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Dal Cile al Libano passando per la Catalogna: il Mondo è in fiamme

Data ultima modifica: 28 Ottobre 2019

Cile, Ecuador, Libano, Catalogna, Russia, Hong Kong, Egitto. Tutti i continenti stanno vivendo un autunno caldo. E non solo per il clima. Proteste infervorano per le strade di vari angoli della Terra, come fiammelle accese qua e là innestate dagli stessi motivi: disuguaglianza, corruzione, oppressione.

Gli stessi motivi che da secoli spingono i popoli a muoversi contro il potere di turno. Sebbene, solitamente, ad una rivoluzione faccia seguito l’instaurazione di un altro potere. Con gli stessi difetti, se non peggiore. Il Mondo è sempre andato così. Del resto, quella di Marx di un mondo egualitario, senza classi, risultato ultimo della rivoluzione degli ultimi, si è sempre rivelata una utopia.

Ma protestare serve, soprattutto con decisione e violenza. Se si vuole ottenere qualcosa. Non certo con le fiaccolate o le manifestazioni di routine del venerdì, per gabbare la scuola e magari fare pure un ponte prolungato. Ogni riferimento alla Green Generation è puramente voluto.

In fondo, in paesi succitati hanno la rivolta nel sangue. Sono pronti a perdere tutto per guadagnare qualcosa. Vediamo cosa sta accadendo in questi .

Cosa sta accadendo in Cile

cile proteste foto

Come riporta LaRepubblica, è già stata ribattezzata come “La Marcha más grande de Cile”, la più grande manifestazione nella storia del Paese. Solo a Santiago, in Plaza Italia, è stata stimata un’affluenza di più di un milione e duecentottantamila persone, e il numero è arrotondato per difetto. Ma concentrazioni identiche e altrettanto affollate ci sono state in tutto il resto del paese.

Insomma, al coprifuoco imposto dal Governo e alle violazioni dei diritti umani compiute in questi giorni dall’Esercito e dai carabineros, è arrivata ieri una risposta impressionante da parte della popolazione che alle 17 in punto si è riversata nelle strade e nelle piazze dando una dimostrazione di forza e di unità mai viste prima.

Questi i motivi del contendere secondo i manifestanti: “Allontanare le forze armate dalle strade”; “cancellare tutte le leggi che sono state fatte contro il popolo”; e “convocare un’assemblea costituente per chiedere una nuova costituzione”.

Obiettivo principale, seppur non dichiarato, della manifestazione è senza dubbio il presidente Sebastián Piñera. A fine serata, ha twittato:

“La folla gioisa e pacifica sfila con i cileni che chiedono un Cile più giusto e solidale, questo apre un grande cammino di avvenire e di speranza. Abbiamo capito il messaggio”.

Mentre la presidente del governo regionale Karla Rubilar:

“E’ stato un’incredibile trionfo dei cittadini”.

Del resto, il potere ha dovuto ricredersi dinanzi alle evidenze. Una serie di gaffe, come le immagini di Piñera che festeggiava in pizzeria mentre Santiago letteralmente bruciava, o come la confessione involontaria della première dame Cecilia in un audio inviato ad un’amica (“questi sono come degli alieni, dobbiamo prepararci a rinunciare ai nostri privilegi”), hanno incendiato definitivamente gli animi.

E la crisi politica si è mostrata al mondo intero per quello che di fatto era. L’atto finale del conflitto sotterraneamente maturato negli anni, tra l’élite ricca del paese e la stragrande maggioranza dei cittadini.

Cosa accade in Ecuador

ecuador proteste foto

Spostiamoci, ma di poco, per arrivare in Ecuador. Altro paese Latinoamericano in fermento. Come riporta Dinamo press, quello di ottobre è stato un vero “levantamento”, come si chiama qui una rivolta popolare, durata oltre dieci giorni, innescata dall’emanazione da parte del governo del presidente Lenin Moreno del decreto 883 (il “paquetazo”). La quale prevedeva la rimozione dei sussidi sui carburanti (i cui prezzi sarebbero aumentati di una media del 123%), il licenziamento di 10mila dipendenti del pubblico impiego, il taglio drastico dei loro giorni di ferie, la destinazione di un mese di stipendio al risanamento del debito e misure di agevolazione per importazioni di macchinari per l’industria e il settore agricolo.

