Capacità uditive: come funzionano e i limiti

Capacità uditive: come funzionano e i limiti

Continua il nostro viaggio all’interno dell’orecchio. Qui parleremo dei limiti delle capacità uditive.

Anche se nessuno ci fa caso, il nostro sistema uditivo è progettato per poter ascoltare al meglio delle sue possibilità i suoni del mondo circostante.

Il padiglione auricolare ad esempio, capta come un’antenna i suoni e li fa convergere verso l’ingresso del canale uditivo amplificandoli. Tutte le sue protuberanze, la forma stessa e la consistenza cartilaginea della sua struttura, sono costruite per quello scopo.

Una volta che i suoni raggiungono dal canale uditivo il timpano, essi subiscono una compressione ulteriore si che arrivino su questa membrana molto sottile procurando su di essa delle vibrazioni che dipendono dalle due caratteristiche del suono, la sua ampiezza (numero di hertz al secondo) e dalla sua altezza (numero di decibel). Queste due determinano il timbro del suono stesso e lo rendono facilmente distinguibile dagli altri.

Ora però occorre una decodifica e successiva trasformazione di un’onda meccanica in un segnale acustico, e questo avviene tramite la trasmissione della catena degli ossicini, martello, incudine e staffa, che si trovano nell’orecchio medio, i quali poi si collegano a loro volta alla coclea dove ha sede il nervo otico che invierà al cervello il segnale elettrico alla sua ultima destinazione, il lobo parietale, dove sarà elaborato per il riconoscimento e la sua classificazione, in base alla sua natura.

I limiti delle capacità uditive

Questo sistema molto sofisticato, ha comunque dei limiti. Le onde al di sotto dei 5 Hz ad esempio non riescono ad attivarlo, mentre quelle sopra i 20 mila trascendono dalle sue capacità massime per cui alla stessa stregua non lo stimolano.

Ciò deriva dal fatto che la grandissima maggioranza dei suoni che percepiamo è compresa in questo intervallo di frequenze, per cui per la nostra utilità non ne occorrono altri come avviene per altri animali.

Gli infrasuoni del resto vengono percepiti dal nostro tatto come vibrazioni di oggetti che emettono energie molto basse, ma possono essere agevolmente ascoltati tramite protesi acustiche come i fonendoscopi medici ad esempio, la cui membrana produce infrasuoni che poi nei tubi vengono amplificati fino a divenire udibili e sappiamo quanto questo sia importante durante l’esame clinico di cuore o polmoni che ne producono in gran copia.

Gli ultrasuoni e gli animali

Stessa cosa dicasi per gli ultrasuoni, qualora si voglia ascoltarli, perché gli apparecchi in grado di captarli devono poi riportarli riducendoli, nell’ambito delle onde che riusciamo a sentire, come avviene per i sonar marini, o in campo biologico qualora si vogliano ascoltare quelli prodotti da animali come le balene o i pipistrelli, che al nostro udito appaiono silenziosi ma che utilizzano questi suoni per rilevare la presenza di animali di cui nutrirsi, pensate a un banco di piccoli pesci, o a degli insetti, che riflettono tali onde rendendosi di fatto “visibili” all’udito dei loro predatori.

Abbiamo così imparato a superare i limiti anche di questa forma percettiva per la conoscenza ed a utilizzarla per le nostre necessità, ma anche in questo caso come per la vista come vedremo nei prossimi scritti, tutti i miglioramenti che si possono fare sono sempre conseguenti nel riportare al centro dell’interesse la normalità della nostra percezione.

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Pubblicato da Francesca Silvana Scoppio

Medico chirurgo specialista in medicina interna e attualmente presto servizio nella ASL di Bari.

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