Glifosato nella pasta fa male? Non sempre, cosa sapere

Glifosato nella pasta fa male? Non sempre, cosa sapere

Introduzione

Da alcune settimane, è scattato un vero e proprio allarme Glifosato. Giacché, secondo alcune analisi, sarebbe contenuto in quantità importanti in alcuni noti marchi italiani di pasta.

La situazione è comunque più complessa e il Glisofato non è totalmente condannabile come si crede. La questione ricorda un po’ quella della Nutella, qualche anno fa finita nella gogna mediatica per la questione olio di palma. Sebbene, alla fine, resti la crema spalmabile più amata in Italia (e in alcuni paesi del Mondo) e la famiglia italiana restino altrettanto in vetta come la più ricca del nostro Paese.

Torniamo al Glifosato e vediamo se e quando fa male e dove è contenuto oltre la pasta.

Glifosato cos’è

Cos’è il Glifosato? Come riporta l’AIRC – Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – si tratta di un erbicida introdotto in agricoltura negli anni ’70 da Monsanto. Multinazionale americana poi rilevata dalla tedesca Bayern, con diverse denunce e condanne a carico per i prodotti particolarmente aggressivi rispetto ai prodotti agricoli e i tanti malori provati dagli agricoltori. Viene commercializzata col nome di Roundup.

Glifosato a cosa serve

Il glifosato elimina ogni erbaccia o pianta tranne quella resistente che si desidera coltivare. Si aumenta così la resa per ettaro e si riduce l’impegno per l’agricoltore. Viene usata anche in ambienti urbani per mantenere strade e ferrovie libere da erbacce infestanti.

È attualmente l’erbicida più usato al mondo anche per la caratteristica di rimanere negli strati superficiali del terreno e di essere degradato e distrutto con relativa facilità dai batteri del suolo.

Dal 2001, complice la scadenza del brevetto di Monsanto, viene prodotto da tante altre aziende.

Perché Glifosato fa male

Uno studio che ha lanciato più di tutto l’allarme riguardo i rischi che esso comporta, è stato condotto da un gruppo di ricercatori francesi diretti da Gilles-Eric Séralini. Il quale aveva segnalato una grave cancerogenicità.

La ricerca, i cui risultati furono pubblicati nel 2012 sulla rivista Food and Chemical Toxicology, aveva ottenuto grande risonanza ma anche molte critiche. Al punto da essere stata cancellata dalla rivista per evitare polemiche e perdita di credibilità.

La sede di Lione dell’IARC ha preso in esame tutti gli studi relativi ai possibili effetti per gli esseri umani e per gli animali. L’analisi approfondita si è conclusa nel 2015, con la decisione di inserire il glifosato nella lista delle sostanzeprobabilmente cancerogene” (categoria 2A). Alla stregua di altre sostanze o alimenti, come

  • DDT
  • steroidi anabolizzanti
  • emissioni da frittura ad alta temperatura
  • carni rosse
  • bevande bevute molto calde
  • emissioni prodotte dal fuoco dei camini domestici alimentati con biomasse, soprattutto legna

La conclusione è che c’è un potenziale rischio cancerogenicità negli esseri umani, ma più significativo negli animali.

Negli esseri umani, il glifosato potrebbe comportare l’aumento del rischio di sviluppare linfomi non-Hodgkin tra gli agricoltori esposti professionalmente a questa sostanza. Gli studi di laboratorio in cellule in coltura hanno dimostrato danni genetici e stress ossidativo.

In seno all’Ue, i paesi stanno agendo anche su questo tema in modo diverso. Francia e Olanda stanno vietando o disincentivando l’uso soprattutto domestico e nelle aree delicate, mentre in Italia dal 2016 ne è vietato l’uso nelle zone altamente frequentate dalla popolazione o da gruppi vulnerabili quali “parchi, giardini, campi sportivi e zone ricreative, aree gioco per bimbi, cortili e aree verdi interne a complessi scolastici e strutture sanitarie“. Così come ritirare i prodotti contenenti ammina di sego polietossilata accoppiata al glifosato.

L’uso del glifosato è comunque attualmente ammesso nell’Unione europea fino al 15 dicembre 2022. Quando occorrerà un nuovo “disco verdeda parte di ECHA ed EFSA. La procedura richiede infatti diversi passaggi di valutazioni e revisioni e attori coinvolti.