Queste le condizioni poste dal Fondo Monetario Internazionale per la concessione di un prestito necessario per ripianare i debiti del paese, e che seguono l’accordo concluso nel febbraio 2019.

L’anno precedente il presidente Moreno aveva assicurato l’esenzione fiscale per banche e per le 50 più grandi imprese del paese che rappresentavano l’80% delle entrate per le casse dello stato.

L’evasione fiscale aveva raggiunto i 4600 milioni di dollari e il debito estero ad aprile 2018 quasi 59 miliardi di dollari.Il pacchetto di riforme concordato con l’FMI prevede anche la privatizzazione di imprese pubbliche, misure classiche di austerità che hanno caratterizzato la gestione delle crisi finanziarie in America Latina dei decenni passati.

Misure che hanno portato a un aumento esponenziale del tasso di povertà nel paese: nel dicembre 2014 i poveri in Ecuador rappresentavano il 35,3 della popolazione, nel giugno di quest’anno il 43,8%, equivalenti a 7,6 milioni su 17,3 milioni di abitanti.

Intanto gli accordi raggiunti tra governo e dirigenti della CONAIE sono ancora in fase di stallo, mentre i sindacati, invitati a un tavolo di negoziato separato da Moreno, annunciano una nuova grande mobilitazione per il 30 ottobre, visto che una volta incassato l’accordo iniziale con gli indigeni Moreno ha pensato bene di non presentarsi all’appuntamento con i rappresentanti dei lavoratori. Ma proprio ieri sera la mobilitazione annunciata è stata revocata.

Nel frattempo la luna di miele di Moreno è ormai terminata: i leader indigeni della protesta ora sono tutti a rischio di condanna per sedizione e sequestro di persona (alla dichiarazione dello stato di emergenza e l’imposizione de coprifuoco gli indigeni avevano risposto con il loro stato di emergenza e il “trattenimento” di decine di agenti di polizia).

Si cerca di ricostruire la catena di comando degli eventi drammatici che hanno causato la morte di 8 dimostranti, il ferimento di un migliaio e l’arresto di altrettanti dimostranti per chiedere giustizia, verità e riparazione per le gravissime violazioni dei diritti umani da parte delle forze di polizia.

In un altro Paese sudamericano, la Bolivia, si sono invece tenute le elezioni presidenziali che hanno visto la conferma di Evo Morales. Non senza qualche protesta. Fermenti, meno veementi, si sono verificati pure in Colombia e Argentina. Ancora drammatica, sebbene se ne parli di meno, la situazione in Venezuela.

Libano e la rivoluzione di WhatsApp

E’ già stata ribattezzata la rivoluzione di WhatsApp. Un segno dei tempi. Come riporta Esquire, quasi 2 milioni e mezzo di persone sono scese in strada in tutte le principali città del Paese levantino, saturando quotidianamente le piazze di Beirut, Tripoli, Tiro, Sidone, Baalbek, Batroun, Zahle e Nabatiyeh.

Era iniziato tutto con una piccola protesta – accompagnata da alcuni atti di vandalismo – portata avanti da alcuni ragazzi nel centro della capitale al tramonto di giovedì 17 ottobre, a poche ore dall’annuncio da parte del ministro delle Telecomunicazioni della proposta di introduzione di una nuova tassa indiretta, da applicare sull’utilizzo di Whatsapp.

Ed è sfociata in una settimana di invasione letterale e massiva delle strade del Paese, durante la quale banche, scuole e università sono rimaste chiuse, assieme a diverse arterie stradali.

Quella sul servizio di messaggistica istantanea è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un Paese alle prese con una crisi economico-sociale che si perpetua da troppo tempo, e che solo un paio di giorni prima aveva testimoniato l’incapacità dello Stato di far fronte all’emergenza degli incendi scoppiati nelle foreste libanesi, con la clamorosa notizia dell’impossibilità di utilizzare i velivoli antincendio Sikorsky, fuori uso per mancata manutenzione.

La protesta in corso, che con crescente insistenza i manifestanti definiscono una “thawra” (rivoluzione), è allo stesso tempo assimilabile ed estranea ai moti regionali del 2011: assimilabile, perché ha a che fare con una presa di coscienza diffusa da parte della società civile, che reclama i propri diritti di cittadinanza (al posto di quelli connessi all’appartenenza ad una delle 18 confessioni del Paese), maggiore equità e un cambiamento radicale del sistema istituzionale basato sul “consociativismo confessionale”, premessa di logiche clientelari e di una diffusa corruzione.

