarsi per il bene del Paese.


L’INDECENTE CRONISTORIA DEGLI ULTIMI 17 ANNI – Quando la Seconda Repubblica nacque sulle ceneri della Prima, con tanto di bipolarismo e sistema maggioritario, si sperò in governi più stabili e duraturi. E invece, si è garantita solo l’alternanza tra le coalizioni; ma di fatti i Governi sono stati sempre fragili, in carica mediamente due o tre anni.
Le elezioni del ’94 portarono al governo il nuovo che avanzava (almeno sulla carta), Silvio Berlusconi, la cui alleanza con la Lega durò a malapena 9 mesi. Poi arrivò il Governo Prodi nel ’96, anch’esso durato appena due anni per l’uscita dalla maggioranza di Rifondazione, succeduto così dai due governi della “tigre del ribaltabile” D’Alema, che si concesse pure un bis.
Anche il Governo Berlusconi 2001-06, di cui si dice essere stato il più lungo dal ’48, ha avuto bisogno di un rimpasto a metà percorso. Poi ritoccò a Prodi, durato nuovamente meno di due anni e appunto l’uscente Governo Berlusconi, durato poco più di tre anni. Alla faccia della stabilità.

GOVERNO TECNICO COME PRASSI – Alla luce di ciò, occorre il tanto sbandierato ritorno al voto di preferenza (che responsabilizza i parlamentari, i quali devono tener conto al proprio elettorato), un innalzamento della soglia di accesso al Parlamento per i partiti (che porterebbe a una semplificazione del frammentato quadro politico), ma soprattutto, che il Governo tecnico diventi la norma e non la regola. Assegnare cioè incarichi di responsabilità a personalità autorevoli, esperti di settore, e non a parlamentari piazzati ai dicasteri solo perché zelanti Yes-man o, peggio ancora, portatori di interessi privati da tutelare e promuovere.
L’uscente Governo Berlusconi deve essere considerato il punto di arrivo e di non ritorno della Seconda Repubblica. Una degenerazione a cui porre fine, tornando alla politica seria e istituzionalizzata della Prima. Già perché chi ci ha governato negli ultimi 18 anni, è riuscito perfino a farcela rimpiangere.

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