Assange finalmente libero: ma a quale prezzo? Cosa c’è dietro

Assange finalmente libero: ma a quale prezzo? Cosa c’è dietro

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, è finalmente un uomo libero. O, meglio, colpevole ma libero. Decisivo il ruolo dell’Australia.

Julian Assange, come noto fondatore di Wikileaks, portale che nel 2010 ha portato alla luce una grossa mole di documenti riservati del governo americano, è finalmente un uomo libero. O, meglio, colpevole ma libero.

Il tribunale statunitense di Saipan ha accettato il patteggiamento con la sua dichiarazione di colpevolezza, ponendo fine a 14 anni di traversie legali, che hanno visto l’australiano trovare riparo prima in Ecuador poi in Gran Bretagna (col primo paese che lo ha letteralmente venduto), col rischio di finire negli Usa dove, molto probabilmente, sarebbe stato suicidato in qualche carcere. Come accade lì fin troppo spesso ai personaggi scomodi.

Decisiva è stata l’ammissione di colpevolezza da parte di Assange, per un reato di fatto già scontato. Ovvero, di aver ottenuto e divulgato informazioni sulla difesa nazionale. Questa la sua ammissione:

Ho incoraggiato la mia fonte”, la soldatessa statunitense Chelsea Manning, artefice della massiccia fuga di notizie, “a fornire materiale classificato”

Soddisfatti anche i legali. Ma si tratta di una vittoria mesta, un’ammissione di colpevolezza per ritrovare la libertà. Tutto sommato comunque intelligente. Ma dietro la sua scarcerazione c’è anche tutta una dinamica geopolitica.

Il ruolo decisivo dell’Australia nella scarcerazione di Assange

Come spiega AGI, l’intesa che ha restituito la libertà ad Assange ha richiesto mesi di trattative dall’esito per nulla certo. Il Crown Prosecution Service (Cps), l’istituto statale che opera come pubblica accusa in Inghilterra, ha fornito agli Usa le consulenze legali necessarie e ha fatto sapere che la possibilità di un patteggiamento era giunta alla sua attenzione “per la prima volta a marzo“.

A sbloccare una situazione in stallo da anni è stata però l’elezione, nel 2022, di Anthony Albanese a capo del governo australiano.

Quando è troppo è troppo“, aveva affermato, coprendo il negoziato di una coltre di riservatezza in quanto “non tutti gli affari esteri si fanno meglio con il megafono“, disse all’epoca.

Tutti i partiti presenti nel Parlamento di Canberra hanno appoggiato questa chiave di vulta. Una delegazione di deputati australiani si era recata a Washington nel settembre 2023 per portare il caso all’attenzione del Congresso americano. E Albanese aveva sollevato personalmente la questione con il presidente Joe Biden alla Casa Bianca durante una visita di Stato il mese successivo.

Un voto quasi unanime del Parlamento lo scorso febbraio per chiedere il ritorno del fondatore di WikiLeaks in Australia aveva quindi messo ulteriore pressione sull’influente ambasciatrice americana in Australia, Caroline Kennedy.

Un ruolo chiave è stato poi ricoperto dall’attuale Alto Commissario australiano nel Regno Unito, Stephen Smith, che ha potuto contare sulla sponda dell’ex premier Kevin Rudd, oggi ambasciatore a Washington, nel cui governo conservatore aveva svolto il ruolo di ministro degli Esteri. Smith avrebbe fatto tutto il lavoro sporco e dietro le quinte.

L’Australia troppo importante per gli Usa

In generale, l’Australia ha oggi un ruolo troppo importante nello scacchiere internazionale, soprattutto per gli americani in chiave anti-cinese. E’ diventata una colonia dell’élite globalista, e Washington non può permettersi di inimicarsela.

La liberazione di Assange potrebbe essere la moneta di scambio per altre operazioni nell’Indo-Pacifico, dove gli Usa stanno creando una sorta di Nato asiatica insieme a Giappone, Corea del sud, anche contro la vicina scomoda di questi ultimi. Guidati da Kim Jong-Un, il pittoresco dittatore che si diverte a lanciare missili, manco stesse giocando alla Play Station. E che sta sempre di più rischiando di creare un grave incidente in quell’area. Oltre alla relazione stretta con Putin che non piace agli occidentali.

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