Australia denuncia attacco Hacker: perché si sospetta la Cina

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Ormai la guerra è diventata informatica e virale. La seconda, probabilmente, vede il Covid-19 come ultima arma utilizzata per combatterla. La prima, invece, ha visto come ultima vittima l’Australia. Paese che i terrapiattisti giudicano una invenzione, mesi fa al centro di una commovente lotta contro le fiamme e tra le mete di molti italiani immigrati nel ‘900.

Il Premier Scott Morrison denuncia un attacco ad

una vasta gamma di settori, compresi tutti i livelli di governo, industria, organizzazioni politiche, istruzione, sanità, fornitori di servizi essenziali e operatori di altre infrastrutture critiche

Morrison non fa il nome dello Stato che lo avrebbe architettato, parlando di “sofisticato attore statale“. Ma anche di  “La frequenza in aumento“.

L’ultimo attacco alle istituzioni australiane risale ad inizio 2019. I possibili sospettati sono Cina, Russia e Iran. Anche se molti indizi conducono proprio al primo Paese. Vediamo quali.

Perché Cina avrebbe attaccato Australia

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Come riporta Inside Over, le relazioni tra Cina e Australia erano fino a poco tempo fa floride. Sia dal punto di vista economico che culturale. Ma qualcosa si è incrinato, soprattutto da quando è esploso il caso Huawei, innescato dagli Stati Uniti. Del resto, Trump aveva invitato i principali alleati americani – Gran Bretagna, Giappone e appunto Australia – a fare lo stesso.

Canberra ha chiuso le porte a Huawei per la diffusione del 5G nel Paese. Pechino ha risposto bandendo le esportazioni di carbone termico australiano da ben cinque dei più grandi porti di Dalian. Una scelta che si sposa anche con la nuova politica ambientalista della Cina, che vuole ridurre il consumo di carbone.

Limitare fortemente le importazioni di carbone rafforza la politica del Dragone e in più stringe un cappio intorno al collo dell’Australia (un caso che ricorda quanto sta accadendo con l’India). Che tuttavia non è certo lo Sri Lanka o il Bangladesh, e ha alle spalle protettori come Stati Uniti e Regno Unito.

In realtà, la Cina non ha fatto lo stesso con Indonesia e Russia, continuando ad importare carbone da questi Stati.

Un funzionario del porto di Dalian ha parlato di un limite di 12 milioni di tonnellate di carbone termico fissato al 2019 per i porti di Dalian, Baynquan, Panjin, Dandong e Beiliang.

Il rischio è che il ban al carbone australiano possa essere esteso dalla Cina anche in altre città. Dando un ulteriore colpo all’economia australiana.

Cina aveva già minacciato Australia lo scorso aprile

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Come riporta Agenzia Nova, già lo scorso aprile erano arrivate minacce neanche troppo velate dall’impero cinese.

Cheng Jingye, ambasciatore cinese a Canberra, ha dichiarato che i consumatori della Repubblica Popolare potrebbero boicottare carne di manzo, vino, turismo e università australiani.

L’affermazione di Cheng segue una recente richiesta da parte australiana di un’indagine internazionale sulla pandemia di coronavirus che metterebbe al centro proprio la gestione da parte di Pechino. Il ministro del Commercio australiano, Simon Birmingham, ha chiesto all’ambasciatore cinese di spiegare ciò che ha definito una minaccia di “coercizione economica” in risposta alla richiesta di Canberra di un’inchiesta internazionale sulla fonte e la diffusione del coronavirus.

Birmingham ha spiegato che l’Australia è stata un “fornitore cruciale” per la Cina per importazioni importanti come il minerale di ferro, l’energia e altre risorse che hanno contribuito a alimentare gran parte della crescita e delle costruzioni manifatturiere della Repubblica Popolare.

L’ambasciata cinese ha poi fatto un passo indietro, pubblicando un riassunto della conversazione sul suo sito web. In cui si afferma che Cheng ha “respinto categoricamente la preoccupazione espressa dalla parte australiana“. Il diplomatico però ha anche ipotizzato “manovra politica” dietro la richiesta di un’inchiesta.

In realtà, come riporta Agi, alla minaccia ha anche fatto seguito l’imposizione di vari dazi sui prodotti australiani, come la carne e l’orzo. Pechino ha persino chiesto ai suoi studenti di non frequentare le università’ australiane, adducendo non meglio specificate tensioni razziali.

