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BERTINOTTI, COMUNISTA PENTITO: DIVENTA LIBERALE E DEMOCRISTIANO

INTERVENUTO AL FESTIVAL DI TODI, ENFATIZZA I PAPI E PARLA BENE DELL’IDEOLOGIA LIBERALE, AMMETTENDO LA SCONFITTA DEL COMUNISMO
Fausto Bertinotti viene da anni etichettato come il “comunista in cashmere”. Il tipico esempio di chi da giovane, proveniente da famiglia modesta, aveva ideali e passava le giornate a fare volantinaggio e picchetti dinanzi alle fabbriche – anzi, è uno dei pochi esempi in Italia di chi passa dal Psi al Pci e non viceversa, come hanno fatto invece opportunisticamente in tanti – ma poi negli anni si è sempre più imborghesito, chiudendosi in salotti autoreferenziali e partecipando a feste snob della Milano e Roma “bene”. Dunque, non sorprende la svolta palesata in un recente Festival svoltosi a Todi dal titolo “I vinti giusti, un certo sguardo del futuro”. Uno dei tanti convegni fatti di belle parole, fotografie grigie del presente, nostalgie del passato e buoni propositi per il futuro. Bertinotti parla di fallimento del comunismo e fa apprezzamenti nei confronti della cultura liberale. Ma si scopre anche democristiano, elogiando i due Papi attuali.

IL FALLIMENTO DEL COMUNISMO ED ELOGIO AI PAPI – Il comunismo “ha fallito”. La cultura politica da cui si deve ripartire? “Quella liberale, che ha difeso i diritti dell’individuo”. Il gesto più rivoluzionario di questi anni? “Le dimissioni da Papa di Joseph Ratzinger”. L’unica delle tre grandi culture del Novecento che è in vita oggi? “Quella cattolica, che è stata rivitalizzata da papa Francesco che si sta guadagnando consenso e attenzione di mondi lontani”. Queste alcune delle “chicche” di Bertinotti a Todi che ovviamente la stampa di destra – e Libero in particolare – non ha esitato a sottolineare.
E poi, come di consueto, c’è il grande alibi dei mutamenti epocali, presi come tali, senza una disamina critica o una decostruzione che ne separi i dati oggettivi da quelli che la soggettività interviene a modificare. “Noi tutti siamo con un piede in un mondo che conosciamo e con un piede in un mondo che fuoriesce totalmente dal nostro quadro di conoscenze” ha detto Bertinotti e che “chiede una rifondazione delle grandi visioni del mondo. La sinistra che io ho conosciuto, quella della lotta per l’eguaglianza degli uomini, quella che chiedeva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, è finita con una sconfitta. Io appartenevo a questo mondo. Questo mondo è stato sconfitto dalla falsificazione della sua tesi (l’Unione sovietica) e da un cambiamento della scena del mondo che possiamo chiamare globalizzazione e capitalismo finanziario globale”.
L’APPREZZAMENTO DEL LIBERALISMO E LA CRITICA AI SINDACATI – E di fronte al liberalismo economico e politico che ha determinato questo scenario, oggi duramente messo alla prova dalla sua stessa crisi, cosa opporre?”Io penso che la cultura liberale- che è stata attenta più di me e della mia cultura all’individuo, alla difesa dei diritti dell’individuo e della persona contro il potere economico e contro lo Stato – è oggi indispensabile per intraprendere il nuovo cammino di liberazione”. “Io penso che la cultura liberale ha in maniera feconda scoperto prima, poi difeso e rivalutato il diritto individuale come incomprimibile. Se io oggi dovessi riprendere il mio cammino politico vorrei mettere nel mio bagaglio oltre a quel che c’è di meglio della mia tradizione, sia pure rivisitata molto criticamente, ma soprattutto ciò che viene portato dalla tradizione liberale e da quella cattolica”.
Nell’affabulazione bertinottiana (cosa che gli riesce benissimo solo le prime due volte che lo senti) c’è un passaggio obbligato anche sul sindacato, alla vigilia dell’assalto finale all’art.18 e al dispiegarsi del Jobs Act. “ll sindacato in Italia ha subito una mutazione genetica”, ha detto Bertinotti ormai senza briglie. “È diventato un pezzo dello Stato sociale. Da 20 anni ormai ha smesso di avere una capacità rivendicativa autonoma, e si è messo a sedere ai tavoli di concertazione con governo e imprenditori”. Bertinotti infila una serie di osservazioni condivisibili per arrivare a conclusioni del tutto sballate “Qualcosa evidentemente non ha funzionato, e il sindacato è parte di questo qualcosa. Ha scelto sempre il male minore. Ma soprattutto ha scambiato la difesa dei lavoratori con un riconoscimento crescente del suo ruolo istituzionale. Hanno fatto meno contratti e sono andati più volte a palazzo Chigi”.
Insomma, Bertinotti morirà democristiano, ma pure liberale. Di comunisti come lui, pentiti, riciclatisi altrove, che si sono nascosti, di quelli con la doppia morale, ce ne sono a iosa. Peccato però che nessuno di loro abbia fatto “mea culpa”. In fondo il comunismo è anche una filosofia di vita, e rinnegarla solo perché si è persa la poltrona o perché è caduto un regime, è roba da incoerenti e opportunisti.
Di seguito il monologo di Giorgio Gaber “Qualcuno era comunista”, che ben descrive questi personaggi:

(Fonte: Contropiano)

0 Risposte a “BERTINOTTI, COMUNISTA PENTITO: DIVENTA LIBERALE E DEMOCRISTIANO”

  1. Confermo il detto: "IN QUESTO MONDO NON C' E' NULLA DI IMMUTABILE". Aggiungerei: MENO MALE!Non per giustificare il soggetto ma per suggerire che il genereumano si sarebbe già estinto se fosse stato il contrario.

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