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ACTA, IL TRATTATO ANTI-PIRATERIA CHE MINA LA PRIVACY

Data ultima modifica: 3 Febbraio 2012

SIGLATO A TOKYO ANCHE DA QUASI TUTTI I PAESI DELL’UE, TRA CUI IL NOSTRO, STA GIA’ SCATENANDO POLEMICHE E VEEMENTI PROTESTE
Si chiama ACTA il nuovo pericolo che incombe sulle teste dei cibernauti e che mina la loro libertà di trasmettersi files e condividere contenuti in nome di quell’ “open source” che è alla base della cultura del Terzo millennio. Acta– acronimo di  Anti-Counterfeiting Trade Agreement – è un trattato internazionale ratificato a Tokyo che ha visto l’adesione di quasi tutti i Paesi Ue (22 su 27 tra cui anche l’Italia, sebbene il Parlamento non sia stato minimamente chiamato in causa) e che va ben oltre la lotta alla pirateria e la difesa del diritto d’autore. Si minano infatti le fondamenta della privacy degli utenti, i quali rischiano troppo facilmente e per motivi futili di incappare in violazioni e dunque multe e perfino l’arresto. Aspetto ancor più inquietante è che è stato il frutto di accordi segreti, resi noti solo grazie  agli sforzi di un’ampia coalizione internazionale e ai cable “del solito” Wikileaks. Non è un caso che molti parlamentari europei denunciano dal 2008 come l’accordo abbia bypassato le sedi competenti in materia di brevetti e copyright quali la WIPO e la WTO e che, soprattutto, il relatore Ue del trattato per il commercio internazionale, Kader Arif, si sia dimesso definendo l’accordo una pagliacciata.
Intanto l’iter in seno al Parlamento europeo sta per partire e dovrebbe concludersi entro il prossimo luglio.
Contro ACTA è già partita una petizione: http://www.agoradigitale.org/acta1
Aiutandoci con un articolo de La Repubblica, cerchiamo di capirne di più.