Basterebbero alcuni numeri – che comunque non esauriscono il quadro – per capire il livello di polarizzazione e di sperequazione economico-reddituale in Libano: secondo le Nazioni Unite l’1% della popolazione detiene circa il 25% del reddito nazionale, e nel 2017 il 20% dei depositi bancari complessivi era concentrato in circa 1600 conti correnti (lo 0,1% di tutti i conti correnti).

Se il Libano fa i conti con uno dei debiti pubblici più alti al mondo – cresciuto del 2120% dal 1990 ad oggi, con un rapporto debito/pil del 150% e interessi altissimi -, e con quasi la metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà relativa, le banche commerciali registrano profitti record, detenendo gran parte del debito nazionale e alimentando in questo modo la percezione di ingiustizia sociale. Molte di esse sono di proprietà dei politici di turno o dei loro parenti, ed è di oggi la notizia di un procedimento penale nei confronti dell’ex premier Najib Mikati, uno degli uomini più facoltosi del Paese, accusato di aver ottenuto dalla Audi Bank prestiti agevolati per l’acquisto di alcune case.

Nel 2017 i profitti della Audi Bank hanno raggiunto i 560 milioni di dollari, quelli della Blom Bank 731 milioni di dollari, cifre superiori a quelle registrate da Standard Chartered, tra i principali istituti britannici. I profitti totali delle prime 14 banche libanesi costituiscono circa il 4,5% del Pil nazionale, una percentuale che in Gran Bretagna è dell’1%, in Germania dello 0,2% e negli Stati uniti dello 0,9%.

Il sistema fiscale non funziona ed è basato in gran parte su tasse indirette (quelle sui consumi), che per loro natura sono regressive ed inique, colpendo poveri e ricchi allo stesso modo: il 60% delle entrate fiscali è costituito dall’IVA.

La Catalogna torna ad infiammarsi

Anche la dormiente Europa, che di rivoluzioni ormai ne vede di rado, ha la sua fiammella. Con epicentro Barcellona. Come riporta LaRepubblica, la Catalogna che sogna l’indipendenza e respinge il pugno duro della giustizia spagnola contro i suoi leader si è di nuovo radunata a Barcellona. Almeno 350 mila persone, secondo le cifre generalmente al ribasso fornite dalla polizia locale, sono scese in piazza al grido “libertà per i prigionieri politici”.

La manifestazione si è svolta ieri pacificamente fino alla serata, quando scontri si sono verificati nei pressi della centrale della polizia a Via Laietana, dove migliaia di persone si erano radunate, quindi in altri punti del centro, con barricate e fuochi in strada. La polizia – che ha risposto al lancio di oggetti – ha caricato in varie occasioni. Un primo bilancio parla di 15 feriti tra cui un poliziotto caduto da un mezzo in movimento e tre arresti.

Il bersaglio dei manifestanti è l’Alta corte di Madrid, che 16 giorni fa ha condannato nove leader indipendentisti, rei di aver promosso il referendum secessionista del 2017, a pene tra i 9 e i 13 anni di carcere. Con il risultato di un’ondata di proteste, costate finora circa seicento feriti e decine di arresti, dopo l’infiltrazione di gruppi violenti nei cortei pacifici.

Alla Moncloa, per ora, la porta del confronto con le autorità catalane resta chiusa. Lo ha ribadito la vicepremier Carmen Calvo, ricordando che

“il governo ha incontrato gli esponenti della Generalitat in diverse occasioni, ma li ha avvertiti che parlare di diritto all’autodeterminazione è una cosa che non esiste”.

E probabilmente a Madrid si confida anche nella parte della Catalogna che di indipendenza non vuol sentir parlare. E che domani ha in programma una contro-manifestazione unionista, sempre a Barcellona.

Difficile stabilire se alla Catalogna l’autonomia convenga. Ci sono aspetti positivi ed altri negativi.