Altre ricerche che ritengono il Glifosato non pericoloso

Nel 2015, l’EFSA – l’Autorità europea per la sicurezza alimentare – ha condotto un’altra valutazione tecnica – affidata all’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio – secondo la quale

è improbabile che il glifosato costituisca un pericolo di cancerogenicità per gli esseri umani. Nuovi livelli di sicurezza che renderanno più severo il controllo dei residui di glifosato negli alimenti

Nel 2016 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e l’Organizzazione delle nazioni unite per il cibo e l’agricoltura (FAO) hanno condotto un’analisi congiunta giungendo anche loro alla conclusione che

è improbabile che il glifosato comporti un rischio di cancro per gli esseri umani come conseguenza dell’esposizione attraverso l’alimentazione

Ambiguo invece il parere dell’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA) – l’autorità che è competente per la legge sulla classificazione e l’etichettatura delle sostanze e delle miscele – la quale classifica il glifosato come una sostanza che può provocare lesioni oculari e come sostanza tossica per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata. Tuttavia, la stessa nel 2017 ha poi fatto marcia indietro, asserendo che in base alle prove scientifiche disponibili al tempo, il glifosato non soddisfaceva i criteri per essere classificato come cancerogeno, mutageno o tossico per la riproduzione.

Nel 2016, l’US Environmental Protection Agency (EPA) ha fatto anche essa marcia indietro, asserendo che non fosse pericolosa per l’uomo.

Glifosato dove si trova

Come riporta Salepepe, il glifosato non è presente solo in frutta e verdura, ma in molti cibi: pasta, farine e farinacei. Si trova anche in carne, latte e derivati: oltre l’85% dei mangimi utilizzati in allevamenti, infatti, sono costituiti da mais, colza, soia per i quali l’erbicida viene abbondantemente usato. Accumulandosi così nella carne degli animali e nei prodotti derivati di cui poi ci nutriamo.

La brutta notizia è che noi importiamo abbondantemente grano canadese, che fa un uso importante del glifosato. Come denunciai qui.

Glisofato fa male?

Altri studi interessanti per la discussione, sono quello dell’Istituto Ramazzini chiamato Global Glyphosate Study condotto sui ratti. Come riporta Agrodolce, ha rivelato infatti che, anche se sottoposti a una dose ritenuta sicura, c’è stata un’alterazione del microbioma (l’insieme di microorganismi che vivono in un determinato ambiente). In particolare, gli effetti riguardano principalmente i marcatori relativi alla genotossicità (capacità di una sostanza di modificare il materiale genetico delle cellule), alla sessualità e all’alterazione del microbioma intestinale.

Tuttavia, si parla anche di necessità di ulteriori conferme e studi a lungo termine.

O come l’indagine della rivista Il Salvagente, che si occupa della difesa dei diritti dei consumatori. La quale ha puntato il dito non solo sul glifosato ma sulla presenza di diverse tracce di pesticidi. Si tratta sempre di valori al di sotto del limite di legge per le singole sostanze. Il problema è che sembrano esserci tanti residui diversi tutti insieme, si parla infatti di “rischio cocktail“.

La ricerca è stata ripresa anche da Striscia La Notizia che ha portato la testimonianza della dottoressa Patrizia Gentilini, oncologa ed ematologa. Qui un servizio dedicato al glisofato sempre del programma.

Insomma, non c’è una risposta univoca alla domanda se il glisofato fa male o no. O, probabilmente, non vogliono darcela. Le ricerche si accavallano, così come le leggi sono ambigue e non sempre applicate. Le stesse agenzie preposte ai controlli si contraddicono.

Conclusioni

Probabilmente non si può fare a meno di questa sostanza, visto che il consumo è diventato di massa e la produzione industriale. Oltre al fatto che ci siamo abituati a preferire frutta e verdura bella e splendente altrimenti non la compriamo. Ma per essere tale, viene presumibilmente trattata chimicamente.

Forse dovremo tornare a rivalutare il vermetto della mela bacata, che quanto meno ci dice che quella mela è stata trattata in modo naturale.

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Pubblicato da Luca Scialò

Sociologo, blogger, web writer. Amo il Cinema, l'Inter e ovviamente scrivere. La mail per contattarmi: [email protected] Ricevi le News su Telegram senza censure Le voci di dentro su Telegram

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