Riforma Rai di Renzi: i motivi per cui non risolve i problemi del servizio pubblico

Data ultimo aggiornamento: 28 Dicembre 2015

PRIMA DELLA LUNGA PAUSA NATALIZIA, L’aula del Senato ha approvato il ddl SUBITO DOPO LA LEGGE DI STABILITA’
All’indomani della sua investitura come Premier, Matteo Renzi aveva messo la riforma della Rai tra le sue priorità. Ci è voluto più di un anno e mezzo, ma alla fine è arrivata. I due punti cardine che avrebbero finalmente fatto gridare ad una svolta per il servizio pubblico, purtroppo non sono stati però inseriti. Ossia la soppressione del Canone Rai e l’indipendenza dell’azienda dalla politica.
Se è vero che è stato abbassato, si passa dagli attuali 113,5 euro a 100 euro, è anche vero che il primo si pagherà mediante bolletta elettrica. In dieci rate da dieci euro. Quando al secondo punto, la longa manus dei partiti c’è ancora. Anzi, con una novità che ricorda un po’ quella del Preside nelle scuole: un amministratore delegato con ampi poteri. Quella di Renzi per le figure forti, risolutive, aventi ampi poteri, è del resto una fissa. I commissariamenti in giro per l’Italia non si contano, oltre alla succitata figura del Preside scolastico che ricorda quella di fascista memoria, e oltre, appunto alla novità dell’Ad Rai.

Ma vediamo nel dettaglio cosa cambia.

CANONE RAI IN BOLLETTA – Come detto, il Canone Rai sarà inserito nella bolletta della luce. Anche se accadrà durante l’anno per motivi tecnici. Una tassa comunque obsoleta da anni, soprattutto da quando, con la Legge Gasparri, si è avviato il digitale e i numeri dei canali offerti è aumentato a dismisura. E con essi, dunque, la concorrenza per la rete pubblica. Pertanto, la Rai fa parte in tutto e per tutto di un vasto mercato. C’è poi l’aspetto qualitativo dei programmi, degenerato di molto. Tanto che anche i programmi cosiddetti ”culturali”, proprio quelli finanziati col Canone, sono soggetti alla dura legge dello share. Inoltre, l’emittente pubblica compra sempre meno film di nuova uscita, investendo su Fiction a basso costo e, sovente, pure di scarsa qualità.
Dunque, del mercato. Allora perché mantenere ancora il Canone? Forse per retribuire i tanti dipendenti, in gran parte raccomandati, che ivi lavorano. Economicamente, il Canone resta una voce difficilmente opprimibile. Nel 2014 infatti la Rai è a un totale di ricavi di 2.450 milioni, dei quali 1.569 generati dal canone: alla quota teorica di 2.870 milioni con l’incasso totale del nuovo contributo scavalcherebbe Sky Italia (2.690 milioni) e anche le attività italiane di Mediaset, che a livello aggregato somma 3.374 milioni, dei quali però quasi mille vengono generati in Spagna. Eppure le perdite sono pesanti: la Rai negli ultimi cinque anni ha cumulato perdite nette per 287 milioni. Pertanto, il nuovo sistema di pagamento del Canone sarebbe un toccasana. Grazie ad esso l’introito complessivo aumenterebbe di circa 420 milioni con una crescita del 26% rispetto a oggi. Che farebbe del gruppo televisivo a maggioranza pubblica quello con più ricavi nel settore in Italia.
Dunque, w il Canone! Almeno per la miriade di manager, presentatori e dipendenti del servizio pubblico (il più delle volte parenti o amici di qualcuno, ecco una lunga lista). Di un’azienda con perdite enormi. Una nave che affonda ma che viene salvata ogni anno dai soldi pubblici.
I NUOVI POTERI DEL DIRETTORE GENERALE – La riforma della Rai avvia immediatamente una concreta novità: l’attuale direttore generale Antonio Campo dall’Orto, diventa a tutti gli effetti un amministratore delegato a partire da metà gennaio, cioè da quando verrà formalmente modificato lo Statuto della Rai che ora non contempla quella figura.
Ecco, in sintesi, cosa accadrà. Questa figura – attualmente ricoperta da Antonio Campo dall’Orto –  potrà nominare autonomamente i direttori di rete, testata e canali satellitari nonché i dirigenti di seconda fascia. Il parere del Consiglio di amministrazione sarà obbligatorio ma non vincolante e lo diventerà solo se un eventuale «no», solo sul direttore di testata, verrà espresso da cinque consiglieri su sette, cioè con la maggioranza di due terzi. La differenza è sostanziale: oggi il direttore generale ha solo un potere di proposta sui direttori e deve ottenere la maggioranza del Consiglio per vararle.
Il nuovo amministratore delegato può altresì firmare, senza passare per il consiglio di amministrazione, i contratti fino a 10 milioni di euro.
CDA E CONSIGLIO DI VIGILANZA– A partire dal prossimo Consiglio di amministrazione (l’attuale scadrà nel 2019) la sua composizione sarà a sette membri e non più a nove, com’è oggi. Cambierà la fonte di nomina. Sparisce dalla scena la commissione di Vigilanza (che mantiene il compito di indirizzo e vigilanza, appunto). Due membri saranno votati dalla Camera, due dal Senato, due saranno indicati dal governo e uno dai dipendenti della Rai.
Sempre a partire dal 2019, il nuovo amministratore delegato sarà uno dei membri del Cda e voterà in Consiglio. Oggi Campo dall’Orto avrà i poteri da amministratore delegato ma non voterà, non facendo parte dell’attuale Cda.
Infine, con la riforma viene introdotto il Piano della trasparenza e la comunicazione aziendale, con la pubblicazione on line dei compensi dei dirigenti che guadagnano più di 200 mila euro lordi l’anno. Un’operazione trasparenza che però, probabilmente, non entusiasmerà nessuno.

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