I CONTENUTI CHE PREOCCUPANO – I motivi alla base della contestazione sono di forma e di sostanza. Di sostanza, perché l’accordo anticontraffazione non riguarda solo la contraffazione e pur con il legittimo obiettivo di favorire la lotta alla pirateria alimentare, dei farmaci, di film e musica, chiama in correo chiunque possa conoscere o fornire informazioni sui sospetti responsabili di tali reati, ad esempio gli Internet service providers e gli intermediari di servizi Internet (come Google, Yahoo! o Wikipedia), cui assegna il ruolo di sceriffi nell’accertamento di queste violazioni.
Al comma 3 dell’articolo 27 l’accordo prevede la “cooperazione” fra i titolari dei diritti e gli Isp secondo un meccanismo “extragiudiziale” o “alternativo al tribunale”. Significa che i compiti di polizia – sorveglianza e raccolta di prove  –  quelli giudiziali, le sanzioni, possono essere affidati a soggetti privati bypassando l’autorità giudiziaria e il diritto a un giusto processo. A riprova di questo ruolo da sceriffi, nel comma successivo il trattato consente ai titolari di diritti di ottenere dati privati sugli utenti dai fornitori di servizi Internet senza la decisione di un giudice. Il dispositivo non è vincolante ma può essere modificato con un emendamento. Inoltre le sanzioni civili previste possono ricadere sugli intermediari ed essere usate per convincerli a “cooperare”. A dispetto di molti studi che smentiscono i dati sulle perdite dell’industria dei contenuti causati dalla pirateria (come dice la “Corte dei Conti” 3 degli Stati Uniti), Acta prevede che la stima dei danni venga fatta dai titolari dei diritti e non sulla base di analisi precedenti e indipendenti.
Ma quello che preoccupa è che così facendo si pongono i diritti di proprietà intellettuale a un livello più alto degli altri, come quella alla libertà d’espressione, d’opinione e alla privacy, tutto il contrario di quanto è stato raccomandato in sede Onu nello speciale rapporto sulla promozione e la protezione della libertà di opinione e di espressione che dice esplicitamente che non si possono filtrare, censurare e disconnettere dalla rete i presunti sospetti di violazione dei diritti di proprietà intellettuale 4.
In aggiunta, sempre all’articolo 27, il trattato crea una cultura del sospetto che non favorisce mercato e concorrenza perché impedisce di usare il patrimonio culturale preesistente, quali le opere orfane, e tratta come reati anche la condivisione senza scopo di lucro delle opere tutelate da copyright criminalizzando strumenti, tecniche e piattaforme di condivisione come i blog, i network peer to peer, il free software e altre tecnologie che contribuiscono a disseminare cultura e conoscenza.
FRUTTO DI ACCORDI SEGRETI – Open Government? L’obiezione ad ACTA è di metodo, perché pur col proposito legittimo per gli Stati di rafforzare la repressione contro la contraffazione dei marchi, la violazione dei brevetti e la falsificazione delle opere dell’ingegno – l’accordo è il risultato di trattative segrete che sono trapelate solo grazie agli sforzi di un’ampia coalizione internazionale e ai cable di wikileaks. Nello specifico, Edri 5, EFF 6, La Quadrature du net 7, e molti parlamentari europei denunciano dal 2008 come l’accordo abbia bypassato le sedi competenti in materia di brevetti e copyright quali la WIPO e la WTO che hanno chiare garanzie procedurali; che l’accordo è stato negoziato a porte chiuse; che i documenti negoziali non sono tutti disponibili quindi è impossibile interpretare correttamente alcune sue parti; che l’accordo non tiene conto dell’impatto economico e sociale che produce e riutilizza vecchi dati relativi all’IPRED I e II (la vecchia “Direttiva enforcement”), in un contesto diverso da quello odierno dell’economia di rete.
Ma quello che pare insopportabile è soprattutto la creazione di una nuova istituzione, “il Comitato ACTA” con l’incarico di interpretare e implementare il trattato ma senza garanzie che operi in maniera aperta, trasparente, inclusiva e soggetta a pubblico scrutinio e che appunto potrà cambiare il trattato “in corsa”, dando però la facoltà ai firmatari di “uscirne” in seguito a cambiamenti rilevanti.
Nonostante gli sforzi del Consiglio Europeo e dei negoziatori per rintuzzare tali accuse e rendere politicamente corretto ogni passaggio del trattato questa opacità è già di per sé stessa motivo di indignazione poiché esemplifica un meccanismo arbitrario che fa carta straccia della retorica dell’open government di cui tanto si parla, facendo della UE il contrario di una democrazia partecipata.  Non è infatti pensabile che nel terzo millennio decisioni di tale rilevanza siano prese senza consultare i cittadini, anzi, tenendoli all’oscuro. Addirittura la stessa amministrazione Obama ponendo il segreto su ACTA per motivi di sicurezza nazionale  aveva ammainato la bandiera dell’open government.
Insomma, facendo leva sulle presunte perdite economiche che l’industria dell’intrattenimento da alcuni anni a sproposito lamenta, si vuole modificare gli ordinamenti giudiziari locali per rendere i fornitori di servizi responsabili di quanto la Rete veicola, al fine di obbligarli a diventare i gendarmi delle corporation così come Disney, Mediaset, NewsCorp hanno chiesto alla UE nel 2006 9. Questo è un altro motivo di disappunto. Far modificare il quadro normativo e giuridico europeo per adattarlo alla politica dei lobbisti di un altro paese è una questione di sovranità nazionale.
LE REALI MOTIVAZIONI CHE STANNO ALLA BASE – Ma come si è arrivati a questo? E’ chiaro che i paesi occidentali hanno rinunciato da tempo a competere con i Brics sulla produzione manifatturiera e questo accordo evidenzia il fatto che in un’economia globale e finanziarizzata la competizione si è spostata dalla qualità delle merci alle aule di tribunale, dalla disponibilità di materie prime alla tutela degli asset immateriali delle aziende e quindi all’adozione di meccanismi legislativi in grado di applicare norme vantaggiose per i titolari di diritti intellettuali, spesso a discapito degli interessi stessi dei singoli paesi aderenti.
ACTA, infatti, nonostante il nome, non si occupa solo di contraffazione ma di ogni aspetto della cosiddetta proprietà intellettuale come definita dagli accordi Trips, e quindi di brevetti, copyright, marchi, segreto industriale, indicazioni geografiche, circuiti integrati, disegno industriale e pratiche competitive.  Le multinazionali che spingono ACTA hanno un interesse specifico nel campo dei biocarburanti e dei farmaci, quindi degli alimenti geneticamente modificati, delle sementi, delle molecole, dei metodi e processi di trasformazione della materia o dell’energia. In un’economia fatta di idee, informazioni, conoscenze e scambio linguistico dove il capitale fluisce nei circuiti finanziari e l’impresa è deterritorializzata, la proprietà intellettuale non è solo un fatto di film e musica.
ACTA inoltre impone delle restrizioni all’interoperabilità dei contenuti e del software che arrecheranno notevoli danni ai consumatori e alle piccole e medie imprese ed introduce il concetto di “incitamento alla violazione del copyright” che non fa parte del quadro legale europeo e ostacola l’accesso ai contenuti anche quando questo è legale.
Questo solo esempio ci fa capire che Acta disincentiva l’innovazione che spesso cresce in quell’area grigia dove è facile violare la proprietà intellettuale mentre si fa ricerca e innovazione all’interno di un processo che viene frenato dal timore di cause legali a causa dell’incetta di brevetti e copyright da parte delle corporations  che si traduce in una vera e propria barriera al mercato per le piccole e medie imprese.
Se un rafforzamento della repressione contro la falsificazione dei prodotti può essere condivisibile e auspicabile, in particolare per quanto riguarda la tutela della salute delle persone, non è possibile ammettere altrettanto quando ciò riguarda il diritto dei paesi in via di sviluppo all’accesso ai farmaci e l’inibizione all’utilizzo della Rete per le persone che, senza scopo di lucro, condividono cultura e conoscenza attraverso il medium del nuovo millennio, in particolare quando ciò viene fatto con procedure invasive della privacy e senza garanzie giudiziarie.
Il Trattato ACTA contiene disposizioni che andrebbero a modificare il quadro legale dell’Unione Europea, rendendo responsabili i fornitori di connettività e servizi di ciò che le persone immettono su Internet, facendo cadere i principi di mere conduit e di neutralità della Rete che sono stati i fondamenti grazie ai quali essa finora è riuscita ad affermarsi come strumento essenziale per il commercio, la libertà d’espressione, l’arricchimento culturale e la partecipazione democratica.
PARLAMENTO ITALIANO SCAVALCATO– L’Italia sarà legalmente vincolata a questo accordo, ma il Parlamento italiano non è mai stato informato nel merito dei contenuti né ha potuto analizzare l’impatto che questo accordo avrà sul nostro sistema legale anche se la tanto discussa delibera AGCOM ne recepisce quasi interamente le ragioni (Vedi Repubblica del 5 maggio 10).
ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.
Ai più pigri propongo questo video sintetico segnalatomi, come tutta la notizia, dall’amico Lorenzo Acerra.
Esagerazioni? Rischio reale? Chissà. Certo è che la politica da anni sta cercando di ridurre il potere di internet, autentico motore delle recenti rivoluzioni nordafricane, e, nel nostro Paese, della riuscita degli ultimi referendum e delle ultime petizioni circolate nei mesi scorsi. 

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