Album Nove, per i Negrita un passo indietro: la recensione

La rock band aretina ha pubblicato il suo nono album che segna un passo indietro rispetto agli ultimi esaltanti lavori
Il nome già denota una certa banalità e mancanza di idee. Chiamare un nuovo album con l’ordine di pubblicazione non è proprio il massimo (nella fattispecie poi, lo aveva già usato Eros più di dieci anni fa per lo stesso motivo). E pur non volendosi fermare al titolo – che spesso però dice già tanto, se non tutto, di un disco – e ai fattori numerici, cambia poco ascoltandone il contenuto. Parliamo di Nove, il nono album pubblicato dalla band aretina Negrita. I quali, implosi i Timoria prima e i Litfiba poi, si imposero negli anni ’90 come principale rock band italiana. A dargli il successo su larga scala furono a fine anni ’90 i dischi XXX (anche grazie all’inserimento di Ho imparato a sognare nel film Tre uomini e una gamba) e Reset, grazie ad alcuni singoli graffianti impazzati in radio e tv mediante riusciti videoclip. Poi la consacrazione con il singolo Magnolia, contenuto nella successiva raccolta Ehi! Negrita, del 2003 (il nome deriva dall’omonimo pezzo dei Rolling stones, dal quale deriva anche il nome del gruppo) con un sound più aggraziato e ammiccante. In quel disco c’è anche My way, con cui il gruppo si presentò a Sanremo spiazzando i fan.

L’EVOLUZIONE CON GLI ULTIMI DISCHI– Ma a fargli fare il salto di qualità furono due dischi successivi: L’uomo sogna di volare (2004) e HELLdorado (2008), nei quali, alla qualità dei testi e alla freschezza di un sound rinvigorito, si aggiunge la contaminazione di sonorità latino-americane. Con tanto di viaggio in Brasile, Messico e Argentina, ma anche Spagna. Poi il sound più elettronico di Dannato vivere, ottavo album del 2011 che contiene pezzi che schiumano rabbia sociale ma anche umane inquietudini legate al nostro tempo.
Intervallato da un tour acustico e un’esperienza teatrale nel musical Jesus Christ Superstar, siamo così giunti a Nove. Che personalmente ha deluso le aspettative. Per l’assenza di quella originalità e freschezza che aveva segnato gli ultimi dischi.
LE 13 TRACCE – Per registrare quest’album, la scelta è stata ancora una volta quella di recarsi all’estero. Ma stavolta a Dublino, presso lo studio Grouse Lodge (dove sono stati anche Michael Jackson, R.E.M. e i Muse). Lo hanno fatto per ritrovare quel rock anni ’60-’70 che, come hanno loro stesso ammesso, ha caratterizzato la propria adolescenza. Il risultato finale è un sound che lascia spazio principalmente a una batteria incisiva, chitarre elettriche, coretti accattivanti.
Ad aprire le danze sono “Il gioco” (testo scritto da Pau in collaborazione con Il Cile, considerato suo erede, e che aveva collaborato con i Negrita già in occasione della scrittura di alcuni brani inclusi in “Dannato vivere”) e “Poser”, lanciati subito come singoli. Pezzi sull’esistenza il primo e di critica sociale il secondo. Banalotti e buoni per la fruizione commerciale.
Qualcosina di più da’ Mondo politico, pezzo di protesta e sull’attualità. Noioso e ripetitivo il quinto brano, Que serà, serà. Avvilente il sesto brano, Se sei l’amore, banale pezzo sentimentale più orchestrale. Finalmente il settimo brano, 1989, il migliore del disco; finalmente, perchè si riconoscono i Negrita e non a caso è stato scritto nel 2004 e rimasto nel cassetto fino ad oggi. Il brano sintetizza l’atmosfera che si respirava in quel periodo denso di avvenimenti storici: la protesta di piazza Tienanmen, la vittoria del sindacato “Solidarnosc” alle elezioni in Polonia, il crollo del Muro di Berlino.
Dal suono anticonvenzionale per il gruppo, almeno è interessante per questo, è Ritmo umano, che presenta una ritmica in 5/4. Sound coinvolgente e testo strettamente attuale caratterizza l’ottavo brano dal titolo inequivocabile: Il nostro tempo è adesso. Più ironico il nono brano, Baby I’m in love. Altra dedica all’amata è Niente è per caso, meno banale sia per sound che per testo della sesta traccia. Inno allo sballo del weekend è L’eutanasia del fine settimana, ammiccamento con sprazzi fanky ai fan più giovani bramosi di divertirsi. Interessante perchè sperimentale è il dodicesimo brano, Vola via con me: un mix di funk, psichedelia e rock progressive, una jam incisa in presa diretta e nata più come strumentale che come canzone in sé.
Chiude il disco “Non è colpa tua”, nato sulla scena di “Jesus Christ Superstar”: si tratta di uno scherzo rivolto a Shel Shapiro (nel musical interpretava il ruolo di Caifa), che compare come ospite e che spesso dimenticava una parte del suo testo (si ripete, a mo’ di mantra, “Shel Shapiro non è colpa tua”). Ma è anche un brano sulle speranze tradite del ’68, di cui Shapiro fu una delle tante voci.
NON ROTOLANO VERSO SUD – Per concludere degnamente questo post deluso, aggiungo anche il fatto che il loro tour non prevede tappe al sud. Ciò perché, come hanno spiegato alla Feltrinelli di Roma durante la presentazione del disco, nel Meridione si organizzano meglio i concerti all’aperto e la loro produzione non è adatta a ciò. E questo ultimo deludente album non migliorerà certo questa situazione.

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