Russia, lo scorso luglio le proteste contro Putin

putin guerra nucleare

In Russia di rivoluzioni non se ne vedono da oltre un secolo. Ovvero, da quella famosa e decisiva del 1917. Rivoluzione che non cambiò solo il paese, ma il Mondo intero. Le dittature prima e le oligarchie poi susseguitesi al potere in questo ultimo secolo, hanno tenuto a bada i facinorosi. Con metodi sovente poco democratici.

Il 27 luglio, come riporta Tgcom24, mille persone sono state fermate dalla polizia russa nel centro di Mosca, durante le manifestazioni contro l’esclusione di numerosi oppositori dalle elezioni comunali in programma l’8 settembre. I contestatori si sono radunati di fronte al municipio della capitale russa: il bersaglio principale della loro protesta è il presidente Vladimir Putin.

A organizzare la protesta è stato l’oppositore del Cremlino Alexei Navalny, il quale ha annunciato che continuerà a convocare i raduni fino a quando ai dissidenti non sarà permesso di presentarsi alle elezioni amministrative. La decisione di escludere i candidati, per firme presumibilmente insufficienti nelle petizioni, ha scatenato diversi giorni di manifestazioni a luglio.

Il 24 luglio, Navalny è stato condannato a 30 giorni di carcere proprio per aver organizzato la protesta odierna. Tra gli arresti figura anche un soggetto legato a Navalny, Ivan Shdanov. Tra i leader della manifestazione, sarebbe finito in manette anche Ilja Yashin.

Tutto è dunque tornato alla normalità, in un Paese che tra mille contraddizioni, riesce comunque ad essere impeccabile.

A Hong Kong la rivolta dura da 5 anni

hong kong proteste foto

Ancora scontri ieri a Hong Kong, dopo che, come riporta ADNkronos, la polizia ha caricato una manifestazione convocata per esprimere solidarietà ai giornalisti e alla comunità musulmana. Gli agenti, in tenuta anti sommossa, hanno usato i gas lacrimogeni per attaccare i manifestanti che si erano riuniti nel quartiere di Tsim Sha Tsui.

La reazione dei dimostranti ha portato a numerosi arresti, mentre anche i passanti che si trovavano nella zona, nota per lo shopping, sono rimasti coinvolti negli scontri.

La manifestazione era stata convocata in risposta ai recenti incidenti nei quali la polizia aveva usato gli idranti, caricati con sostanze irritanti, contro una moschea e i giornalisti presenti.

La provincia autonoma, nell’orbita dell’impero cinese, è in subbuglio dal 2014. Quando partì la rivoluzione degli ombrelli. Ho approfondito la tematica qui.

In Egitto tornano le proteste

egitto vacanze

Come riporta RaiNews, l popolo egiziano torna in strada, per protestare contro il Presidente di turno. Questa volta tocca ad Abdelfettah Al Sisi, a capo del paese del nord-Africa dal 2014, chiedendone le dimissioni.

Proprio quel Al Sisi che cinque anni fa nelle elezioni venne visto come “salvatore della patria” e vinse con oltre il 90% dei voti. Anche nel 2018 è stato riconfermato dai cittadini egiziani. La popolazione è però tornata in piazza dal lontano 2013, anno in cui ci furono le grandi proteste verso il presidente Mohamed Morsi che venne deposto da un colpo di Stato portato avanti dai Tamàrrud, un movimento ribelle con vasta partecipazione popolare.

Ma perché in tante piazze dell’Egitto, da piazza Tahrir a Il Cairo, passando per Suez fino ad Alessandria, sta succedendo questo? Mohamed Ali, imprenditore e attore di 45 anni, ha cominciato a inizio settembre a pubblicare dalla Spagna video su YouTube contro il regime di Al Sisi, sostenendo che l’esercito egiziano stia sprecando soldi pubblici in investimenti inutili e che il governo stia spendendo moltissimo per ristrutturare i palazzi presidenziali.

Ma la parola che più utilizza è corruzione.

Luca Scialò

Pubblicato da Luca Scialò

Sociologo, blogger, web writer. Amo il Cinema, l'Inter e ovviamente scrivere

Una risposta a “Dal Cile al Libano passando per la Catalogna: il Mondo è in fiamme”

  1. Il neoliberismo odiato in tutto il mondo, è la vera dittatura mascherata. Lo dimostra perfettamente il caso Cile, dove per l occasione sono state ripristinate leggi risalenti a Pinochet

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