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IL CROLLO DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA

Data ultima modifica: 4 Febbraio 2013

NEGLI ULTIMI DIECI ANNI QUASI 1 STUDENTE SU 5 IN MENO, E NEGLI ULTIMI SEI I DOCENTI SONO DIMINUITI DEL 22%
Tutti negativi i dati forniti dal Consiglio universitario nazionale attraverso il documento “Dichiarazione per l’università e la ricerca, le emergenze del sistema”. Vuoi per la crisi economica, che ha riportato gli studi universitari ad essere cosa per pochi; vuoi per i continui tagli agli atenei che hanno ridotto i servizi e le borse di studio; vuoi per i difetti cronici del mercato del lavoro italiano (disoccupazione e mancata premiazione del merito) che spingono sempre più studenti a iscriversi all’estero o a non iscriversi affatto; vuoi per le scarse opportunità date ai ricercatori.

CALO DI ISCRITTI –  In dieci anni gli immatricolati sono scesi da 338.482 (2003-2004) a 280.144 (2011-2012), con un calo di 58.000 studenti (-17%). Come se in un decennio – quantifica il Cun – fosse scomparso un ateneo come la Statale di Milano. Il calo delle immatricolazioni riguarda tutto il territorio e la gran parte degli atenei. Ai 19enni, il cui numero è rimasto stabile negli ultimi 5 anni, la laurea interessa sempre meno: le iscrizioni sono calate del 4% in tre anni: dal 51% nel 2007-2008 al 47% nel 2010-2011.
L’ufficio studi di Almalaurea accende i riflettori su un fenomeno, quello degli abbandoni scolastici, che potrebbe in parte spiegare i nuovi dati: «La selezione pre-università è talmente forte che oggi si iscrivono a una facoltà 29 diciannovenni su cento. Se consideriamo la popolazione che termina le scuole superiori, il calo è stato del 10%: dal 74% dei primi anni del 2000 si è passati al 64%.
LE DIFFERENZE GEOGRAFICHE – Il calo però non è ovunque uguale: «L’Italia è spaccata», dice il ministro dell’Università, Francesco Profumo, in un’intervista a Radio 24. «In due regioni – ha spiegato – Piemonte e Trentino, aumentano le immatricolazioni. Poi ci sono regioni come Liguria, Veneto, Valle d’Aosta, Friuli, Marche e Toscana che hanno ridotto le immatricolazioni ma meno della media nazionale. In altre arriviamo fino al 36% in meno. Il Paese è spaccato». «Le università – ha poi ricordato il ministro – dal 1989 sono istituzioni autonome e responsabili, il ministero è un regista, ma la parte di attuazione avviene attraverso le autonomie dell’università».
I TAGLI – Il numero dei laureati nel nostro Paese è destinato a calare ancora anche perchè, negli ultimi 3 anni, il fondo nazionale per finanziare le borse di studio è stato ridotto. Nel 2009 i fondi nazionali coprivano l’84% degli studenti aventi diritto, nel 2011 il 75%.
In sei anni sono stati eliminati 1.195 corsi di laurea. Quest’anno sono scomparsi 84 corsi triennali e 28 corsi specialistici/magistrali. Se questa riduzione è stata inizialmente dovuta ad azioni di razionalizzazione, ora dipende invece in larghissima misura – si fa notare – alla pesante riduzione del personale docente.
Rispetto alla media Ue, in Italia abbiamo 6.000 dottorandi in meno che si iscrivono ai corsi di dottorato. L’attuazione della riforma del dottorato di ricerca prevista dalla riforma Gelmini è ancora al palo e il 50% dei laureati segue i corsi di dottorato senza borsa di studio.
In soli sei anni (2006-2012) il numero dei docenti si è ridotto del 22%. Nei prossimi 3 anni si prevede un ulteriore calo. Contro una media Ocse di 15,5 studenti per docente, in Italia la media è di 18,7. Pur considerando il calo di immatricolazioni, il rapporto docenti/studenti è destinato a divaricarsi ancora per una continua emorragia di professori che non vengono più assunti. Il calo è anche dovuto alla forte limitazione imposta ai contratti di insegnamento che ciascun ateneo può stipulare.
Dal 2001 al 2009 il Fondo di finanziamento ordinario (Ffo), calcolato in termini reali aggiustati sull’inflazione, è rimasto quasi stabile, per poi scendere del 5% ogni anno, con un calo complessivo che per il 2013 si annuncia prossimo al 20%. Su queste basi e in assenza di un qualsiasi piano pluriennale di finanziamento moltissime università, a rischio di dissesto – osserva il Cun- non possono programmare nè didattica nè ricerca.
A forte rischio obsolescenza poi le attrezzature dei laboratori per la decurtazione dei fondi: anche i finanziamenti Prin, cioè i fondi destinati alla ricerca libera di base per le università e il Cnr, subiscono tagli costanti: si è passati da una media di 50 milioni all’anno ai 13 milioni per il 2012. Infatti dai 100 milioni assegnati nel 2008-2009 a progetti biennali si è passati a 170 milioni per il biennio 2010-2011 ma per progetti triennali, per giungere a meno di 40 milioni nel 2012, sempre per progetti triennali.
LAUREATI E LAUREANDI – Quanto a laureati, l’Italia è largamente al di sotto della media Ocse: 34esimo posto su 36 Paesi. Solo il 19% dei 30-34enni ha una laurea, contro una media europea del 30%. Il 33,6% degli iscritti, infine, è fuori corso mentre il 17,3% non fa esami.
Questi numeri bocciano senza equivoci le varie riforme messe in atto negli ultimi anni al fine di rivalorizzare l’Università italiana: da quella Berlinguer a quella Moratti, fino a quella Gelmini. Hanno solo finito per creare confusione con una proliferazione di corsi inutili, ridurre i fondi anziché razionalizzarli e non incentivare il merito. Vedremo se il prossimo Governo venuto fuori dalle urne raddrizzerà la situazione.
Il Ministro tecnico Profumo ha avuto poco tempo per metterci mano. Meno male. Tra i pochi provvedimenti messi in atto vi è l’aumento delle tasse per i fuori corso; il quale, se è vero che punisce gli studenti pigri e fannulloni, danneggia anche chi rallenta gli studi perché costretto a lavorare per pagarseli.

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