I rapporti commerciali tra Cina e Australia

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Il carbone è il bene più prezioso per l’Australia, dal momento che le sue esportazioni generano 64 miliardi di dollari annui. La Cina consuma più o meno un quarto delle spedizioni totali.

Inoltre, occorre dire che due terzi dell’interscambio australiano si svolgono con l’Asia. Tuttavia, per un terzo proprio dalla Cina. Per un valore di 150 miliardi di dollari nel 2018-2019, ed è il più grande mercato unico per le esportazioni australiane come carbone, minerale di ferro, vino, carne, turismo e istruzione. Una dipendenza eccessiva, che ora l’isola dei canguri rischia di pagare.

L’Australia però, cerca di mantenere ottimi rapporti anche con l’occidente. Del resto, fino al 1901 è stata una colonia britannica. Inoltre, appartiene ai Five Eyes, una sorta di patto fra le Nazioni angloamericane. Dunque, per la Cina Canberra è la parte d’Occidente più vicina al suo raggio d’azione. Quindi imporsi culturalmente sull’Australia vorrebbe dire conquistare una pedina preziosa nella lotta a distanza contro gli Stati Uniti.

Ma la Cina si espande anche sul fronte indiano

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Ma la politica estera aggressiva della Cina, non si ferma qui. Dopo che per anni sta tentato di soggiogare ulteriormente Hong Kong (peraltro altra ex colonia britannica, fino al 1997), conquistando economicamente l’Africa, comprando molte aziende europee in difficoltà e cercando di mettere come visto in ginocchio l’Australia, ora punta anche all’India.

Come riporta RaiNews, almeno venti soldati indiani sono stati uccisi in uno scontro con le forze cinesi sul controverso confine himalayano. Lo denuncia l’esercito indiano, confermando lo scontro più violento degli ultimi decenni tra le due grandi potenze nucleari vicine.

L’India aveva dichiarato in precedenza che 3 dei suoi soldati erano stati uccisi, ma poi ha rivisto il bilancio, aggiungendo altre 17 vittime, militari

che erano stati gravemente feriti lunedì e che sono poi morti a causa delle impervie condizioni della zona dove si trovavano a combattere, a quote elevate e a temperature ben al di sotto dello zero

Secondo una fonte militare indiana citata dalla Cnn, la sanguinosa contesa a Galwan è nata da una struttura cinese allestita domenica notte; le truppe indiane l’hanno demolita, provocando la sera successiva la reazione delle truppe cinesi, che hanno preso di sprovvista i soldati indiani.

La Cina da parte sua obietta la costruzione di una strada da parte dell’India su una porzione di territorio che considera propria. Il resoconto del Guardian parla di una pattuglia indiana che si è imbattuta in militari cinesi in una zona ripida, dalla quale ritenevano che l’esercito di Pechino si fosse ritirato, in linea con gli accordi presi il 6 giugno scorso, dopo un altro incidente.

Durante lo scontro corpo a corpo, un comandante indiano è stato spinto giù nella gola, e questo ha provocato l’arrivo di rinforzi da un avamposto a due miglia di distanza; alla fine circa 600 uomini hanno combattuto per sei ore con mezzi di fortuna, ormai nell’oscurità.

I dissidi tra Pechino e New Delhi nascono dalla “Line of Actual Control” (Lac), la linea tracciata come confine dopo il conflitto del 1962, con diverse aree contese dalle due parti.

La Lac è stata oggetto di un accordo del 1993 (e di altri due, nel 1996 e nel 2013, che l’India ritiene violati dall’atteggiamento aggressivo della Cina) nel quale i due Paesi rinunciavano all’uso della forza per risolvere le dispute territoriali, anche se veniva riconosciuto che entrambi mantenevano le proprie divergenze sulle questioni di confine.

L’accordo del 1996 andava più in profondità, e imponeva “immediate consultazioni diplomatiche o attraverso altri canali” per evitare l’escalation militare. Ma le tensioni tra i due Paesi sono proseguite nel corso degli anni. Sebbene si sia trattato soprattutto di scaramucce.

Comunque, ora i due paesi stanno distendendo i toni. Ma la questione non finirà di certo qui.

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