Ucciso al Baghdadi, capo dell’Isis: l’America prima li fa e poi li accoppa

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Data ultimo aggiornamento: 31 Ottobre 2019

Un avvenimento paragonabile alla morte di Bin Laden. Tanto per importanza, quanto per la solita mole di dubbi che porta con sé. Perché quando si tratta di America, i dubbi e i lati oscuri sono sempre presenti. Il leader dell’Isis Abu Nakr al Baghdadi è stato ucciso domenica scorsa nel corso di un raid americano nel Nord della Siria. Raid che aveva come obiettivo principale proprio al Baghdadi.

Ad annunciarlo via Twitter Donald Trump, che ha fatto la cronaca di quanto dice di aver visto. Al Baghdadi sarebbe “morto dopo essere fuggito in un vicolo cieco, piangendo e urlando”. Ed ancora “si è fatto saltare in aria e ha ucciso tre dei suoi figli che erano con lui” “E’ stato come guardare un film” ha ammesso il Presidente Usa. Il quale, dopo la pace con la Corea del Nord, può aggiungere un’altra medaglia alla sua politica estera.

Trump non ha risparmiato parole pesanti contro il leader dell’Isis Abu Bakr al-Baghdadi, descrivendolo come “un uomo malato e depravato, violento” che sarebbe “morto come un codardo, come un cane, correndo e piangendo”. Il Mondo, per il Tycoon americano, sarebbe ora più sicuro, ma ammette anche la importante collaborazione di Russia, Siria, Turchia e Iraq e anche dei curdi siriani. Questi ultimi, sottolinea, hanno dato informazioni utili. Peccato che poi l’Occidente li abbia abbandonati al proprio destino.

Trump ha poi aggiunto altre cose, ma siamo sempre al solito punto. Gli Usa prima li fa, poi li accoppa. In Medioriente va così da trent’anni ormai. Prima i talebani in Afghanistan contro i sovietici, poi Saddam contro l’Iran, ancora Bin Laden e ora al-Baghdadi. Il cui vero nome è Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri.

Gli Usa in Medio Oriente fanno il bello e il cattivo tempo. Creano un mostro oppure lo nutrono di armi, per poi inimicarselo non appena non serve più. E anche nel caso del sedicente capo islamico, che odiava l’Occidente ma amava un tipico simbolo della sua borghesia – il Rolex – ci sono dubbi sulla ricostruzione della sua [sta_anchor id=”baghdadi”]morte[/sta_anchor].

al Baghdadi creato dagli Usa stessi

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Al Baghdadi potrebbe essere considerato il Raffaele Cutolo degli jihadisti. Sebbene le sembianze assunte fossero più vicine al comico Lello Arena.

Come riporta Il Fatto quotidiano, correva l’anno 4 febbraio 2004. Ibrahim Awad Ibrahim al-Badri, vero nome di al-Baghdadi, viene catturato mentre si trova insieme a un uomo inserito nella lista dei ricercati Usa. Lo portano nel centro di detenzione di Camp Bucca, a Umm Qasr, cittadina nel governatorato di Bassora, nel sud dell’Iraq. Dietro alle sbarre e al filo spinato del campo americano al-Baghdadi rimarrà, però, solo dieci mesi.

Il motivo lo si capisce leggendo i documenti relativi alla sua detenzione: il futuro leader dello Stato Islamico è stato incarcerato come “detenuto civile“.

Sembra quindi che il governo e i militari statunitensi non sapessero, al tempo, che l’allora 33enne al-Baghdadi era già entrato a far parte, 5 anni prima, di una frangia estremista legata alla Fratellanza Musulmana con a capo Muhammad Hardan, membro del movimento ed ex mujahidin che aveva combattuto contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan negli anni ’80. Nel 2000, riporta William McCants di Brookings Institution nel suo The Believer, il futuro Califfo “era già pronto a combattere” e nel 2003 sarà tra i fondatori di Jaysh Ahl al-Sunna wa-l-Jamaah, un gruppo islamista che combatteva contro le truppe americane nell’Iraq centrale e settentrionale.

Nel 2004, gli Stati Uniti sembrano essere ancora all’oscuro dei movimenti del futuro leader delle bandiere nere. I dieci mesi di detenzione a Camp Bucca, però, si sono rivelati preziosi per il futuro da leader di al-Baghdadi. La prigione ospitava jihadisti ed ex combattenti dell’esercito di Saddam Hussein, alcuni dei quali provenienti dal carcere di Abu Ghraib, in seguito allo scandalo del 2004 sulle torture ad opera dei militari americani sui detenuti iracheni. Una situazione ideale per fare proseliti e radicalizzare soldati che, dopo l’invasione americana dell’Iraq, sono stati incarcerati, alcuni torturati, e hanno visto finire il proprio Paese nelle mani di un esercito straniero. Per questo la prigione era stata rinominata “The Academy”, la scuola del Jihad.

Ed è proprio in questo contesto che nasce la figura dell’Abu Bakr al-Baghdadi leader.

Ogni volta che c’era un problema nel campo– ha raccontato al Guardian un ex detenuto – lui (al-Baghdadi) era al centro di tutto. Voleva essere il capo della prigione e applicava la politica del divide et impera per ottenere ciò che voleva, ovvero quello status”.

Secondo la testimonianza dell’ex compagno di carcere, al-Baghdadi era diventato il mediatore tra i detenuti e i militari americani: i primi lo ritenevano ormai un capo, i secondi lo vedevano la chiave d’accesso per comunicare con i prigionieri. Al-Baghdadi era diventato l’anello di congiunzione dal quale dipendevano gli equilibri dell’intera prigione.

Questa immagine di leader e la profonda conoscenza dei testi e della recitazione coranica, alla base di tutti i suoi studi universitari, gli hanno permesso di conquistare la fiducia di molti ex baathisti, convertirli e convincerli ad unirsi al jihad.

Tutto sotto gli occhi dei militari americani. Quando al-Baghdadi lascia il campo di detenzione, a dicembre 2004 secondo i documenti diffusi, lo farà da normale cittadino iracheno e non da terrorista, come invece è successo a inizio dicembre alla sua ex moglie, Saja al Dulaimi, liberata dal governo libanese nell’ambito di uno scambio di prigionieri con i jihadisti di Jabhat al-Nusra. Quando metterà piede fuori dal carcere, il futuro Califfo avrà posto le basi per la creazione di un emirato islamico con ai vertici proprio gli islamisti e gli ex di Saddam che a Camp Bucca hanno scelto al-Baghdadi come loro nuovo leader.

Uscito da Camp Bucca, Abu Bakr al-Baghdadi decide di compiere subito un salto di qualità all’interno della galassia jihadista irachena e, con il suo gruppo, si unisce alla lotta di al-Qaeda in Iraq, al tempo comandata da Abu Musab al-Zarqawi. Solo nel 2012, dopo la morte del fondatore e del suo successore, Abu Ayyub al-Masri, al-Baghdadi diventa il nuovo capo di quello che è diventato lo Stato Islamico di Iraq e Levante (Isil).

Già da un anno, però, il jihadista di Samarra è impegnato in Siria al fianco di al-Nusra nella battaglia contro il regime di Assad. Ed è proprio in quegli anni, come rivela Seymour Hersh nella sua inchiesta The Red Line and the Rat Line, che avviene il secondo incontro tra al-Baghdadi e gli Stati Uniti. Nel 2012, riporta il giornalista investigativo citando fonti ai vertici dei servizi segreti e della sicurezza statunitensi, nelle aree controllate dai ribelli, tra cui anche quelli di Isis e di Jabhat al-Nusra, arrivavano le armi dell’ex esercito del decaduto presidente libico, Muammar Gheddafi, forniture militari e milioni di dollari. A finanziare l’operazione erano le petromonarchie del Golfo come Qatar e Arabia Saudita, ma ad organizzare quella che Hersh ha ribattezzato la Rat Line sono stati i servizi segreti turchi, l’MI6 britannico e, appunto, la Cia.

Morte Al Baghdadi bufala?

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Come detto in precedenza, sulla ricostruzione di Trump ci sono però vari dubbi.

Come riporta Ansa, su alcuni media inglesi e americani, dal ‘New York Times‘ al ‘The Guardian‘, si comincia a dubitare della ricostruzione fatta da Trump circa la morte di Abu Bakr al-Baghdad.

Il New York Times mette in dubbio il macabro racconto della morte del capo dell’Isis che Donald Trump ha fatto agli americani in diretta televisiva. Diversi sono i punti critici rilevati dal quotidiano, in particolare la descrizione del Califfo che urla e piange nel tunnel dove poi si è fatto esplodere. Secondo il New York Times, infatti, le immagini alle quali hanno assistito Trump e i suoi collaboratori nella ‘situation room‘ erano senza audio.

Non solo, di Baghdadi braccato nel tunnel il presidente americano non ha potuto nemmeno vedere le immagini in diretta. Gli ultimi minuti di vita del leader dell’Isis, infatti, sono state riprese dalle telecamere installate sugli elmetti dei soldati americani che stavano facendo il blitz. Quei video però sono stati consegnati a Trump soltanto dopo la conferenza stampa. Su una domanda specifica della Abc sul racconto cinematografico di Trump, il capo del Pentagono Mark Esper ha provato a tergiversare dicendo di essere all’oscuro di certi dettagli e di ritenere che il presidente abbia parlato con i militari sul campo per farsi dare tutte le informazioni.

Analoga l’analisi che si legge sul ‘The Guardian‘. E in Italia anche esperti di Medio Oriente come il giornalista Alberto Negri si mostrano perplessi per alcune ‘incongruenze’ che emergerebbero dalla versione dei fatti fornita dal presidente americano. Non c’era audio, non si vedeva quasi niente perché era notte – scrive Negri su FaceBook – si distinguevano a stento le sagome degli attaccanti e dei jihadisti. Ma Trump, grazie a una fervida immaginazione, è stato in grado di descrivere nei dettagli la morte di Al Baghdadi.

I russi non sono convinti, turchi e curdi lo assecondano, i siriani tacciono se non per protestare contro l’annuncio di Trump di occupare i loro pozzi petroliferi. I testimoni in zona parlano di tre ore di battaglia, raid e bombardamenti: fatti da chi e come? Da un aereo Usa e da sei elicotteri che poi dovevano tornare in Iraq? In Iraq o in Turchia che è a 5 minuti di volo ed è un Paese con basi Usa e Nato?

Negri poi conclude ironicamente:

“un racconto che fa acqua da tutte le parti: forse a Trump il Pentagono ha dato informazioni monche perché non si fida”.

Il che sarebbe gravissimo, essendo il Presidente americano anche il capo dell’esercito. Ma tant’è. La considerazione che si ha di Trump è notoriamente bassa, anche nelle stesse istituzioni. Intanto però a molti americani piace ed è quello che poi alla fine conta.

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